Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

Speciale Minority Report


VEDERE UN ALTRO ORIZZONTE
Philip K.Dick vs. il cinema, operazione trionfo

La fama post-mortem per un artista è già di per sé una beffa. La fama post-morte grazie ad un’arte diversa da quella praticata è quasi una beffa doppia. Philip K.Dick è stato forse uno dei più grandi scrittori del Novecento; grande come Faulkner, Salinger o Hemingway. Se Ridley Scott non avesse realizzato Blade Runner, accendendo il cerino che ha sdoganato Dick dal limbo del genere (la fantascienza) nel quale risultava confinato, ben pochi avrebbero ritenuto Ubik, o La svastica sul sole (che ora è molto di moda ribattezzare in omaggio alla letteralità L’uomo nell’alto castello) testi fondamentali anche per i non amanti della SF. Pure, quanto ha capito e saputo restituire il cinema della visionarietà estrema, e così cinematografica, di Philip K.Dick anche alla luce dell’ultimo Minority Report? Nessun regista si è mai cimentato nella trasposizione di uno dei romanzi “lunghi”, anche se è in arrivo Un oscuro scrutare per la regia di Richard Linklater. Gli spunti diretti sono arrivati piuttosto dai racconti, dove è più semplice superare uno degli ostacoli principali che Dick mette sulla strada dei potenziali sceneggiatori: quell’affascinante costruzione di livelli di realtà che, simile ad una perversa teoria di scatole cinesi, intriga così tanto e depista il lettore, mentre rischia di affossare lo spettatore se non è correttamente applicata al cinema. Prova ne sia il faticoso incedere della seconda parte di un film “dickiano” come Vanilla Sky, e il precipitoso e per molti artificioso procedere a ritroso di un’altra pellicola che sembra uscita dalla penna dello scrittore, Mulholland Drive. Nel lavoro sui racconti prevalgono spesso soluzioni di semplificazione spettacolare che appiattiscono il livello della scrittura di Dick. 

Blade Runner indovina almeno un paio di ingressi nell’immaginario dello scrittore: la ricostruzione della megalopoli dell’eterna pioggia sui grandi schermi pubblicitari (divenuta non a caso proverbiale) e l’identificazione tra il cacciatore di androidi e il modello del detective classico. Poi l’andamento melodrammatico della narrazione e la musica pomposamente buonista di Vangelis spostano l’accento dal tema del racconto (il labile confine tra esseri umani e androidi) ad un istanza assai più particolare (la donna di cui Harrison Ford s’innamora è umana o no ?). Atto di forza recupera lo spunto di partenza di una delle più belle tra le short stories di Dick (è possibile trapiantare ricordi artificiale nella memoria di una persona, poi usato anche in Vanilla Sky) e lo mette a servizio delle qualità di Schwarzenegger, mutando il tutto in un comune film d’azione.

Minority Report sembra poter fare qualcosa di meglio. Sfoltimenti a parte, Spielberg mutua alla perfezione da Dick il senso di minaccia che deriva da una società onnisciente e omnivigilante, che per punire i delitti rischia di alterare la realtà sensibile. Ci voleva forse qualcosa di meglio di un Tom Cruise. Non muta Spielberg una considerazione generale che può essere fatta sui rapporti tra Dick e il cinema: che esistono più riferimenti dickiani in film che non sono trasposizioni dirette di romanzi dello scrittore di quanto siano dickiani le trasposizioni stesse. Vale a dire: è più facile annacquare un immaginario tanto complesso che cercare di restituirlo o di costruire “correlativi oggettivi”. 

L’elenco di questi riferimenti è già stato compilato da solerti giornalisti nel tempo in cui scriviamo, e spazia dal già citato Vanilla Sky al sopravvalutato Strange Days, all’Esercito delle 12 scimmie. Proprio il film di Gilliam può essere un buon orientamento per capire quanto sia faticoso ricreare lasciando inalterata la tranquillità dello spettatore il fascinoso incastro temporale tipico della scrittura di Dick. Il complesso muoversi avanti e indietro nel tempo di Bruce Willis finisce infatti per rendere arduo il cammino della sceneggiatura. È nondimeno in questo spaesamento, in questa dispersione dei punti di riferimento che si concentra tanta della poetica di Philip K.Dick, una sorta di concentrato delle patologie sociali post-belliche. Passata la giovinezza nel terrore della bomba, Dick ha infatto attraversato la spaventosa normalità degli anni Cinquanta americani per ritrovarsi nell’era di Kennedy, inizio del suo migliore momento creativo, a sondare lo spaventoso scollamento tra questa normalità e la realtà. Scollamento presto divenuto schizofrenia, paranoia, sfrenato consumo di droghe, estasi religiosa. La straordinaria modernità di Dick consiste nell’aver costruito una società dissociata e dominata dall’invadenza degli stimoli artificiali prima che tutti si accorgessero che questa società esisteva effettivamente. Dick più dickiano del cinema ispirato a Dick: la simpatica e postuma vendetta di un crap artist.

Riccardo Ventrella

Speciale Minority Report


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