FRAILTY
- NESSUNO E’ AL SICURO
(FRAILTY)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia:
Bill Paxton
Sceneggiatura: Brent Hanley
Fotografia: Bill Butler
Scenografia: Nelson Coates
Costumi: April Ferry
Musica: Bryan Tyler
Montaggio: Arnold Glassman
Prodotto da: David Blocker, David
Kirschner, Corey Sienega
(USA, 2001)
Durata: 100'
Distribuzione cinematografica:
Media Film
PERSONAGGI E INTERPRETI
Il padre: Bill Paxton
Fenton Meiks: Matthew McConaughey
Agente Wesley Doyle: Powers Boothe
Fenton Meiks bambino: Matthew O’Leary
Adam Meiks bambino: Jeremy Sumpter



Nell’ufficio
dell’agente dell’FBI Wesley Doyle, impegnato da gran tempo nella
caccia al misterioso serial killer soprannominato “Mano di Dio”, si
presenta all’improvviso un uomo che sostiene di conoscere l’identità
del criminale. L’incipit è, come si vede, tra i più classici per un
thriller: ci si predispone, fiduciosi, ad un dignitoso film di genere ed
invece Frailty va al di là di ogni possibile
aspettativa, candidandosi fin d’ora ad essere uno dei titoli degni di
memoria nella nuova stagione.
Opera
prima dell’attore Bill Paxton (qualcuno
lo ricorderà quale protagonista di “Soldi sporchi”, il miglior
Raimi dell’ultimo lustro), forte d’un eccellente script di Brent
Hanley, essa ci porta nei territori di rado esplorati dal cinema
statunitense - in epoca recente, ci viene in mente solo il bellissimo
“Sacrificio finale” (1991), esordio registico di Michael Tolkin
ambientato in una setta di fanatici evangelisti - dove l’intreccio tra
fede e follia diviene un inestricabile e doloroso nodo gordiano. La
persona che si è presentata a Doyle, infatti, è Fenton Meiks, figlio
maggiore d’un vedovo che - quando egli ed il fratello erano solo dei
bambini - venne travolto dall’ossessione d’essere un giustiziere per
conto dell’Altissimo, contattato da un angelo con lista sempre
aggiornata di demoni in forma umana da eliminare. Ripercorsa in due
lunghi e raggelanti flashback, la vicenda degli omicidi perpetrati dal
folle individuo, bisognoso ogni volta di coinvolgere in essi
l’innocente prole, è detta senza ellissi, ma pure evitando di
indulgere ai suoi aspetti più raccapriccianti: qui, l’orrore non
nasce - come sovente avviene - da deliri emoglobinici, bensì dallo
scandaglio gettato all’interno d’una follia che si consuma tra
famiglia ed immagini sacre.
Sotto
questo aspetto, Frailty è uno dei film più radicali e meno allineati
mai uscito dagli Usa: non vi sono comode vie d’uscita new
age come nel pur valido “The Sixth Sense” (1999), il mostruoso
s’inscrive ed asconde nella quotidianità - viene in mente, al
riguardo, un classico come “Lo strangolatore di Boston” (1968) di
Richard Fleischer - di cui è solo un riverbero più inquietante.
L’assenza del classico happy end nega allo spettatore ogni possibile
catarsi: il male presentato in “Frailty”, come dicevamo, è un
oggetto proteiforme ed invincibile, che s’origina in ogni dove. Magari
nel padre, nel figliolo, nello spirito santo: scritto con la minuscola,
a mo’ di sinistra trenodia concepita per un Dio ignoto.