Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

Speciale Pinocchio


BENIGNI INNAMORATO DEL SUO PINOCCHIO

In occasione della conferenza per la presentazione alla stampa del suo attesissimo film, Benigni non è solo nella fossa dei leoni. Lo circondano Nicoletta Braschi, Vincenzo Cerami, Nicola Piovani, Carlo Giuffré, Kim Rossi Stuart, Alessandro Bergonzoni. Manca il direttore della fotografia, Dante Spinotti, che – scherza Benigni – “essendo friulano, si sarà arruolato negli alpini, pronto a partire per l’Afghanistan!”.

Viene precisato l’esatto numero di copie distribuite del film: novecento, una cifra record che induce Nicoletta Braschi, produttrice del film insieme a Elda Ferri e Gianluigi Braschi per Melampo Cinematografica, ad affermare: “Due anni fa abbiamo firmato un contratto con Cecchi Gori, per consuetudine e per affetto. In seguito Vittorio ha deciso di farsi aiutare da un’altra società di distribuzione. Al termine di ulteriori trattative non andate in porto, abbiamo scelto Medusa, che ci ha dimostrato una grande professionalità.”
Benigni, invece, esalta con entusiasmo la bellezza della sua fiaba: “Nulla al mondo è più bello di Pinocchio.”, afferma, aggiungendo subito dopo: “Suona bene, dev’essere un endecasillabo.”
Qualcuno gli chiede se le grandi aspettative che circondano “Pinocchio” dopo il successo mondiale de “La vita è bella” non lo intimidiscano, visto che potrebbero nuocere al nuovo film. Benigni si dichiara estremamente soddisfatto e grato agli “attenditori”. Ribadisce di aver accarezzato questo progetto per lungo tempo. Ne aveva perfino parlato con Fellini, che lo chiamava “Pinocchietto” in continuazione, lo faceva truccare come Pinocchio, aveva realizzato dei disegni e dei test in video. Federico gli aveva proposto di narrare con lui la storia del celebre burattino di Collodi. Poi, ormai malato, gli aveva lasciato una benedizione da babbo: “Robertino, Pinocchio lo farai tu.” E con impegno Benigni ha mantenuto fede a questo lascito.
Qualcun altro osserva che nel film Pinocchio sembra diventare un bambino buono più per rassegnazione volta ad evitare altre sventure piuttosto che per deliberata convinzione, Benigni spiega: “Pinocchio è di una purezza estrema. Il testo di Collodi è, per parlare come Freud, l’ombelico del sogno, una foresta di simboli in cui è facile perdersi. Quel che è certo è che le bugie di Pinocchio sono meravigliose, danno forza all’irrealtà.” E in rapporto al finale aperto in cui Pinocchio-bambino va a scuola, mentre la sua ombra si allontana per continuare a giocare spensierata, Benigni commenta: “L’ultima frase, con cui Pinocchio si dichiara contento di essere diventato un ragazzino per bene, è l’unica vera bugia.”

Più coerente e meglio delineato appare invece il personaggio di Lucignolo, interpretato da Kim Rossi Stuart sulle corde di una candida spensieratezza. Nel film, nonostante il suo edonismo, non è una figura negativa, anzi è accattivante e dimostra una forte personalità. A tal punto che viene chiesto a Benigni se non gli sarebbe piaciuto di più recitare nel ruolo del monello per antonomasia. Il regista-attore-sceneggiatore risponde che non solo avrebbe voluto interpretare Lucignolo, ma anche la Fata Turchina e tutti gli altri personaggi del film. Poi prorompe in una dichiarazione d’amore nei confronti della compagna, Fata Turchina ideale. La ringrazia per averlo trascinato nella recitazione, altrimenti “Pinocchio avrebbe potuto cadere nel macchiettismo”.
Gli domandano quanto si sia divertito nel realizzare il film. Benigni afferma: “Ce l’abbiamo messa tutta per fare le cose che più ci piacevano. Desideravamo essere totalmente liberi e infatti abbiamo scelto tutti gli attori che volevamo, nei tempi, nei luoghi e secondo le modalità che preferivamo.” Aggiunge Nicoletta Braschi: “Abbiamo affrontato una produzione onerosa e non ci siamo spaventati di fronte a nulla per soddisfare ogni esigenza estetica.”

