Anno VIII - Numero 36 - Settembre 2002

I film del mese


L'IMBALSAMATORE

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura
: Ugo Chiti, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso
Fotografia
: Marco Onorato
Scenografia
: Paolo Bonfini
Costumi
: Francesca Leondeff
Musica
: Banda Osiris
Montaggio
: Marco Spoletini
Prodotto da
: Domenico Procacci
(Italia, 2002)

Durata
: 101’
Distribuzione cinematografica
: Fandango

PERSONAGGI E INTERPRETI

Peppino: Ernesto Mahieux
Diego: Valerio Foglia Manzillo
Deborah: Elisabetta Rocchetti
Madre di Deborah: Lina Bernardi
Padre di Deborah: Pietro Biondi

Ispirato da un fatto di cronaca, "L'imbalsamatore" è la storia di Peppino, un individuo introverso, un impagliatore esperto e ricercato, condizionato nei rapporti con il mondo dalla sua piccola statura. Lavorando allo zoo di Caserta incontra per caso Diego, un giovane di bell'aspetto che si guadagna da vivere con un modesto stipendio da cuoco e, affascinato dall'interesse del ragazzo per gli animali, decide di assumerlo in qualità di collaboratore, coinvolgendolo allo stesso tempo nelle sfrenatezze della sua vita privata. Ma per questa enigmatica relazione l'arrivo inaspettato della provocante Deborah sarà causa di un disfacimento senza rimedio e di ferite, nell'animo di ognuno di loro, che non potranno mai essere rimarginate. 

È fuor d'ogni dubbio che questo film sia testimonianza di un promettente talento visivo. Matteo Garrone, fattosi notare con "Estate romana" e "Terra di mezzo", allestisce un irregolare triangolo amoroso affondandolo, più ancora che nella tradizione del melò cinematografico, in un reticolo di atmosfere caratteristico della tragedia rinascimentale. Lo svolgimento, quindi, sviluppa la sua sintassi lungo un sistema preordinato senza tentare soluzioni di rinnovamento, ma semplicemente posponendo l'intreccio alla descrizione e alla celebrazione dei corpi e rivelando nella consequenzialità narrativa una struttura agevole sin dai primi passaggi. Ciò che maggiormente interessa Garrone è un'efficace rappresentazione della solitudine che logora, latente ed impietosa, i personaggi, disseccandoli del tutto, imposta con un rigore tale da allontanare l'ipotesi di una presunta contiguità col noir, mentre fruga nelle radici epiche di un male interiore indipendente dalla coscienza di sé e provocato piuttosto dalla furia di una sorte predisposta ed epidermica: i personaggi non condividono alcuna ricerca, non ambiscono alla liberazione, ma semplicemente si lasciano trascinare dai desideri del contingente. 

Così, intimi con la morte, l'imbalsamatore ed il suo apprendista si spengono silenziosamente nel desolato paesaggio del casertano, nell'ipotassi del rapporto tra il nano ed il ragazzo, e di quest'ultimo con la propria amante. Descritto da un montaggio disteso e meditativo, da profonde tonalità cineree negli esterni e dall'oscurità delle ombre che scompongono gli ambienti domestici, "L'imbalsamatore" cerca con tormentosa ostinazione d'inscriversi negli angoli bui di una fiaba, desumendone un evocativo senso di orrore e di repulsione. Garrone, nonostante esibisca a tratti il suo artificio stilistico con evidente sventatezza, dimostra una peculiare predisposizione alla messinscena e, soprattutto, innegabili capacità nell'organizzare il film intorno ai suoi attori, valorizzandone più la fisicità che il bagaglio tecnico, nonostante il film debba i suoi momenti più trascinanti alla risolutiva interpretazione di Ernesto Mahieux.

Francesco Russo


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