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AUTOFOCUS CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Paul Schrader Sceneggiatura: Michael
Gerbosi Fotografia: Fred Murphy Scenografia: James Chinlund Costumi: Julie Weiss Musica: Angelo Badalamenti Montaggio: Kristina Boden Prodotto
da: Scott Alexander, Larry Karaszeski,
Todd Rosken, Pat Dollard, Alicia Allain (USA; 2003) Durata: 105' Distribuzione
cinematografica: Columbia TriStar
Pictures Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bob Crane: Greg Kinnear
John Carpenter: Willem Dafoe
Anna Crane: Rita Wilson
Patricia Crane: Maria Bello
Lenny: Ron Leibman
  
Tratto dal romanzo “The
murder of Bob Crane” di Robert Graysmith, “Autofocus" è la storia
dell’attore Bob Crane, che tra 1965 ed il 1971 fu il celebre protagonista
della serie televisiva “Gli eroi di Hogan”. Consumato dalla celebrità e da
una pericolosa amicizia con il tecnico video John Carpenter, che lo
introdusse ai prodigi dei più sofisticati strumenti di registrazione
dell’immagine, Crane si lasciò presto conquistare dallo stile di vita
futile e disinvolto diffuso negli ambienti dello spettacolo e,
contravvenendo ai valori che aveva a lungo rispettato, diede inizio con il
compagno Carpenter ad una lunga esperienza di relazioni con numerose donne
attratte dalla sua fama, ogni volta filmate per poter essere rivissute
sullo schermo. Morì il 1978 in un motel dell’Arizona, misteriosamente
assassinato.
Paul Schrader può a
ragione essere annoverato tra gli sceneggiatori più influenti della Nuova
Hollywood. Negli anni ’70 ed ’80, realizzando con Martin Scorsese “Taxi
driver”, “Toro scatenato” e “L’ultima tentazione di Cristo”, impose la sua
scrittura come modello di riferimento per una colta avanguardia, che
rinnovava i codici del racconto cinematografico associando le agitazioni
ereditate dalla letteratura classica all’inedito ritratto di un’umanità –
soprattutto di radice popolare – soffocata dal suo esistenzialismo
claustrofobico, descritto con la durezza del noir e con un lirismo
paragonabile solo al western fordiano. Meno convincente, nei panni del
regista Schrader ha reso onore alla propria reputazione solo in rare
occasioni, assopito con frequenza su processi creativi evidentemente
condizionati dalla sua lunga collaborazione con Scorsese, a cui i suoi
film sembrano sempre ispirarsi senza pretendere un distacco (fatta
eccezione forse per il meraviglioso “Mishima”, che è tutt’oggi il miglior
traguardo conseguito dalla sua attività parallela).
Seppur soffra degli
stessi difetti di grammatica estetica, Autofocus è un progetto in cui
emerge con maggior chiarezza tutto il talento di uno straordinario
narratore, che racconta il corruttivo rapporto tra i due personaggi
facendone emergere il simbiotico dualismo sul filo di una commedia
surreale, prossima ai registri di Terry Gillliam o dei fratelli Coen,
mentre mantiene le sue posizioni morali distanti come un rumore di fondo.
È interessante, a ragion di questo, rilevare che il carattere
metaforizzante della loro passione per le innovazioni nell’audiovisivo,
sia per gradi definito da un’assuefazione alle immagini, entro cui
finiscono con l’adattarsi ai parametri di una normalità che è sempre fuori
campo, così come lo è dal quadro ogni corpo escluso dalla loro
alienazione. Mediocri burattini della loro vanità, Crane e Carpenter – ben
interpretati sopra le righe da Greg Kinnear e
Willem Dafoe – si distaccano
dai costumi sociali non per coscienza, ma perché schiavi
dell’autocompiacimento che traggono dal rivedere se stessi nell’esercizio
di un potere, quello sessuale, che li confina in fragili paradisi
artificiali, causa di un vertiginoso declino verso la solitudine dove
smarriscono la strada del ritorno.
Francesco
Russo
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