Quando gli si chiede che valore abbia oggi la fiaba in un mondo dominato – anche per i bambini (pensiamo all’11 settembre) – dalla realtà, Benigni replica deciso: “Non c’è niente di più reale della fantasia.” E a chi gli fa notare che il suo film racconta la favola tout court, senza tentare di attualizzarla o di ricontestualizzarla in un’altra epoca come ha fatto Spielberg con il suo “A.I.”, Benigni spiega che non avrebbe mai potuto attualizzare Pinocchio, perché non esiste nulla di più attuale, è una fiaba eterna, un mito come quello di Edipo. “Qualsiasi attualizzazione sarebbe stata un’interpretazione”, taglia netto. “Pinocchio mi ha tanto commosso che ho pianto più volte durante il missaggio. Se Collodi fosse ancora vivo, gli manderei a casa un mazzo di fiori, perché questo suo libro fa bene al mondo intero.” 
Ricorda poi che sua madre gli raccontava la fiaba di Pinocchio. Scappavano frasi come: “Se dici le bugie, Dante ti manda all’Inferno.” Sottolinea che perfino nel “Convivio” dantesco c’è una descrizione “pinocchiesca”: “Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo”.

Gli chiedono quale, fra le varie versioni di “Pinocchio”, abbia amato di più. Pur ricordando bene il lavoro di Comencini, Benigni preferisce il film di Guardoni degli anni Quaranta, in cui Gassman interpretava l’Omino Pescatore Verde.
Ammette che gli Stati Uniti hanno ancora un’idea disneyana del testo di Collodi e che il film uscirà il 23 dicembre, in tempo per candidarsi agli Oscar. “Speriamo che ci vogliano bene.”, commenta.

Non nasconde nemmeno il suo entusiasmo per gli effetti speciali, che Donati, abituato a costruire tutto teatralmente, aveva ribattezzato “difetti speciali”. “Sapeste che bello dirigere un pescecane o scegliere il cielo. Ho diretto gli elementi naturali rapportandomi ai sentimenti. Varie società si sono fatte avanti per fornirci una consulenza, ma alla fine abbiamo optato per la semplicità, perché non volevamo che gli effetti fossero troppo invasivi e protagonisti. Ci siamo affidati ad un gruppo di artisti più che di tecnici.” Un team coordinato da Rob Hodgson. 

Se gli interni, com’è noto, sono stati girati a Papigno (Terni), gli esterni sono stati ripresi a Manziana (il bosco e la casa della Fata), Furbara (il mare), Oriolo (le scene col Gatto e la Volpe) e “la Toscana potente di Castelfalfi”.
“Abbiamo restituito lo spessore e i sapori forti del romanzo di Collodi”, gli fa eco Vincenzo Cerami, sceneggiatore del film, “I bambini lo capiranno e lo apprezzeranno anche più degli adulti. Pinocchio è eternamente diviso in due. Da un lato, è una figura poetica, astratta, quasi francescana, ha un rapporto innocente con la realtà, non sa cosa sia il male. Dall’altro, deve crescere e quindi abbandonare l’innocenza assoluta. Il suo fascino risiede proprio in questa dicotomia.”

E Nicoletta, come vede il protagonista? “Pinocchio nasce da una partenogenesi maschile. È impulsivo, bugiardo, troppo esplorativo. Nonostante ciò, la Fata gli vuole bene incondizionatamente. È una mamma modernissima e poco viscerale. A quell’epoca vigeva un’educazione autoritaria. Invece la Fata fa sì che Pinocchio impari da solo attraverso i propri errori. E in questo percorso formativo tutti sono complici della Fata, dal Gatto e la Volpe al Pescecane. Pinocchio affronta varie tappe iniziatiche, muore e rinasce diverse volte fino ad acquisire un’identità umana.”

Un graduale processo di crescita che ha come commento sonoro le musiche di Piovani: “Il film non aveva bisogno di musiche illustrative, che sarebbero risultate deboli rispetto al lavoro di Donati e Spinotti. Così ho potuto esplorare altre strade, concentrarmi sulle emozioni, sui sentimenti, sul non detto, come nel caso del rapporto fra Pinocchio e la Fata, che ho sviluppato con un tema erotico. Tutta la musica è sinfonica, tranne il tema legato a Lucignolo, affidato al suono fiabesco dell’organetto. Per il Grillo Parlante, invece, ho campionato il suono di un grillo vero.”
Chissà se Collodi, nonostante la sua fervida fantasia, l’avrebbe mai immaginato.

Paola Daniela Orlandini

Speciale Pinocchio


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