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IL
POPOLO MIGRATORE
(LE PEUPLE MIGRATEUR)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia:
Jacques Perrin
Co-regia: Jacques Cluzaud, Michel Debats
Fotografia:
Thierry Machado, Dominique Gentil, Philippe Garguil, Laurent Charbonnier
Musica: Bruno
Coulais
Montaggio:
Marie-Josèphe Yoyotte
Prodotto da: Galatée Films, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma,
Bac Films
(2001, Francia/Italia/Germania/Spagna/Svizzera)
Durata: 89’
Distribuzione cinematografica:
Lucky Red
   
Gli uccelli migratori
intraprendono spesso viaggi di svariate migliaia di chilometri, irti di
pericoli, molti coprendo queste enormi distanze per la prima volta,
superando le più alte montagne, le distese oceaniche i deserti
infuocati ed affrontando le intemperie. La migrazione assume le
proporzioni di una lotta per la sopravvivenza che può protrarsi per
mesi, lungo stagioni diverse in relazione al loro rispettivo emisfero
d’origine. Alcuni volano senza posa, notte e giorno. Altri, sosta dopo
sosta, raggiungeranno la loro lontana destinazione, la loro terra
promessa solo quando saranno allo stremo delle forze.
Come in una panoramica a
schiaffo, dal basso verso l’alto, Jacques
Perrin ed i suoi collaboratori deviano l’attenzione dal “popolo
dell’erba” ai pionieri dell’aria, aprendo le porte ad
un universo poetico altrettanto suadente. Già autrice di
“Microcosmos”, questa autorevole equipe di documentaristi per
formazione prosegue lo scandaglio di un territorio cinematografico che
afferma, con sconcertante intensità, l’esclusiva procedura della sua
ricerca estetica e dei suoi criteri narrativi. In un certo qual modo e
al pari del precursore, “Il popolo migratore” riconduce l’arte di
far cinema all’essenzialità della sua grammatica, attraverso
l’imposizione del montaggio, quale requisito primario dell’immagine
in movimento: poiché, in fin dei conti, la storia della vita alla
conquista dei cieli non necessita una fase di pre-scrittura, ma può
palesare le sfumature epiche del suo decorso partendo
dall’osservazione e giungendo a svincolarsi dall’intento di una
ricostruzione prosaica. Quindi, affrancata dai fini didattici del
documentario accademico – spesso accusato dai naturalisti di seguire
un procedimento descrittivo coatto e contraddittorio – di cui conserva
soltanto una fotografia asciutta, l’arte di
Perrin afferma la sua appartenenza alla migliore tradizione del cinema
fiabesco e diventa teatro di una e mille storie, che non sono
metafora della condizione umana, bensì favole autentiche che si aprono
e chiudono in una bellezza primitiva ed indisturbata da miliardi di
anni, ricondotta al miracolo stesso dell’esistenza.
La nascita del volo, il
suo ruolo decisivo nella diffusione delle diversificazioni biologiche,
la severità meravigliosa di un impulso che attraverso le ere ha indotto
generazioni di specie nomadi a viaggiare per migliaia di chilometri
verso una meta e poi di nuovo indietro, acquisiscono ne “Il popolo
migratore” l'ampiezza di un canto liturgico di cui la musica e la voce
fuori campo sono solo il coro, assunto ad accompagnare le tappe di
un’avventura che si abbottona tra una tragedia ed un trionfo, mentre
la vita, immobile nel determinismo, segue il proprio ciclo
disinteressata della nostra intrusione. Intendiamoci: si tratta di una
storia fittizia nel suo valore scientifico, ma è al contempo una delle
più incantevoli mai raccontate.
Francesco
Russo
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