: Mikado
PERSONAGGI E INTERPRETI
Manesquier: Jean Richefort
Milan: Johnny Hallyday
Max: Charlie Nelson
Louis: Jean-François Stévenin
Viviane: Isabelle Petit-Jacques



La
stazione ferroviaria di una città di provincia francese. Milan, un tipo
poco raccomandabile, scende dal treno. Taciturno e scontroso l'uomo si
trova nella cittadina perché ha intenzione di rapinare la banca del
paese con l'aiuto di due complici. Ma è stanco del suo lavoro, sogna di
vivere quel che gli resta in pantofole, sorseggiando tè e fumando la
pipa, proprio come il suo padrone di casa Manesquier. Quest'ultimo, al
contrario, è un professore in pensione che vive in una casa
grande e decadente, con un enorme giardino che lo protegge dai
curiosi. La sua vita è sempre stata all'insegna della moderazione e
della ripetitività: le lezioni a scuola, la vita casalinga con la
madre, le serate passate a leggere o a giocare a domino. Manesquier è
stanco di quella noia, aspirerebbe ad una vita movimentata,
imprevedibile, ed è normale pertanto che sia affascinato dal suo
inquilino, così differente da lui. Entrambi però sono giunti ad un
bivio della loro esistenza. Venerdì Milan compierà la sua
ultima rapina e poi andrà a godersi la vecchiaia in qualche isola
lontana, Manesquier dovrà essere operato al cuore e si ripromette, se
sopravviverà, di abbandonare la grigia città nella quale ha vissuto.
L'incrocio
di due esistenze è alla base del nuovo film di Patrice
Leconte. Presentato all'ultimo festival di Venezia, con un felice
riscontro di pubblico, L'uomo del treno è una
delle opere più riuscite del regista francese. Il ritorno
alla sceneggiatura di Claude Klotz (già autore con Leconte del
celeberrimo "Il
marito della parrucchiera") ha contribuito alla riuscita dell'opera,
che trova il suo punto di forza nel tratteggio finissimo dei personaggi,
interpretati con toni dolenti e malinconici da Jean
Rochefort e Johnny Halliday. A ciò
si aggiunga un ritratto inusuale di una livida Francia di provincia,
poco visitata sul grande schermo. Il film si vede con piacere anche se
non si può fare a meno di sottolineare un manierismo
stucchevole che negli anni '60 avrebbe fatto di Leconte uno
dei massimi esponenti del cosiddetto "cinema di papà", come
veniva chiamato con sarcasmo dagli autori della nouvelle vague.