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BENIGNI
INNAMORATO DEL SUO PINOCCHIO
In
occasione della conferenza per la presentazione alla stampa del suo
attesissimo film, Benigni non è solo nella fossa dei leoni. Lo
circondano Nicoletta Braschi, Vincenzo Cerami, Nicola Piovani, Carlo
Giuffré, Kim Rossi Stuart, Alessandro Bergonzoni. Manca il direttore
della fotografia, Dante Spinotti, che – scherza Benigni – “essendo
friulano, si sarà arruolato negli alpini, pronto a partire per
l’Afghanistan!”.
Viene
precisato l’esatto numero di copie distribuite del film: novecento,
una cifra record che induce Nicoletta Braschi, produttrice del film
insieme a Elda Ferri e Gianluigi Braschi per Melampo Cinematografica, ad
affermare: “Due anni fa abbiamo firmato un contratto con Cecchi Gori,
per consuetudine e per affetto. In seguito Vittorio ha deciso di farsi
aiutare da un’altra società di distribuzione. Al termine di ulteriori
trattative non andate in porto, abbiamo scelto Medusa, che ci ha
dimostrato una grande professionalità.”
Benigni, invece, esalta
con entusiasmo la bellezza della sua fiaba: “Nulla al mondo
è più bello di Pinocchio.”, afferma, aggiungendo subito dopo:
“Suona bene, dev’essere un endecasillabo.”
Qualcuno gli chiede se le grandi aspettative che circondano
“Pinocchio” dopo il successo mondiale de “La vita è bella” non
lo intimidiscano, visto che potrebbero nuocere al nuovo film. Benigni si
dichiara estremamente soddisfatto e grato agli “attenditori”.
Ribadisce di aver accarezzato questo progetto per lungo tempo. Ne aveva
perfino parlato con Fellini, che lo chiamava “Pinocchietto” in
continuazione, lo faceva truccare come Pinocchio, aveva realizzato dei
disegni e dei test in video. Federico gli aveva proposto di narrare con
lui la storia del celebre burattino di Collodi. Poi, ormai malato, gli
aveva lasciato una benedizione da babbo: “Robertino, Pinocchio lo
farai tu.” E con impegno Benigni ha mantenuto fede a questo lascito.
Qualcun altro osserva che nel film Pinocchio sembra diventare un bambino
buono più per rassegnazione volta ad evitare altre sventure piuttosto
che per deliberata convinzione, Benigni spiega: “Pinocchio è di una
purezza estrema. Il testo di Collodi è, per parlare come Freud,
l’ombelico del sogno, una foresta di simboli in cui è facile
perdersi. Quel che è certo è che le bugie di Pinocchio sono
meravigliose, danno forza all’irrealtà.” E in rapporto al finale
aperto in cui Pinocchio-bambino va a scuola, mentre la sua ombra si
allontana per continuare a giocare spensierata, Benigni commenta:
“L’ultima frase, con cui Pinocchio si dichiara contento di essere
diventato un ragazzino per bene, è l’unica vera bugia.”
Più
coerente e meglio delineato appare invece il personaggio di Lucignolo,
interpretato da Kim Rossi Stuart
sulle corde di una candida spensieratezza. Nel film, nonostante il suo
edonismo, non è una figura negativa, anzi è accattivante e dimostra
una forte personalità. A tal punto che viene chiesto a Benigni se non
gli sarebbe piaciuto di più recitare nel ruolo del monello per
antonomasia. Il regista-attore-sceneggiatore risponde che non solo
avrebbe voluto interpretare Lucignolo, ma anche la Fata Turchina e tutti
gli altri personaggi del film. Poi prorompe in una dichiarazione
d’amore nei confronti della compagna, Fata Turchina ideale. La
ringrazia per averlo trascinato nella recitazione, altrimenti
“Pinocchio avrebbe potuto cadere nel macchiettismo”.
Gli domandano quanto si sia divertito nel realizzare il film. Benigni
afferma: “Ce l’abbiamo messa tutta per fare le cose che più ci
piacevano. Desideravamo essere totalmente liberi e infatti abbiamo
scelto tutti gli attori che volevamo, nei tempi, nei luoghi e secondo le
modalità che preferivamo.” Aggiunge Nicoletta Braschi: “Abbiamo
affrontato una produzione onerosa e non ci siamo spaventati di fronte a
nulla per soddisfare ogni esigenza estetica.”
