Anno VIII - Numero 37 - Ottobre 2002

I film del mese


IL FIGLIO
(LE FILS)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Jean-Pierre e Luc Dardenne
Fotografia
: Alain Marcoen
Scenografia
: Igor Gabriel
Costumi
: Monic Parelle
Montaggio
: Marie Hèlèn Dozo
Prodotto da
: Jean-Pierre e Luc Dardenne, Denis Freyd
(Belgio, 2002)

Durata
: 103'
Distribuzione cinematografica
: Lucky Red

PERSONAGGI E INTERPRETI

Olivier Gourmet: Olivier
Mogan Marinne: Francis
Isabella Soupart: Magali

Olivier è un esperto falegname, che insegna il proprio mestiere in un centro per il recupero di giovani dal passato oscuro (per la maggior parte, essi provengono dal riformatorio). Preciso, attento, solitario, l’uomo si porta appresso una pena segreta ed insostenibile: la sua vita è stata sconvolta dalla morte del figlioletto, ucciso da un ragazzino undicenne intento a rubare un’autoradio. Abbandonato dalla consorte, egli si è concentrato sul lavoro: sino a che un giorno, cinque anni dopo, l’assassino di suo figlio approda al centro. Dapprima riluttante, egli accetta poi di far da maestro al ragazzo, senza tuttavia informarlo della situazione: la sua ex-moglie è sconvolta quando viene a saperlo, ma l’uomo prosegue dritto per la propria strada, sino a che...

C’è una svolta imprevista, a chiudere la vicenda narrata da Jean-Pierre e Luc Dardenne ne “Il figlio”: lo chiameremmo colpo di scena se fossimo in un giallo, ma il cinema dei fratelli belgi - già autori del superbo “Rosetta” - si colloca in zone difficilmente definibili ed ha, per soprammercato, un rigore oggidì sconosciuto. Vengono in mente i nomi di Rossellini, Dreyer, Bresson: paragoni alti, come si vede, che pure non bastano a dar pieno conto della peculiarità d’uno sguardo filmico che davvero non ha l’eguale.

Quel che colpisce, in questo film tanto semplice da poter essere fruito da chiunque e tanto complesso da reggere il confronto con molti capolavori letterari dell’Ottocento russo (pensiamo, in particolare, a certi folgoranti racconti brevi di Tolstoj, da “Dopo il ballo” a “La cedola falsa”), è la capacità dei due cineasti di star addosso al protagonista - grazie pure ad una camera di nuova invenzione, la A-Minima, incollata direttamente sulla sua nuca - nel senso fisico della parola: la vecchia teoria zavattiniana del pedinamento è qui piegata ad esiti totalmente opposti, laddove non s’indulge a pietismi o sottolineature realistiche, men che mai a psicologismi d’accatto. Pulsa, nello scorrere lento (eppur mosso da un’invisibile frenesia interiore) dei fotogrammi, un sentimento laico dell’esistenza che si nutre di pietas e poco abbisogna di parole. Lo dimostra l’intenso sguardo finale - uno dei più alti momenti di cinema dell’ultimo decennio - che corre fra Olivier e Francis nel finale: un padre ed un figlio creati dalla sorte invece che dalla natura, solo animati da quella caparbia pazienza che ci rende degni dell’elevato - e talvolta doloroso - statuto di esseri umani.

Francesco Troiano


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