Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

Il pianista


ROMAN, DI PADRE POLACCO
Polanski e il cinema del trauma

Una vita segnata dalla morte, che nell’arte ha fatto del trauma una visione del mondo. Chi volesse riassumere in un breve periodo l’essenza del cinema di Roman Liebling alias Polanski difficilmente potrebbe esimersi dalla tragica vicenda che ne hanno segnato la biografia. La perdita della madre nei campi di concentramento polacchi, la fuga dal ghetto, il difficile dopoguerra, il brutale omicidio della moglie Sharon Tate nella villa di Bel-Air ad opera della Manson Family, una brutta vicenda giudiziaria con una ragazza poco meno che adolescente. Il suo è un vero e proprio viaggio nelle ferite dell’anima, nei recessi più profondi della psiche, non a caso da sempre avvicinato ad un altro “traumatico” per eccellenza, Alfred Hitchcock. 

Amante dei luoghi chiusi Polanski, come la barca de Il coltello nell’acqua (1962), il film che lo rivelò nella patria Polonia, il castello di Cul-de-sac (1966), che ne svelò le grandi ambizioni bizzarro-grottesche poi concentrate in Per favore non mordermi sul collo e nel poco fortunato Pirati, la casa de La morte e la fanciulla, sadomasochistica ricognizione nella psicologia della vittima che fu un primo passo verso la riemersione della ferita dell’Olocausto, passo ora accentuato nel Pianista vincitore a Cannes. Come Hitchcock sensibile all’orrore che cresce nella normalità, o alla “paura in pubblico”. Le allucinazioni erotico-punitive di Catherine Deneuve vergine repressa in Repulsion, e quella straordinaria discesa all’inferno che è Rosemary’s Baby, capolavoro di costruzione drammaturgica per come sa accumulare dettagli orrorifici sotto una patina di colorato e consolatorio quieto vivere di una inquietante middle-class. Una sorta di “A piedi nudi nel parco con Satana” che non può fare a meno di sconvolgere ad ogni visione, con Polanski perfetto esattore dell’umana abiezione. 

Perfetto e hitchcockiano come in Rosemary’s Baby Roman lo è stato forse solo in Frantic, altra citazione della “paura in pubblico” direttamente da L’uomo che sapeva troppo, e in quell’amaro post-noir che è Chinatown, con il naso ferito di Jack Nicholson a segnare un’epoca. Spesso coinvolto nel feticismo, come in Luna di fiele, o in una sessualità esacerbata e nascosta sotto le pudenda di un romanzo di Thomas Hardy (Tess), capace di esporsi a qualche passo decisamente falso (La nona porta, una imitazione argentiana), Polanski si è fatto portatore di uno stile algidamente carnale, assai attratto dal senso del peccato e contemporaneamente capace di punirsi violentemente per questo, colpevolizzando a dismisura il processo della visione. Forse per questo il suo più grande film misconosciuto è quel Macbeth brumoso portato a termine nel 1971. Vera radiografia dell’elaborazione del lutto per l’orrenda morte della moglie, si porta dietro nelle nebbie di Scozia un coacervo di incubi e sensi di colpa che ne fanno un vero e proprio macigno della psiche. A Shakespeare sarebbe piaciuto.

Riccardo Ventrella

Il pianista


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