LA
LOCANDA DELLA FELICITÀ
(XINGFU SHIGUANG)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Gui Zi
Fotografia: Hou Yong
Scenografia: Cao Jiuping
Costumi: Tong Huarniao
Musica: San Bao
Montaggio: Zhai Ru
Prodotto da: Zhao Yu, Yang Quinglong, Zhou Ping, Zhang Weiping
(Cina, 2000)
Durata: 106’
Distribuzione cinematografica: 20th Century Fox
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Zhao: Zhao Benshan
Wu Ying: Dong Jie
Matrigna: Dong Lihua
Fu piccolo: Fu Biao
Li: Li Xuejian




Zhao
è un pensionato senza risorse, che non ha avuto fortuna in amore.
Convinto di aver finalmente conosciuto la donna della sua vita, le fa
credere di essere il facoltoso proprietario di un albergo, “La locanda
della felicità”. In verità, consigliato dal suo amico Li, l’unica
cosa di cui riesce ad entrare in possesso è un vecchio autobus in
disuso, abbandonato nel parco, che con il suo aiuto rimette a nuovo per
poi affittarlo ad ore alle coppiette in cerca di un angolo privato.
Nonostante riscuota un certo successo, i suoi guadagni non bastano a
sostenere un matrimonio. Invitato a cena dalla cicciuta futura sposa, il
vecchio conosce anche la figliastra di lei, cieca, abbandonata dal padre
alle cure di una donna che non la vuole accanto e trattata come una
serva. Con l’intento di liberarsene, la matrigna chiede a Zhao di
trovarle un impiego e questi, incapace di rifiutare, accetta il
fardello, preoccupandosi, però, di non far venire alla luce il suo
raggiro. Ma Zao, coinvolgendo tutti i suoi amici, riesce ad ingannare
anche la piccola Wu Ying, improvvisando per lei una “sala di
massaggio”. Inaspettatamente, l’emarginazione che affligge i due
protagonisti diventa ragione di un legame indissolubile, che li porterà
a condividere forse i momenti più belli della loro vita.
È
in atto un evidente progresso nel cammino di Zhang Yimou verso la
celebrazione dell’infanzia, comunicato nella semplicità
dei simboli, fitti ma distanti da ogni accademismo. “La locanda della
felicità” è un delicato gioco dei contrari, dove, continuamente,
Yimou contrappone alla verità una bugia sfumata e all’atto del vedere
la sua negazione, bagnando in una luce limpida l’asprezza del
paesaggio urbano e del suo profilo emotivo, poiché proprio nella cecità
di Wu Ying sceglie di comprimere l’innocenza e la purezza di una
favola che affiora dalla miseria: Yimou, senza dubbio, conosce bene De
Sica. In questo mondo fittizio curato da una farsa, ciò che la ragazza
non vede diventa modello di una realtà che, repulsa o avvicinata, deve
necessariamente lasciarsi filtrare dall’immaginazione. Autore di
razza, Yimou ce ne mostra l’aspetto, con un dono d’amore che può
esprimersi soltanto in un gesto cinematografico; un gesto dichiarato
dall’onestà di una certezza modesta, dalla convinzione che un cuore
cieco ed inviolato, negato agli inganni dello sguardo, come
l’autobus/locanda possa custodire gelosamente i suoi segreti, erigendo
l’unico ed eventuale riparo alla felicità.
Attento
a preservare una cadenza leggera, il film si dipana nel suo corso senza
forzare accenti narrativi e affida lo spettatore/Zhao all’incantevole
volto e alla guida della mano di Dong Jie, colmandola di primissimi
piani che, sviluppati dal basso verso l’alto, ispirano nell’animo il
ricordo d’immagini sepolte tra gli avanzi della nostra età acerba.
Tale è, ad esempio, una carezza al centro di un’inquadratura,
fotografia di un affetto, che offre ai due insoliti compagni un
isolamento appena sfiorato dalla folla e dal formicolio delle sue ombre:
dentro e fuori il cuore di Wu Ying, gli uomini si avvicendano come corpi
celesti distratti ed inerti, che intorno al loro unico sole descrivono
un’orbita ordinata di cui non hanno coscienza. Questo
film è un atto d’amore raro e penetrante rivolto al cinema e alla
vita, e insieme una delle esperienze più appaganti di questa stagione.