Quando
gli si chiede che valore abbia oggi la fiaba
in un mondo dominato – anche per i bambini (pensiamo all’11
settembre) – dalla realtà, Benigni replica deciso: “Non c’è
niente di più reale della fantasia.” E a chi gli fa notare che il suo
film racconta la favola tout court, senza tentare di attualizzarla o di
ricontestualizzarla in un’altra epoca come ha fatto Spielberg con il
suo “A.I.”, Benigni spiega che non avrebbe mai potuto attualizzare
Pinocchio, perché non esiste nulla di più attuale, è una fiaba
eterna, un mito come quello di Edipo. “Qualsiasi attualizzazione
sarebbe stata un’interpretazione”, taglia netto. “Pinocchio mi ha
tanto commosso che ho pianto più volte durante il missaggio. Se Collodi
fosse ancora vivo, gli manderei a casa un mazzo di fiori, perché questo
suo libro fa bene al mondo intero.”
Ricorda poi che sua madre gli raccontava la fiaba di Pinocchio.
Scappavano frasi come: “Se dici le bugie, Dante ti manda
all’Inferno.” Sottolinea che perfino nel “Convivio” dantesco
c’è una descrizione “pinocchiesca”: “Veramente io sono stato
legno sanza vela e sanza governo”.
Gli
chiedono quale, fra le varie versioni di
“Pinocchio”, abbia amato di più. Pur ricordando bene il
lavoro di Comencini, Benigni preferisce il film di Guardoni degli anni
Quaranta, in cui Gassman interpretava l’Omino Pescatore Verde.
Ammette che gli Stati Uniti hanno ancora un’idea disneyana del testo
di Collodi e che il film uscirà il 23 dicembre, in tempo per candidarsi
agli Oscar. “Speriamo che ci vogliano bene.”, commenta.
Non
nasconde nemmeno il suo entusiasmo per gli effetti
speciali, che Donati, abituato a costruire tutto
teatralmente, aveva ribattezzato “difetti speciali”. “Sapeste che
bello dirigere un pescecane o scegliere il cielo. Ho diretto gli
elementi naturali rapportandomi ai sentimenti. Varie società si sono
fatte avanti per fornirci una consulenza, ma alla fine abbiamo optato
per la semplicità, perché non volevamo che gli effetti fossero troppo
invasivi e protagonisti. Ci siamo affidati ad un gruppo di artisti più
che di tecnici.” Un team coordinato da Rob Hodgson.
Se
gli interni, com’è noto, sono stati girati a Papigno (Terni), gli
esterni sono stati ripresi a Manziana (il bosco e la casa della Fata),
Furbara (il mare), Oriolo (le scene col Gatto e la Volpe) e “la
Toscana potente di Castelfalfi”.
“Abbiamo restituito lo spessore e i sapori forti del romanzo di
Collodi”, gli fa eco Vincenzo Cerami,
sceneggiatore del film, “I bambini lo capiranno e lo
apprezzeranno anche più degli adulti. Pinocchio è eternamente diviso
in due. Da un lato, è una figura poetica, astratta, quasi francescana,
ha un rapporto innocente con la realtà, non sa cosa sia il male.
Dall’altro, deve crescere e quindi abbandonare l’innocenza assoluta.
Il suo fascino risiede proprio in questa dicotomia.”
E
Nicoletta, come vede il
protagonista? “Pinocchio nasce da una partenogenesi maschile. È
impulsivo, bugiardo, troppo esplorativo. Nonostante ciò, la Fata gli
vuole bene incondizionatamente. È una mamma modernissima e poco
viscerale. A quell’epoca vigeva un’educazione autoritaria. Invece la
Fata fa sì che Pinocchio impari da solo attraverso i propri errori. E
in questo percorso formativo tutti sono complici della Fata, dal Gatto e
la Volpe al Pescecane. Pinocchio affronta varie tappe iniziatiche, muore
e rinasce diverse volte fino ad acquisire un’identità umana.”
Un
graduale processo di crescita che ha come commento sonoro le
musiche di Piovani: “Il film non aveva bisogno di musiche
illustrative, che sarebbero risultate deboli rispetto al lavoro di
Donati e Spinotti. Così ho potuto esplorare altre strade, concentrarmi
sulle emozioni, sui sentimenti, sul non detto, come nel caso del
rapporto fra Pinocchio e la Fata, che ho sviluppato con un tema erotico.
Tutta la musica è sinfonica, tranne il tema legato a Lucignolo,
affidato al suono fiabesco dell’organetto. Per il Grillo Parlante,
invece, ho campionato il suono di un grillo vero.”
Chissà se Collodi, nonostante la sua fervida fantasia, l’avrebbe mai
immaginato.
Paola
Daniela Orlandini
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