: BIM
PERSONAGGI E INTERPRETI
Mamy:
Danielle Darrieux
Gaby: Catherine Deneuve
Pierrette: Fanny Ardant
Augustine: Isabelle Huppert
Catherine: Ludivine Sagnier
Suzon: Virginie Ledoyen
Louise: Emmanuelle Beart
Ma.me Chanel: Firmine Richard


In
una casa della provincia francese otto donne diverse per estrazione
sociale, per aspetto ed età, si ritrovano assieme per festeggiare il natale. La
mattina l’unico uomo di casa – il marito della Deneuve -
viene trovato morto. Catherine
Deneuve, ricca e altezzosa borghese (la moglie), Isabelle Huppert,
occhialuta, complessata ed isterica (la sorella di lei); Fanny Ardant,
dal passato ambiguo (la sorella del morto); Emanuelle Beart, bella e
licenziosa (la cameriera della Deneuve); Daniellle Darieux, avida e
sofisticata (la madre della Huppert e della Deneuve); Virgine Ledoyen e
Ludivine Sagnier, argute e viziate (le figlie di Catherine); Madame
Chanel, generosa e semplice (la cuoca di casa): tutte potrebbero aver
avuto un movente, tutte si dichiarano naturalmente innocenti. E, nella
ricerca dell’assassino (anzi: assassina), emergeranno i loro segreti
nascosti, inconfessati (e inconfessabili).
François
Ozon trascrive una pièce dell’autore francese Robert Thomas,
attingendo dai colori e dalle situazioni melodrammatiche di Douglas Sirk,
specie sul piano formale. Ma soprattutto lo stillicidio verbale in
famiglia ricorda ”Roulette Cinese” di Fassbinder – di cui Ozon ha
già diretto ”Gocce d’acqua su pietre roventi”-,
ed il genere, giallo-rosa,
rimanda ad Agatha Christie, in particolare ad ”Assassino sull’Orient-Express”,
sebbene venga alla mente anche il recente ”Gosford Park” di Robert
Altman. Ecco, se la prova delle attrici è ostinatamente sopra le righe
– ogni personaggio è imbottito di personalità sino a sfiorare il
clownesco -, se i dialoghi cercano, ma non trovano, un umorismo nero di
stampo britannico e se varie situazioni si risolvono drammaturgicamente
con baci improvvisi quanto gratuiti, che eludono qualsiasi sviluppo
della sceneggiatura, ebbene, il risultato è un film che per misurare il
proprio carattere si trasfigura in 8 personaggi sino a smaterializzare
un centro di gravità – che può essere un tipo, come un evento – e
rendere infine il risultato finale come un
ibrido tra l’operetta (ogni donna canta), il thriller, il giallo, la
commedia.
Ozon
non utilizza un registro interpretativo nel contenuto ma solo nella
forma: il che spiazza di continuo non lo spettatore – allora sì che sarebbe un bene – ma se
stesso, o, meglio, il film medesimo, che risulta allora un
assemblaggio di generi, di idee, insomma, privo di un metodo.
Come un’orchestra di eccellenti solisti con un direttore d’orchestra
che ne accentua l’individualismo senza pensare viceversa a miscelarne
i talenti per una risoluzione sublime. E’ un film che mostra come
splendidi primi piani, e una
storia intrigante non compongono un buon prodotto: per questo si
necessita di un occhio che sappia comprendere il Tutto (cast, script,
dialoghi, luci, locations, etc.) e concentrarlo nell’Uno
(il film stesso).