Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

I film del mese


IL POPOLO MIGRATORE
(LE PEUPLE MIGRATEUR)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Jacques Perrin
Co-regia: Jacques Cluzaud, Michel Debats

Fotografia
: Thierry Machado, Dominique Gentil, Philippe Garguil, Laurent Charbonnier
Musica
: Bruno Coulais
Montaggio
: Marie-Josèphe Yoyotte
Prodotto da
: Galatée Films, France 2 Cinéma, France 3 Cinéma, Bac Films
(2001, Francia/Italia/Germania/Spagna/Svizzera)

Durata
: 89’
Distribuzione cinematografica
: Lucky Red

Gli uccelli migratori intraprendono spesso viaggi di svariate migliaia di chilometri, irti di pericoli, molti coprendo queste enormi distanze per la prima volta, superando le più alte montagne, le distese oceaniche i deserti infuocati ed affrontando le intemperie. La migrazione assume le proporzioni di una lotta per la sopravvivenza che può protrarsi per mesi, lungo stagioni diverse in relazione al loro rispettivo emisfero d’origine. Alcuni volano senza posa, notte e giorno. Altri, sosta dopo sosta, raggiungeranno la loro lontana destinazione, la loro terra promessa solo quando saranno allo stremo delle forze. 

Come in una panoramica a schiaffo, dal basso verso l’alto, Jacques Perrin ed i suoi collaboratori deviano l’attenzione dal “popolo dell’erba” ai pionieri dell’aria, aprendo le porte ad un universo poetico altrettanto suadente. Già autrice di  “Microcosmos”, questa autorevole equipe di documentaristi per formazione prosegue lo scandaglio di un territorio cinematografico che afferma, con sconcertante intensità, l’esclusiva procedura della sua ricerca estetica e dei suoi criteri narrativi. In un certo qual modo e al pari del precursore, “Il popolo migratore” riconduce l’arte di far cinema all’essenzialità della sua grammatica, attraverso l’imposizione del montaggio, quale requisito primario dell’immagine in movimento: poiché, in fin dei conti, la storia della vita alla conquista dei cieli non necessita una fase di pre-scrittura, ma può palesare le sfumature epiche del suo decorso partendo dall’osservazione e giungendo a svincolarsi dall’intento di una ricostruzione prosaica. Quindi, affrancata dai fini didattici del documentario accademico – spesso accusato dai naturalisti di seguire un procedimento descrittivo coatto e contraddittorio – di cui conserva soltanto una fotografia asciutta, l’arte di Perrin afferma la sua appartenenza alla migliore tradizione del cinema fiabesco e diventa teatro di una e mille storie, che non sono metafora della condizione umana, bensì favole autentiche che si aprono e chiudono in una bellezza primitiva ed indisturbata da miliardi di anni, ricondotta al miracolo stesso dell’esistenza. 

La nascita del volo, il suo ruolo decisivo nella diffusione delle diversificazioni biologiche, la severità meravigliosa di un impulso che attraverso le ere ha indotto generazioni di specie nomadi a viaggiare per migliaia di chilometri verso una meta e poi di nuovo indietro, acquisiscono ne “Il popolo migratore” l'ampiezza di un canto liturgico di cui la musica e la voce fuori campo sono solo il coro, assunto ad accompagnare le tappe di un’avventura che si abbottona tra una tragedia ed un trionfo, mentre la vita, immobile nel determinismo, segue il proprio ciclo disinteressata della nostra intrusione. Intendiamoci: si tratta di una storia fittizia nel suo valore scientifico, ma è al contempo una delle più incantevoli mai raccontate.

Francesco Russo


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