Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

I film del mese


LA LOCANDA DELLA FELICITÀ
(XINGFU SHIGUANG)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura
: Gui Zi
Fotografia
: Hou Yong
Scenografia
: Cao Jiuping
Costumi
: Tong Huarniao
Musica
: San Bao
Montaggio
: Zhai Ru
Prodotto da
: Zhao Yu, Yang Quinglong, Zhou Ping, Zhang Weiping
(Cina, 2000)

Durata
: 106’
Distribuzione cinematografica
: 20th Century Fox

PERSONAGGI E INTERPRETI

Zhao: Zhao Benshan
Wu Ying: Dong Jie
Matrigna: Dong Lihua
Fu piccolo: Fu Biao
Li: Li Xuejian

Zhao è un pensionato senza risorse, che non ha avuto fortuna in amore. Convinto di aver finalmente conosciuto la donna della sua vita, le fa credere di essere il facoltoso proprietario di un albergo, “La locanda della felicità”. In verità, consigliato dal suo amico Li, l’unica cosa di cui riesce ad entrare in possesso è un vecchio autobus in disuso, abbandonato nel parco, che con il suo aiuto rimette a nuovo per poi affittarlo ad ore alle coppiette in cerca di un angolo privato. Nonostante riscuota un certo successo, i suoi guadagni non bastano a sostenere un matrimonio. Invitato a cena dalla cicciuta futura sposa, il vecchio conosce anche la figliastra di lei, cieca, abbandonata dal padre alle cure di una donna che non la vuole accanto e trattata come una serva. Con l’intento di liberarsene, la matrigna chiede a Zhao di trovarle un impiego e questi, incapace di rifiutare, accetta il fardello, preoccupandosi, però, di non far venire alla luce il suo raggiro. Ma Zao, coinvolgendo tutti i suoi amici, riesce ad ingannare anche la piccola Wu Ying, improvvisando per lei una “sala di massaggio”. Inaspettatamente, l’emarginazione che affligge i due protagonisti diventa ragione di un legame indissolubile, che li porterà a condividere forse i momenti più belli della loro vita. 

È in atto un evidente progresso nel cammino di Zhang Yimou verso la celebrazione dell’infanzia, comunicato nella semplicità dei simboli, fitti ma distanti da ogni accademismo. “La locanda della felicità” è un delicato gioco dei contrari, dove, continuamente, Yimou contrappone alla verità una bugia sfumata e all’atto del vedere la sua negazione, bagnando in una luce limpida l’asprezza del paesaggio urbano e del suo profilo emotivo, poiché proprio nella cecità di Wu Ying sceglie di comprimere l’innocenza e la purezza di una favola che affiora dalla miseria: Yimou, senza dubbio, conosce bene De Sica. In questo mondo fittizio curato da una farsa, ciò che la ragazza non vede diventa modello di una realtà che, repulsa o avvicinata, deve necessariamente lasciarsi filtrare dall’immaginazione. Autore di razza, Yimou ce ne mostra l’aspetto, con un dono d’amore che può esprimersi soltanto in un gesto cinematografico; un gesto dichiarato dall’onestà di una certezza modesta, dalla convinzione che un cuore cieco ed inviolato, negato agli inganni dello sguardo, come l’autobus/locanda possa custodire gelosamente i suoi segreti, erigendo l’unico ed eventuale riparo alla felicità. 

Attento a preservare una cadenza leggera, il film si dipana nel suo corso senza forzare accenti narrativi e affida lo spettatore/Zhao all’incantevole volto e alla guida della mano di Dong Jie, colmandola di primissimi piani che, sviluppati dal basso verso l’alto, ispirano nell’animo il ricordo d’immagini sepolte tra gli avanzi della nostra età acerba. Tale è, ad esempio, una carezza al centro di un’inquadratura, fotografia di un affetto, che offre ai due insoliti compagni un isolamento appena sfiorato dalla folla e dal formicolio delle sue ombre: dentro e fuori il cuore di Wu Ying, gli uomini si avvicendano come corpi celesti distratti ed inerti, che intorno al loro unico sole descrivono un’orbita ordinata di cui non hanno coscienza. Questo film è un atto d’amore raro e penetrante rivolto al cinema e alla vita, e insieme una delle esperienze più appaganti di questa stagione.

Francesco Russo


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