Anno VIII - Numero 36 - Settembre 2002

I film del mese


JEEPERS CREEPERS – IL CANTO DEL DIAVOLO
(JEEPERS CREEPERS)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Victor Salva
Fotografia
: Don E. Faunt Le Roy
Scenografia
: Steven Legler
Costumi
: Emae Villalobos
Musica
: Bennet Salvay
Montaggio
: Ed Marx
Prodotto da
: Barry Opper, Tom Luise, Francis Ford Coppola
(USA, 2001)
Durata
: 89’
Distribuzione cinematografica
: Buena Vista International Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Trish: Gina Philips
Darry: Justin Long

Jezelle Gay Hartman (la sensitiva): Patricia Belcher
SergenteTubbs: Brandon Smith
Beverley: Peggy Sheffeld

Trish ed il fratello Darry, due giovani studenti di college, sono impegnati in un interminabile viaggio in macchina verso casa, per le vacanze di primavera. Lungo il tragitto, distratti dai loro infantili giochi di parole, vengono improvvisamente aggrediti da un rugginoso furgone che tenta di gettarli fuori strada, solo per disinteressarsi a loro una volta raggiunto l’obiettivo. Riavutisi dallo sgomento, i ragazzi riprendono il cammino, ma attraversato qualche chilometro scorgono il furgone parcheggiato davanti all’ingresso di un decadente fabbricato, e osservano il suo proprietario gettare in una conduttura qualcosa che Darry interpreta per un corpo umano. Ma vedrà invece rivelarsi, ansioso di smentire i propri sospetti, una verità che travalica ogni sua facoltà d’immaginazione.

Il viaggio, nel cinema dell’orrore, non è un soggetto inedito. Già una lunga lista di film ne ha trasfigurato il valore iniziatico in un doloroso incontro con la morte, e tra le sue righe si nascondono i nomi di opere peculiari come “Duel”, “Non aprite quella porta” e “The hitcher”. Non a caso, “Jeepers Creepers” non li trascura, ma piuttosto li evoca per restituire ad ognuno di loro il proprio debito, accettandone innanzitutto i cardini descrittivi: lasciata al silenzio nebuloso della sua indefinibile estensione, la terra che circoscrive la provincia americana perde le tonalità suggestive della sublimazione letteraria e rivela la natura delle sue ombre torve. 

Nascendo con un lento ingresso della macchina nella prima inquadratura, il film di Victor Salva annuncia con uno squisito espediente tecnico l’inavvertibile attraversamento di un confine, di un’inerte punto di rottura che il tempo filmico riesce soltanto suggerire, col risultato di ritrovarsi senza fraintendimenti in un deferente omaggio alla tradizione del genere, che è maggiormente memorabile nella rappresentazione di racconti sospesi nel timore di una condanna eterna, tra il loro principio e la loro conclusione. Col passo successivo, nell’arte che sopravvive di esercizi stilistici, la stupidità e l’adolescenza determinano da sole le forme che assumerà il contesto, deviando le due vittime in una gola ove l’oscurità punisce il loro testardo coraggio con incubi di carne. Jeepers Creepers, così distorto dalle citazioni, non è un capolavoro, ma riesce a calibrare con cura la tensione preferendo isolare la messinscena attorno ai due giovani protagonisti, e quindi a imporsi un percorso narrativo diverso al cinema degli omicidi seriali, poiché più che ripartire l’azione in singole accentature è attento a preservare un’atmosfera uniforme.

Recuperando addirittura una scuola estinta di effetti speciali, sprezzanti della tecnologia digitale, Victor Salva realizza un piccolo oggetto di culto, difficilmente capace di attrarre pubblico verso un genere oramai elitario, ma in grado di appagare con l’incanto dei dettagli gli appassionati che ancora scavano nella sabbia del cinema horror, cercando indizi di un eredità stilistica che sembra essersi perduta.

Francesco Russo


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