: CDI
PERSONAGGI E INTERPRETI
Eli Wurman: Al Pacino
Victoria Gray: Kim Basinger
Cary Lauren: Ryan O'Neal
Jilli: Tea Leoni
Elliot Sharansky: Richard Schiff

Brillante,
intraprendente e insolitamente sensibile, Eli Wurman è un prestigioso
PR che nella sua lunga professione ha guidato la vita pubblica di
personaggi famosi e potenti, dimostrando una preziosa abilità nel
risolvere anche le crisi più profonde. Incaricato dall'attore Cary
Launer di scortare sino all'aeroporto una scomoda starlette, Eli si
trova improvvisamente coinvolto in uno scioccante caso di omicidio,
legato alle sordide abitudini di un club privato a cui appartengono
importanti nomi della politica e dello spettacolo. Incapace di ricordare
i dettagli di quel tragico evento, Eli verrà assistito dalle amorevoli
attenzioni di Victoria, sua cara amica e vedova del fratello, con cui
tenterà al tempo stesso di concludere la più importante e sofferta
operazione diplomatica della sua carriera: allestire un convegno per la
difesa degli immigrati nigeriani e del loro diritto
all'integrazione.
People
I know è un film di aspettative irrisolte, scucito dai suoi
ripetuti tentativi di dilatare gli eventi nella loro sospensione. Al
centro di ognuno Al Pacino, che prova,
disperatamente, a stringere una gabbia intorno alle insoddisfazioni del
suo personaggio, osservato da una reverenziale distanza
dall’impreparato regista Daniel Algrant.
Il grande talento dell’attore riesce a stento a dar vita ad un
demiurgo che non può esistere senza le persone che coordina; ad un
burattinaio manovrato dai suoi stessi pupazzi, cosciente del suo crudele
martirio e per questo unico depositario della solitudine che logora le
maschere di questo coro metropolitano, ed unico a ravvisare la brutalità
del suo abbandono.
Ma
nonostante la sua efficace interpretazione, “People I know” è un film
formalmente frammentato, un mosaico riordinato alla rinfusa:
nasce da un soggetto articolato ed allettante che esibisce una calcata
impostazione teatrale, ma si perde nelle mani di un cineasta inesperto,
incapace di adeguare lo script ai generi e ai registri che si
avvicendano nella sua eterogenea struttura. I canovacci del thriller,
del melò e del noir restano chiusi nel loro embrione, interrotti
bruscamente piuttosto che stemperati nell’azione, come aspirazioni di
un artificio narrativo disfatto in una fiaba urbana ibrida e svigorita.
È l’avvilente prova che persino uno straordinario interprete,
lasciato al caso, non basta a trascinare una produzione lacunosa verso
la dignità di un’opera compiuta.