Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

I film del mese


MINORITY REPORT

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura
: Scott Frank, Jon Cohen
Fotografia
: Janusz Kaminski
Scenografia
: Alex McDowell
Costumi
: Deborah L.Scott
Musica
: John Williams
Montaggio
: Michael Kahn
Prodotto da
: Walter F.Parkes, Jan De Bont
(USA, 2002)

Durata
: 145'
Distribuzione cinematografica
: 20th Century Fox

PERSONAGGI E INTERPRETI

John Anderton: Tom Cruise
Agatha: Samantha Morton
Burgess: Max von Sydow
Danny Witwer: Colin Farrell
Gideon: Tim Blake Nelson

Secondo il noto produttore Aaron Spelling, nella fiction seriale “esistono solo sette trame originali”: anche nella fiction tout court, a nostro avviso. Ma vi sono molti modi per inscenarle. Prendiamo la storia narrata nell’ultimo film di Steven Spielberg: un uomo, accusato di un crimine che non ha (ancora?) commesso, è costretto a fuggire per dimostrare la propria innocenza. Niente di più, ma sfidiamo qualunque spettatore ad accorgersi di ciò prima che scorrano i titoli di coda. Il fatto è che Spielberg è uno dei più grandi cineasti viventi, capace di cavare l’impossibile da qualunque spunto: persino di trasformare una semplice pellicola d’azione in una delle più penetranti riflessioni sui rapporti fra Stato ed individuo che si siano mai viste sullo schermo. 

Ma andiamo con ordine: “Minority Report” prende le mosse da un breve racconto di Philip K.Dick, scrittore di fantascienza scomparso vent’anni orsono, prima di poter vedere quel “Blade Runner” da tutti ritenuto il miglior adattamento cinematografico d’un suo testo. Immersa in una dimensione quasi paranoide, l’opera sua ha sempre trattato dell’oppressione come business e dell’intrusione governativa nella mente degli individui, vista alla stregua d’invasione finale. La tesa sceneggiatura di Scott Frank e Jon Cohen dilata lo spunto iniziale con trovate assolutamente inedite (nel libro, per dirne una, il protagonista non ha bambini), tuttavia funzionali a potenziare l’impianto drammaturgico dell’opera ed a caricar la medesima di ulteriori risonanze emotive.

Siamo nel 2054, a Washington: la capitale è diventata, da qualche tempo, la città più sicura d’America. Il merito è dei Pre-Cog (da precognitives, cioè preveggenti), tre individui che vivono in una piscina ricolma d’una sorta di liquido amniotico ed in grado di vedere in anticipo gli omicidi che verranno commessi: uno speciale corpo di polizia, detto Pre-crimine - in collegamento 24 ore su 24 con i veggenti tramite un sofisticato computer - ha l’incarico d’individuare i futuri assassini e catturarli prima ch’essi commettano il delitto annunciato. A capo della squadra è John Anderton, un solerte funzionario che - perduto tragicamente il figlioletto, abbandonato dalla moglie - è maniacalmente attaccato al lavoro e si dedica alla repressione dei misfatti con uno zelo amplificato in modo abnorme dai sensi di colpa (anni prima, infatti, non seppe evitare che il suo bimbo sparisse). Pur impeccabile nell’esercizio delle proprie funzioni, Anderton è comunque un uomo che cammina sopra un filo sospeso. Fa uso costante di droghe illegali, è come divorato di dentro dalla propria attività ed alla fine è anche tallonato da un agente dell’FBI, incaricato di scovare eventuali falle nell’apparentemente perfetto sistema della precognizione. Ma tutto precipita quando, un brutto giorno, è proprio Anderton ad essere indicato dai Pre-Cog quale imminente autore di una uccisione...

Non vi diremo di più, Minority Report è anche uno straordinario meccanismo a suspense, un noir dei più classici trasferito di peso nel futuro, “un incrocio - sono parole di Spielberg - tra ‘Il falcone maltese’ ed ‘I predatori dell’arca perduta’, con un tocco di follia in più”. E’ tutte queste cose, certo, ma anche molto altro: un esercizio di stile impeccabile, un pezzo di cinema d’alta scuola, uno di quegli oggetti filmici che rendono assolutamente inutili le distinzioni tra ragioni dell’arte e dello spettacolo. Si pensi, per far degli esempi, alla sequenza iniziale, una elettrizzante corsa sul filo dei secondi per evitare che un marito sopprima la consorte adultera; alle scene in cui Cruise manovra l’interfaccia di un computer che fluttua a mezz’aria, con l’aria estatica di un direttore d’orchestra o di Tommy, il pin-ball wizard cieco degli Who; alla descrizione dell’universo che verrà, tra automobili che sfrecciano sulle fiancate dei grattacieli e pubblicità mirata ai singoli consumatori; od alla fuga con Agatha - non vi diremo chi è - resa incalzante dal non piccolo vantaggio sugli inseguitori che scoprirete...

Insomma, Spielberg è qui ai suoi vertici e Minority Report uno dei suoi capolavori: nell’inevitabile confronto con “Blade Runner” esso non sfigura, ed acquista in pregnanza sociopolitica quanto perde in pathos (non mancano, tuttavia, momenti sinceramente commoventi: basti pensare all’evocazione del possibile futuro d’un seienne scomparso di fronte ai genitori straziati). Stilisticamente, il film paga inevitabili debiti ad Hitchcock nella tematica di fondo: pur se lo scenario d’un mondo ove ogni persona cui si domanda aiuto pare persa nella propria follia rimanda all’Aldrich iperbolico di “Un bacio e una pistola” (1955)  e la visione d’un futuro disumanato e criptoorwelliano s’apparenta a quella straniante del “Brazil” (1985) di Terry Gilliam. Ma sono solo coordinate di comodo, punti di riferimento da manualistica cinefila: come tutti i grandi film, “Minority Report” non assomiglia che a se stesso (c’è un solo riferimento esplicito, all’ “Arancia meccanica” (1971) di Kubrick, nella scena del trapianto oculare). Nel futuro algido, quasi inciso nel cromo, ch’esso dipinge, le uniche oasi di conforto si collocano - un tema ricorrente, nella poetica del Nostro - nel passato: un filmino familiare, coi colori caldi dei dipinti di Rockwell, ad illustrare una dolcezza perduta per sempre; l’ologramma d’una compagna amatissima, sola cosa che di lei ormai ti fa compagnia; la voce malinconica di Billie Holiday che canta la sua “Solitude”, le note di “Moonriver” che gocciolano dagli altoparlanti d’un centro commerciale, mentre tutt’intorno non v’è più traccia di pietà per i giusti.

                                                                                                     Francesco Troiano

Speciale Minority Report Intervista a Steven Spielberg

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