Ad
altri, anche su queste colonne, lasciamo il compito di aggiornare il
pubblico su come sia, e come non sia il Pinocchio. Con
un’avvertenza: visto il tenore del discorso che si è sviluppato nei
giorni liminali all’uscita del film, sarà il pubblico stesso a
doversi fare una ragione della pellicola (è già successo, del resto,
per La vita è bella). Per noi invece ritagliamo l’incombenza
di aprire un sentiero nella foresta che separa Carlo Lorenzini detto
Collodi da Roberto Benigni, foresta spessa venticinque lustri, al fine
di spiegare come dal libro si sia prodotto il film. Operazione sulla
quale il succitato discorso critico si è già ampiamente prodotto, ma
che si può chiosare in maniera interessante.
Ci
diceva un caro amico più avanti negli anni che ai tempi suoi a scuola
di giovedì non si andava. Ecco, manca innanzitutto al film un giovedì
rispetto al libro: nel senso che la settimana del paese dei balocchi è
di sette domeniche, invece che di sei giovedì e una domenica. Questo
per dire che il Pinocchio/film parla una lingua diversa rispetto
al Pinocchio/libro, non foss’altro che per quei venticinque
lustri e per il fatto che nei panni di un bambino c’è un ometto buffo
di cinquant’anni. Si ricordi che lo scritto di Collodi era
l’espressione di un’Italia ancora non moderna, sostanzialmente non
urbanizzata e contadina, legata alle piccole cose. A differenza del
quasi coevo Cuore di De Amicis, Pinocchio rifugge
l’ambientazione realistica per estrarre dal cilindro questo
straordinario personaggio, incredibile mediatore tra natura e cultura
che lo stesso Rousseau avrebbe faticato ad immaginare, inquadrato nel
suo percorso tra le forche caudine della morale corrente rinunciare al
suo status per abbracciare la sua natura umana. Benigni è figura
“pinocchiesca” per eccellenza, amante della marachella e
dell’iconoclastia, anche lui intermedio tra la “vis naturalis” e
la più generale umana condizione. Egli parte dall’assunto di Collodi:
“c’era una volta un pezzo di legno”, con la pirotecnica sequenza
d’apertura. Affida la contestualizzazione d’epoca alle scelte
visive, che richiamano le illustrazioni d’antan. Semplifica il
giovedì, ovvero tutto quanto non può essere probabilmente compreso.
Punta verso la chiave di lettura del romanzo che rispetta la più
“pinocchiesca” delle caratteristiche, quella della sfrenata gioia di
vivere. Aveva scelto una strada del tutto diversa Comencini, nella sua
ombrosa versione televisiva. Benigni elide invece gli elementi più
gotici e colpevolizzanti della narrazione di Collodi e crea un
macroambiente normalizzato, fedelissimo eppure assai distante dal testo
di partenza. Che lascia aperte al burattino molte possibilità, e cambia
in parte la morale, con una dissociazione finale che ricorda tanto
l’inimitabile camminata finale di Charlie Chaplin in Monsieur
Verdoux. Così è stato anche per La vita è bella, capace di
annullare alcune determinazioni storiche pur restandovi fedele quanto
basta per muovere i sensi della commozione. Lucignolo si agita
tentatore, ma è lo stesso Pinocchio a sapere che non è più tempo di
tornare del tutto bambini, quando si può restare ancora per un po’
burattini di legno. Di eco felliniane non v’è poi gran traccia, se
non nella voce fessa che Begnini riprende (sbagliando, ahinoi) dalla Voce
della luna.
Così si può dire che il film sia
in qualche modo una letteraria trasposizione del romanzo, e che allo
stesso tempo riesca a svincolarlo dal peso della sua età. Che sia poi
questo peso a crearne il fascino, poco importa. Piacerà, Pinocchio,
perché pensa positivo. Collodi non fu mai capace di farlo, e il suo
burattino lo rese un pezzo di legno.