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UN ALTRO ORIZZONTE
Philip K.Dick vs. il cinema, operazione trionfo
La
fama post-mortem per un artista è già di per sé una beffa. La fama
post-morte grazie ad un’arte diversa da quella praticata è quasi una
beffa doppia. Philip K.Dick è stato forse uno dei più grandi scrittori
del Novecento; grande come Faulkner, Salinger o Hemingway. Se Ridley
Scott non avesse realizzato Blade Runner, accendendo il cerino
che ha sdoganato Dick dal limbo del genere (la fantascienza) nel quale
risultava confinato, ben pochi avrebbero ritenuto Ubik, o La
svastica sul sole (che ora è molto di moda ribattezzare in omaggio
alla letteralità L’uomo nell’alto castello) testi
fondamentali anche per i non amanti della SF. Pure, quanto ha capito e
saputo restituire il cinema della visionarietà estrema, e così
cinematografica, di Philip K.Dick anche alla luce dell’ultimo Minority
Report? Nessun regista si è mai cimentato nella trasposizione di
uno dei romanzi “lunghi”, anche se è in arrivo Un oscuro scrutare per la regia di Richard Linklater. Gli spunti diretti sono arrivati piuttosto dai racconti, dove è più
semplice superare uno degli ostacoli principali che Dick mette sulla
strada dei potenziali sceneggiatori: quell’affascinante costruzione di
livelli di realtà che, simile ad una perversa teoria di scatole cinesi,
intriga così tanto e depista il lettore, mentre rischia di affossare lo
spettatore se non è correttamente applicata al cinema. Prova ne sia il
faticoso incedere della seconda parte di un film “dickiano” come Vanilla
Sky, e il precipitoso e per molti artificioso procedere a ritroso di
un’altra pellicola che sembra uscita dalla penna dello scrittore, Mulholland
Drive. Nel lavoro sui racconti prevalgono spesso soluzioni di
semplificazione spettacolare che appiattiscono il livello della
scrittura di Dick.
Blade
Runner indovina almeno un paio di ingressi nell’immaginario dello
scrittore: la ricostruzione della megalopoli dell’eterna pioggia sui
grandi schermi pubblicitari (divenuta non a caso proverbiale) e
l’identificazione tra il cacciatore di androidi e il modello del
detective classico. Poi l’andamento melodrammatico della narrazione e
la musica pomposamente buonista di Vangelis spostano l’accento dal
tema del racconto (il labile confine tra esseri umani e androidi) ad un
istanza assai più particolare (la donna di cui Harrison Ford
s’innamora è umana o no ?). Atto di forza recupera lo spunto
di partenza di una delle più belle tra le short stories di Dick (è
possibile trapiantare ricordi artificiale nella memoria di una persona,
poi usato anche in Vanilla Sky) e lo mette a servizio delle
qualità di Schwarzenegger, mutando il tutto in un comune film
d’azione.
Minority Report sembra poter
fare qualcosa di meglio. Sfoltimenti a parte, Spielberg mutua alla
perfezione da Dick il senso di minaccia che deriva da una società
onnisciente e omnivigilante, che per punire i delitti rischia di
alterare la realtà sensibile. Ci voleva forse qualcosa di meglio di un
Tom Cruise. Non muta Spielberg una considerazione generale che può
essere fatta sui rapporti tra Dick e il cinema: che esistono più
riferimenti dickiani in film che non sono trasposizioni dirette di
romanzi dello scrittore di quanto siano dickiani le trasposizioni
stesse. Vale a dire: è più facile annacquare
un immaginario tanto complesso che cercare di restituirlo o di costruire
“correlativi oggettivi”.
L’elenco
di questi riferimenti è già stato compilato da solerti giornalisti nel
tempo in cui scriviamo, e spazia dal già citato Vanilla Sky al
sopravvalutato Strange Days, all’Esercito delle 12 scimmie.
Proprio il film di Gilliam può essere un buon orientamento per capire
quanto sia faticoso ricreare lasciando inalterata la tranquillità dello
spettatore il fascinoso incastro temporale tipico della scrittura di
Dick. Il complesso muoversi avanti e indietro nel tempo di Bruce Willis
finisce infatti per rendere arduo il cammino della sceneggiatura. È
nondimeno in questo spaesamento, in questa dispersione dei punti di
riferimento che si concentra tanta della poetica di Philip K.Dick, una
sorta di concentrato delle patologie sociali post-belliche. Passata la
giovinezza nel terrore della bomba, Dick ha infatto attraversato la
spaventosa normalità degli anni Cinquanta americani per ritrovarsi
nell’era di Kennedy, inizio del suo migliore momento creativo, a
sondare lo spaventoso scollamento tra questa normalità e la realtà.
Scollamento presto divenuto schizofrenia, paranoia, sfrenato consumo di
droghe, estasi religiosa. La straordinaria modernità di Dick consiste
nell’aver costruito una società dissociata e dominata
dall’invadenza degli stimoli artificiali prima che tutti si
accorgessero che questa società esisteva effettivamente. Dick più
dickiano del cinema ispirato a Dick: la simpatica e postuma vendetta di
un crap artist.
Riccardo
Ventrella
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