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PINOCCHIO
PARLANO GLI ATTORI
L’appuntamento
è all’Excelsior di via Veneto. Organizzata in maniera impeccabile, la
conferenza stampa si svolge senza contrattempi. Intervengono Carlo
Giuffré-Geppetto, Alessandro Bergonzoni-Direttore del circo, Kim Rossi
Stuart-Lucignolo, Beppe Barra-Grillo Parlante, Luis Molteni- Omino di
Burro.
Ma il grande assente, il fantasma che aleggia in sala è
Benigni-Pinocchio. Tutti ne parlano e lui non c’è, forse per non
rubare la scena ai presenti. Per ora bisogna accontentarsi di vederlo
campeggiare sulla locandina, con gli abiti striminziti di un monello
cresciuto all’improvviso. “The child is the father of Man.”
sostiene Wordsworth all’inizio del suo “Prelude”. E ha ragione,
perché questo “Pinocchio” ha tutta l’aria di rivolgersi agli
adulti tanto quanto ai bambini.
Il
denominatore comune degli interpreti è l’esperienza in campo
teatrale. A partire da Carlo Giuffré, che racconta con fervore:
<<Collodi scrisse “Pinocchio” a puntate, da vecchio, quando
aveva già 60 anni. Ha narrato una parabola che appartiene alla vita di
tutti noi: l’innocenza di un bambino che gioca. Ma Pinocchio si
umanizza dopo l’incontro con la Fata. Ed è quando si smette di
giocare che inizia la tragedia. Collodi aveva perso suo padre a 16 anni
e con Geppetto ha creato la figura paterna che avrebbe voluto. Era
l’epoca dei padri severi, dei padri padroni, mentre Geppetto è buono
e sempre pronto al perdono. È il padre per antonomasia, in un certo
senso è come se partorisse da solo suo figlio.
Il romanzo di Collodi, che peraltro non aveva figli, è anche un’opera
di denuncia: per l’ipocrita società borghese del tempo Pinocchio era
un bambino cattivo, ma in realtà è lui che incontra adulti cattivi.
Nitzsche diceva che l’uomo è maturo se sa ritrovare la serenità di
quando giocava da bambino. Roberto non ha ancora abbandonato il fulgido
momento dell’infanzia. Quando
l’ho visto interpretare Pinocchio con le gambe bruciate, mi
sono commosso come se fosse davvero un bambino. Benigni è un adulto che
ha recuperato la necessità del richiamo all’infanzia. Per questo sono
convinto che il suo film entrerà nel gotha della cinematografia
mondiale.>>
Peppe
Barra,
cantante-attore, debutta proprio con “Pinocchio” sul grande schermo.
Gli sembra di vivere una favola. Dice di essere rimasto incantato dagli
effetti speciali che l’hanno reso piccolo piccolo. Ricorda che sul
set, dopo sei ore di trucco, Benigni non lo riconosceva nemmeno.
Anticipa che il suo Grillo Parlante sarà pedante come quello della
favola, ma molto simpatico. Non recita in dialetto napoletano nel film e
per lui è stato impegnativo acquisire una corretta dizione, anche perché
il regista era inflessibile. In effetti, tutti gli attori riconoscono
che sul set Benigni era dolce e rigoroso al tempo stesso. Tanto
sensibile da dedicare un sonetto ad ogni membro della troupe, sarte e
macchinisti compresi.
Alessandro
Bergonzoni coglie l’occasione per improvvisare uno show personale.
Catapulta fiumi di parole e freddure. Afferma di aver scoperto solo
recentemente che “Pinocchio” è stato scritto da Collodi, non da
Cerami e Benigni. <<In ogni caso>>, sostiene, <<c’è
dentro un po’ di loro.>> Definisce il suo personaggio come
<<il più cinico e corporeo del film.>> Per la sua parte non
sono stati necessari effetti speciali, solo <<affetti
speciali.>> Sa che, dopo una simile megaproduzione, si rischia di
<<cadere nel baratro, non si può che peggiorare.>> Pensa
che nel film di Benigni ci sia dentro tutto, non solo l’aspetto
pedagogico-sentimentale, ma anche quello intellettuale, immaginifico e
surreale. L’unico neo, a suo parere, è che al protagonista si allunga
il naso e non la rotula, altrimenti avrebbe potuto essere chiamato
<<Ginocchio>>. E la fata, se solo fosse stata più veloce,
avrebbe potuto diventare una <<Fata Turbina>>.
Dalla
verve di Bergonzoni alla serietà di Kim Rossi Stuart, che si
dichiara entusiasta della sua solare esperienza sul set: <<Per la
prima volta ho lavorato senza alcun senso di espiazione, senza la
sofferenza delle mie precedenti interpretazioni. Ho capito che si può
lavorare sulle corde della gioia. Benigni è un artista planetario, ma
umile, amante della gioia di vivere e non del potere. Il mio Lucignolo
non è un personaggio negativo, non è cattivo, è un ragazzino
rivoluzionario che vuole sovvertire le regole imposte dagli adulti. Non
accetta compromessi. È un’esplosione di vitalità che desidera
condurre una vita di puro godimento. E come dargli torto? Meglio un
giorno da Lucignolo che cento da insoddisfatti.
Roberto ed io pensavamo che non fosse possibile recitare davvero come
due bambini, altrimenti saremmo caduti nel patetico. Tuttavia, per
calarmi nel personaggio, ho lavorato molto allo specchio per affinare i
movimenti, la postura, la mimica. Ho osservato i ragazzini per strada e
li ho emulati nel loro entusiasmo totalizzante. Ho rivissuto le loro
emozioni, in particolare il sentimento dell’amicizia e dell’affinità
con un coetaneo. Pinocchio e Lucignolo, infatti, sono amici come solo i
bambini sanno esserlo. E in fondo sono uguali, solo che i genitori di
Lucignolo non sono moralmente retti e premurosi come Geppetto e la Fata
Turchina.>>
Qualcuno
gli chiede se un adolescente come Lucignolo non dovrebbe trovarsi
sull’orlo di un baratro di tristezza, pervaso dall’inquietudine
piuttosto che dall’entusiasmo. <<Il mio Lucignolo cerca di
sfuggire a questo baratro>>, risponde Rossi Stuart, <<non è
come quello di Comencini, più vicino al protagonista de “I
quattrocento colpi”>>
Luis
Molteni, invece, ammette candidamente di non aver mai sentito
parlare dell’Omino di Burro prima che Benigni gli proponesse la parte.
Il suo personaggio è il più malvagio del film, un incubo per i
bambini.
C’è
chi avanza una lettura freudiana della storia. Chi, addirittura,
individua reconditi messaggi politici nel film. Al di là delle
possibili interpretazioni del testo di Collodi, Barra nega però che il
film fornisca una risposta a qualcosa. Pensa che l’obiettivo di
Benigni sia stato quello di regalare una favola agli spettatori, per
alimentare un immaginario sempre più povero di stimoli.
Un sogno della fantasia pronto a conquistare il mercato con una
distribuzione imponente, 860 copie. Un’astuta operazione di marketing?
Roberto è un artista troppo amato per averne bisogno.
Paola
Daniela Orlandini
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