Anno VIII - Numero 36 - Settembre 2002

I film del mese


FRAILTY - NESSUNO E’ AL SICURO
(FRAILTY)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Bill Paxton
Sceneggiatura
: Brent Hanley
Fotografia
: Bill Butler
Scenografia
: Nelson Coates
Costumi
: April Ferry
Musica
: Bryan Tyler
Montaggio
: Arnold Glassman
Prodotto da
: David Blocker, David Kirschner, Corey Sienega
(USA, 2001)

Durata
: 100'
Distribuzione cinematografica
: Media Film

PERSONAGGI E INTERPRETI

Il padre: Bill Paxton
Fenton Meiks: Matthew McConaughey
Agente Wesley Doyle: Powers Boothe
Fenton Meiks bambino: Matthew O’Leary
Adam Meiks bambino: Jeremy Sumpter

Nell’ufficio dell’agente dell’FBI Wesley Doyle, impegnato da gran tempo nella caccia al misterioso serial killer soprannominato “Mano di Dio”, si presenta all’improvviso un uomo che sostiene di conoscere l’identità del criminale. L’incipit è, come si vede, tra i più classici per un thriller: ci si predispone, fiduciosi, ad un dignitoso film di genere ed invece Frailty va al di là di ogni possibile aspettativa, candidandosi fin d’ora ad essere uno dei titoli degni di memoria nella nuova stagione. 

Opera prima dell’attore Bill Paxton (qualcuno lo ricorderà quale protagonista di “Soldi sporchi”, il miglior Raimi dell’ultimo lustro), forte d’un eccellente script di Brent Hanley, essa ci porta nei territori di rado esplorati dal cinema statunitense - in epoca recente, ci viene in mente solo il bellissimo “Sacrificio finale” (1991), esordio registico di Michael Tolkin ambientato in una setta di fanatici evangelisti - dove l’intreccio tra fede e follia diviene un inestricabile e doloroso nodo gordiano. La persona che si è presentata a Doyle, infatti, è Fenton Meiks, figlio maggiore d’un vedovo che - quando egli ed il fratello erano solo dei bambini - venne travolto dall’ossessione d’essere un giustiziere per conto dell’Altissimo, contattato da un angelo con lista sempre aggiornata di demoni in forma umana da eliminare. Ripercorsa in due lunghi e raggelanti flashback, la vicenda degli omicidi perpetrati dal folle individuo, bisognoso ogni volta di coinvolgere in essi l’innocente prole, è detta senza ellissi, ma pure evitando di indulgere ai suoi aspetti più raccapriccianti: qui, l’orrore non nasce - come sovente avviene - da deliri emoglobinici, bensì dallo scandaglio gettato all’interno d’una follia che si consuma tra famiglia ed immagini sacre.

Sotto questo aspetto, Frailty è uno dei film più radicali e meno allineati mai uscito dagli Usa: non vi sono comode vie d’uscita new age come nel pur valido “The Sixth Sense” (1999), il mostruoso s’inscrive ed asconde nella quotidianità - viene in mente, al riguardo, un classico come “Lo strangolatore di Boston” (1968) di Richard Fleischer - di cui è solo un riverbero più inquietante. L’assenza del classico happy end nega allo spettatore ogni possibile catarsi: il male presentato in “Frailty”, come dicevamo, è un oggetto proteiforme ed invincibile, che s’origina in ogni dove. Magari nel padre, nel figliolo, nello spirito santo: scritto con la minuscola, a mo’ di sinistra trenodia concepita per un Dio ignoto.

Francesco Troiano


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