MINORITY
REPORT
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia:
Steven Spielberg
Sceneggiatura: Scott Frank, Jon
Cohen
Fotografia: Janusz Kaminski
Scenografia: Alex McDowell
Costumi: Deborah L.Scott
Musica: John Williams
Montaggio: Michael Kahn
Prodotto da: Walter F.Parkes, Jan
De Bont
(USA, 2002)
Durata: 145'
Distribuzione cinematografica:
20th Century Fox
PERSONAGGI E INTERPRETI
John Anderton: Tom Cruise
Agatha: Samantha Morton
Burgess: Max von Sydow
Danny Witwer: Colin Farrell
Gideon: Tim Blake Nelson




Secondo il noto
produttore Aaron Spelling, nella fiction seriale “esistono solo sette
trame originali”: anche nella fiction tout court, a nostro avviso. Ma
vi sono molti modi per inscenarle. Prendiamo la storia narrata
nell’ultimo film di Steven Spielberg: un
uomo, accusato di un crimine che non ha (ancora?) commesso, è costretto
a fuggire per dimostrare la propria innocenza. Niente di più, ma
sfidiamo qualunque spettatore ad accorgersi di ciò prima che scorrano i
titoli di coda. Il fatto è che Spielberg è
uno dei più grandi cineasti viventi, capace di cavare l’impossibile
da qualunque spunto: persino di trasformare una semplice
pellicola d’azione in una delle più penetranti riflessioni sui
rapporti fra Stato ed individuo che si siano mai viste sullo
schermo.
Ma andiamo con
ordine: “Minority Report” prende le mosse da un breve racconto di Philip
K.Dick, scrittore di fantascienza scomparso vent’anni orsono,
prima di poter vedere quel “Blade Runner” da tutti ritenuto il
miglior adattamento cinematografico d’un suo testo. Immersa in una
dimensione quasi paranoide, l’opera sua ha sempre trattato
dell’oppressione come business e dell’intrusione governativa nella
mente degli individui, vista alla stregua d’invasione finale. La
tesa sceneggiatura di Scott Frank e Jon Cohen dilata lo spunto iniziale
con trovate assolutamente inedite (nel libro, per dirne una,
il protagonista non ha bambini), tuttavia funzionali a potenziare
l’impianto drammaturgico dell’opera ed a caricar la medesima di
ulteriori risonanze emotive.
Siamo nel 2054, a
Washington: la capitale è diventata, da qualche tempo, la città più
sicura d’America. Il merito è dei Pre-Cog (da precognitives, cioè
preveggenti), tre individui che vivono in una piscina ricolma d’una
sorta di liquido amniotico ed in grado di vedere in anticipo gli omicidi
che verranno commessi: uno speciale corpo di polizia, detto Pre-crimine
- in collegamento 24 ore su 24 con i veggenti tramite un sofisticato
computer - ha l’incarico d’individuare i futuri assassini e
catturarli prima ch’essi commettano il delitto annunciato. A capo
della squadra è John Anderton, un solerte funzionario che - perduto
tragicamente il figlioletto, abbandonato dalla moglie - è maniacalmente
attaccato al lavoro e si dedica alla repressione dei misfatti con uno
zelo amplificato in modo abnorme dai sensi di colpa (anni prima,
infatti, non seppe evitare che il suo bimbo sparisse). Pur impeccabile
nell’esercizio delle proprie funzioni, Anderton è comunque un uomo
che cammina sopra un filo sospeso. Fa uso costante di droghe illegali,
è come divorato di dentro dalla propria attività ed alla fine è anche
tallonato da un agente dell’FBI, incaricato di scovare eventuali falle
nell’apparentemente perfetto sistema della precognizione. Ma tutto
precipita quando, un brutto giorno, è proprio Anderton ad essere
indicato dai Pre-Cog quale imminente autore di una uccisione...
Non vi diremo di più,
Minority Report è anche uno straordinario
meccanismo a suspense, un noir dei più classici trasferito
di peso nel futuro, “un incrocio - sono parole di Spielberg - tra
‘Il falcone maltese’ ed ‘I predatori dell’arca perduta’, con
un tocco di follia in più”. E’ tutte queste cose, certo, ma anche
molto altro: un esercizio di stile impeccabile,
un pezzo di cinema d’alta scuola,
uno di quegli oggetti filmici che rendono assolutamente inutili le
distinzioni tra ragioni dell’arte e dello spettacolo. Si
pensi, per far degli esempi, alla sequenza iniziale, una elettrizzante
corsa sul filo dei secondi per evitare che un marito sopprima la
consorte adultera; alle scene in cui Cruise manovra l’interfaccia di
un computer che fluttua a mezz’aria, con l’aria estatica di un
direttore d’orchestra o di Tommy, il pin-ball wizard cieco degli Who;
alla descrizione dell’universo che verrà, tra automobili che
sfrecciano sulle fiancate dei grattacieli e pubblicità mirata ai
singoli consumatori; od alla fuga con Agatha - non vi diremo chi è -
resa incalzante dal non piccolo vantaggio sugli inseguitori che
scoprirete...
Insomma, Spielberg
è qui ai suoi vertici e Minority Report uno dei suoi capolavori:
nell’inevitabile confronto con “Blade Runner” esso non sfigura, ed
acquista in pregnanza sociopolitica quanto perde in pathos (non mancano,
tuttavia, momenti sinceramente commoventi: basti pensare
all’evocazione del possibile futuro d’un seienne scomparso di fronte
ai genitori straziati). Stilisticamente, il
film paga inevitabili debiti ad Hitchcock nella tematica di fondo:
pur se lo scenario d’un mondo ove ogni persona cui si domanda aiuto
pare persa nella propria follia rimanda all’Aldrich iperbolico di
“Un bacio e una pistola” (1955)
e la visione d’un futuro disumanato e criptoorwelliano
s’apparenta a quella straniante del “Brazil” (1985) di Terry
Gilliam. Ma sono solo coordinate di comodo, punti di riferimento da
manualistica cinefila: come tutti i grandi film, “Minority Report”
non assomiglia che a se stesso (c’è un solo riferimento esplicito,
all’ “Arancia meccanica” (1971) di Kubrick, nella scena del
trapianto oculare). Nel futuro algido, quasi inciso nel cromo, ch’esso
dipinge, le uniche oasi di conforto si collocano - un tema ricorrente,
nella poetica del Nostro - nel passato: un filmino familiare, coi colori
caldi dei dipinti di Rockwell, ad illustrare una dolcezza perduta per
sempre; l’ologramma d’una compagna amatissima, sola cosa che di lei
ormai ti fa compagnia; la voce malinconica di Billie Holiday che canta
la sua “Solitude”, le note di “Moonriver” che gocciolano dagli
altoparlanti d’un centro commerciale, mentre tutt’intorno non v’è
più traccia di pietà per i giusti.