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ROMAN,
DI PADRE POLACCO
Polanski
e il cinema del trauma
Una vita
segnata dalla morte, che nell’arte ha fatto del trauma una visione del
mondo. Chi volesse riassumere in un breve periodo l’essenza del cinema
di Roman Liebling alias Polanski difficilmente potrebbe esimersi dalla
tragica vicenda che ne hanno segnato la biografia. La perdita della
madre nei campi di concentramento polacchi, la fuga dal ghetto, il
difficile dopoguerra, il brutale omicidio della moglie Sharon Tate nella
villa di Bel-Air ad opera della Manson Family, una brutta vicenda
giudiziaria con una ragazza poco meno che adolescente. Il suo è un vero
e proprio viaggio nelle ferite dell’anima, nei recessi più profondi
della psiche, non a caso da sempre avvicinato ad un altro
“traumatico” per eccellenza, Alfred Hitchcock.
Amante dei luoghi
chiusi Polanski, come la barca de Il
coltello nell’acqua (1962), il film che lo rivelò nella patria
Polonia, il castello di Cul-de-sac
(1966), che ne svelò le grandi ambizioni bizzarro-grottesche poi
concentrate in Per favore non mordermi sul collo e nel poco fortunato Pirati,
la casa de La morte e la fanciulla, sadomasochistica ricognizione nella
psicologia della vittima che fu un primo passo verso la riemersione
della ferita dell’Olocausto, passo ora accentuato nel Pianista vincitore a Cannes. Come Hitchcock sensibile all’orrore
che cresce nella normalità, o alla “paura in pubblico”. Le
allucinazioni erotico-punitive di Catherine Deneuve vergine repressa in Repulsion, e quella straordinaria discesa all’inferno che è Rosemary’s
Baby, capolavoro di costruzione drammaturgica per come sa accumulare
dettagli orrorifici sotto una patina di colorato e consolatorio quieto
vivere di una inquietante middle-class. Una sorta di “A piedi nudi nel
parco con Satana” che non può fare a meno di sconvolgere ad ogni
visione, con Polanski perfetto esattore dell’umana abiezione.
Perfetto
e hitchcockiano come in Rosemary’s Baby Roman lo è stato forse solo in Frantic, altra citazione della “paura in pubblico” direttamente
da L’uomo che sapeva troppo,
e in quell’amaro post-noir che è Chinatown,
con il naso ferito di Jack Nicholson a segnare un’epoca. Spesso
coinvolto nel feticismo, come in Luna
di fiele, o in una sessualità esacerbata e nascosta sotto le
pudenda di un romanzo di Thomas Hardy (Tess),
capace di esporsi a qualche passo decisamente falso (La
nona porta, una imitazione argentiana), Polanski si è fatto
portatore di uno stile algidamente carnale, assai attratto dal senso del
peccato e contemporaneamente capace di punirsi violentemente per questo,
colpevolizzando a dismisura il processo della visione. Forse per questo
il suo più grande film misconosciuto è quel Macbeth
brumoso portato a termine nel 1971. Vera radiografia
dell’elaborazione del lutto per l’orrenda morte della moglie, si
porta dietro nelle nebbie di Scozia un coacervo di incubi e sensi di
colpa che ne fanno un vero e proprio macigno della psiche. A Shakespeare
sarebbe piaciuto.
Riccardo
Ventrella
Il
pianista
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