Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

Speciale Pinocchio


PINOCCHIO
PARLANO GLI ATTORI

L’appuntamento è all’Excelsior di via Veneto. Organizzata in maniera impeccabile, la conferenza stampa si svolge senza contrattempi. Intervengono Carlo Giuffré-Geppetto, Alessandro Bergonzoni-Direttore del circo, Kim Rossi Stuart-Lucignolo, Beppe Barra-Grillo Parlante, Luis Molteni- Omino di Burro.
Ma il grande assente, il fantasma che aleggia in sala è Benigni-Pinocchio. Tutti ne parlano e lui non c’è, forse per non rubare la scena ai presenti. Per ora bisogna accontentarsi di vederlo campeggiare sulla locandina, con gli abiti striminziti di un monello cresciuto all’improvviso. “The child is the father of Man.” sostiene Wordsworth all’inizio del suo “Prelude”. E ha ragione, perché questo “Pinocchio” ha tutta l’aria di rivolgersi agli adulti tanto quanto ai bambini.

Il denominatore comune degli interpreti è l’esperienza in campo teatrale. A partire da Carlo Giuffré, che racconta con fervore: <<Collodi scrisse “Pinocchio” a puntate, da vecchio, quando aveva già 60 anni. Ha narrato una parabola che appartiene alla vita di tutti noi: l’innocenza di un bambino che gioca. Ma Pinocchio si umanizza dopo l’incontro con la Fata. Ed è quando si smette di giocare che inizia la tragedia. Collodi aveva perso suo padre a 16 anni e con Geppetto ha creato la figura paterna che avrebbe voluto. Era l’epoca dei padri severi, dei padri padroni, mentre Geppetto è buono e sempre pronto al perdono. È il padre per antonomasia, in un certo senso è come se partorisse da solo suo figlio.
Il romanzo di Collodi, che peraltro non aveva figli, è anche un’opera di denuncia: per l’ipocrita società borghese del tempo Pinocchio era un bambino cattivo, ma in realtà è lui che incontra adulti cattivi. Nitzsche diceva che l’uomo è maturo se sa ritrovare la serenità di quando giocava da bambino. Roberto non ha ancora abbandonato il fulgido momento dell’infanzia. Quando  l’ho visto interpretare Pinocchio con le gambe bruciate, mi sono commosso come se fosse davvero un bambino. Benigni è un adulto che ha recuperato la necessità del richiamo all’infanzia. Per questo sono convinto che il suo film entrerà nel gotha della cinematografia mondiale.>>

Peppe Barra, cantante-attore, debutta proprio con “Pinocchio” sul grande schermo. Gli sembra di vivere una favola. Dice di essere rimasto incantato dagli effetti speciali che l’hanno reso piccolo piccolo. Ricorda che sul set, dopo sei ore di trucco, Benigni non lo riconosceva nemmeno. Anticipa che il suo Grillo Parlante sarà pedante come quello della favola, ma molto simpatico. Non recita in dialetto napoletano nel film e per lui è stato impegnativo acquisire una corretta dizione, anche perché il regista era inflessibile. In effetti, tutti gli attori riconoscono che sul set Benigni era dolce e rigoroso al tempo stesso. Tanto sensibile da dedicare un sonetto ad ogni membro della troupe, sarte e macchinisti compresi.

Alessandro Bergonzoni coglie l’occasione per improvvisare uno show personale. Catapulta fiumi di parole e freddure. Afferma di aver scoperto solo recentemente che “Pinocchio” è stato scritto da Collodi, non da Cerami e Benigni. <<In ogni caso>>, sostiene, <<c’è dentro un po’ di loro.>> Definisce il suo personaggio come <<il più cinico e corporeo del film.>> Per la sua parte non sono stati necessari effetti speciali, solo <<affetti speciali.>> Sa che, dopo una simile megaproduzione, si rischia di <<cadere nel baratro, non si può che peggiorare.>> Pensa che nel film di Benigni ci sia dentro tutto, non solo l’aspetto pedagogico-sentimentale, ma anche quello intellettuale, immaginifico e surreale. L’unico neo, a suo parere, è che al protagonista si allunga il naso e non la rotula, altrimenti avrebbe potuto essere chiamato <<Ginocchio>>. E la fata, se solo fosse stata più veloce, avrebbe potuto diventare una <<Fata Turbina>>.

Dalla verve di Bergonzoni alla serietà di Kim Rossi Stuart, che si dichiara entusiasta della sua solare esperienza sul set: <<Per la prima volta ho lavorato senza alcun senso di espiazione, senza la sofferenza delle mie precedenti interpretazioni. Ho capito che si può lavorare sulle corde della gioia. Benigni è un artista planetario, ma umile, amante della gioia di vivere e non del potere. Il mio Lucignolo non è un personaggio negativo, non è cattivo, è un ragazzino rivoluzionario che vuole sovvertire le regole imposte dagli adulti. Non accetta compromessi. È un’esplosione di vitalità che desidera condurre una vita di puro godimento. E come dargli torto? Meglio un giorno da Lucignolo che cento da insoddisfatti.
Roberto ed io pensavamo che non fosse possibile recitare davvero come due bambini, altrimenti saremmo caduti nel patetico. Tuttavia, per calarmi nel personaggio, ho lavorato molto allo specchio per affinare i movimenti, la postura, la mimica. Ho osservato i ragazzini per strada e li ho emulati nel loro entusiasmo totalizzante. Ho rivissuto le loro emozioni, in particolare il sentimento dell’amicizia e dell’affinità con un coetaneo. Pinocchio e Lucignolo, infatti, sono amici come solo i bambini sanno esserlo. E in fondo sono uguali, solo che i genitori di Lucignolo non sono moralmente retti e premurosi come Geppetto e la Fata Turchina.>>
 
Qualcuno gli chiede se un adolescente come Lucignolo non dovrebbe trovarsi sull’orlo di un baratro di tristezza, pervaso dall’inquietudine piuttosto che dall’entusiasmo. <<Il mio Lucignolo cerca di sfuggire a questo baratro>>, risponde Rossi Stuart, <<non è come quello di Comencini, più vicino al protagonista de “I quattrocento colpi”>>

Luis Molteni, invece, ammette candidamente di non aver mai sentito parlare dell’Omino di Burro prima che Benigni gli proponesse la parte. Il suo personaggio è il più malvagio del film, un incubo per i bambini.

C’è chi avanza una lettura freudiana della storia. Chi, addirittura, individua reconditi messaggi politici nel film. Al di là delle possibili interpretazioni del testo di Collodi, Barra nega però che il film fornisca una risposta a qualcosa. Pensa che l’obiettivo di Benigni sia stato quello di regalare una favola agli spettatori, per alimentare un immaginario sempre più povero di stimoli.
Un sogno della fantasia pronto a conquistare il mercato con una distribuzione imponente, 860 copie. Un’astuta operazione di marketing? Roberto è un artista troppo amato per averne bisogno.

Paola Daniela Orlandini

Speciale Pinocchio


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