FIGLIO
(LE FILS)
CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia:
Jean-Pierre e Luc Dardenne
Fotografia:
Alain Marcoen
Scenografia:
Igor Gabriel
Costumi:
Monic Parelle
Montaggio:
Marie Hèlèn Dozo
Prodotto da:
Jean-Pierre e Luc
Dardenne, Denis Freyd
(Belgio, 2002)
Durata: 103'
Distribuzione cinematografica:
Lucky Red
PERSONAGGI E INTERPRETI
Olivier Gourmet: Olivier
Mogan Marinne: Francis
Isabella Soupart: Magali




Olivier è un esperto falegname, che
insegna il proprio mestiere in un centro per il recupero di giovani dal
passato oscuro (per la maggior parte, essi provengono dal riformatorio).
Preciso, attento, solitario, l’uomo si porta appresso una pena segreta
ed insostenibile: la sua vita è stata sconvolta dalla morte del
figlioletto, ucciso da un ragazzino undicenne intento a rubare
un’autoradio. Abbandonato dalla consorte, egli si è concentrato sul
lavoro: sino a che un giorno, cinque anni dopo, l’assassino di suo
figlio approda al centro. Dapprima riluttante, egli accetta poi di far
da maestro al ragazzo, senza tuttavia informarlo della situazione: la
sua ex-moglie è sconvolta quando viene a saperlo, ma l’uomo prosegue
dritto per la propria strada, sino a che...
C’è una svolta imprevista, a
chiudere la vicenda narrata da Jean-Pierre e Luc Dardenne ne “Il
figlio”: lo chiameremmo colpo di scena se fossimo in un giallo, ma il
cinema dei fratelli belgi - già autori del superbo “Rosetta” - si
colloca in zone difficilmente definibili ed ha, per soprammercato, un
rigore oggidì sconosciuto. Vengono in mente i nomi di Rossellini,
Dreyer, Bresson: paragoni alti, come si vede, che pure non bastano a dar
pieno conto della peculiarità d’uno sguardo filmico che davvero non
ha l’eguale.
Quel che colpisce, in questo film
tanto semplice da poter essere fruito da chiunque e tanto complesso da
reggere il confronto con molti capolavori letterari dell’Ottocento
russo (pensiamo, in particolare, a certi folgoranti racconti brevi di
Tolstoj, da “Dopo il ballo” a “La cedola falsa”), è la capacità
dei due cineasti di star addosso al protagonista - grazie pure ad una
camera di nuova invenzione, la A-Minima, incollata direttamente sulla
sua nuca - nel senso fisico della parola: la vecchia teoria zavattiniana
del pedinamento è qui piegata ad esiti totalmente opposti, laddove non
s’indulge a pietismi o sottolineature realistiche, men che mai a
psicologismi d’accatto. Pulsa, nello scorrere lento (eppur mosso da
un’invisibile frenesia interiore) dei fotogrammi, un sentimento laico
dell’esistenza che si nutre di pietas e poco abbisogna di parole. Lo
dimostra l’intenso sguardo finale - uno dei più alti momenti di
cinema dell’ultimo decennio - che corre fra Olivier e Francis nel
finale: un padre ed un figlio creati dalla sorte invece che dalla
natura, solo animati da quella caparbia pazienza che ci rende degni
dell’elevato - e talvolta doloroso - statuto di esseri umani.