Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

I film del mese


IL PIANISTA
(THE PIANIST)

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaRoman Polanski
Sceneggiatura
Ronald Harwood
Fotografia
Pawel Edelman
Scenografia
Allan Starski
Costumi
Anna Sheppard
Musica
Wojciech Kilar
Montaggio
Herve De Luze
Prodotto da
Alain Sarde, Robert Benmussa, Gene Gutowski
(Polonia/Olanda, 2002)

Durata
148'
Distribuzione cinematografica
01 Distribution

PERSONAGGI E INTERPRETI

Wladyslaw Szpilman: Adrien Brody
Capitano Wilm Hosenfeld: Thomas Kretschman
Padre: Frank Finlay
Madre: Maureen Lipman
Dorota: Emilia Fox
Henryk: Ed Stoppard

Sulla carta, “Il pianista” poteva suscitare parecchie riserve: una coproduzione europea a grosso budget, girata in inglese, di quelle dove sovente vanno perdute le connotazioni nazionali senza che si aderisca neppure alla logica hollywoodiana del megaspettacolo. Va detto subito che la pellicola evita di slancio le trappole di cui sopra, risultando di gran lunga la migliore dell’ultimo Polanski, cineasta che pareva ormai avviato ad una mesta quanto dignitosa decadenza. Egli aveva rifiutato, a suo tempo, la proposta di dirigere “Schindler’s List” fattagli da Spielberg: forse non desiderava lavorare per un regista anch’egli autore epperciò dotato d’una precisa visione delle cose, oppure non si sentiva pronto ad affrontare un argomento - quello delle deportazioni, della distruzione del ghetto e del bombardamento di Varsavia - dolorosamente nodale nel proprio percorso di individuo. 

E’ stata una fortuna che, nel luglio del 1999, egli si sia imbattuto nel volume di memorie di Wladyslaw Szpilman, un valente musicista miracolosamente sopravvissuto a quegli orrori (morirà nel giugno dell’anno successivo, poco dopo aver incontrato Polanski): l’occasione di dislocare la propria drammatica esperienza in quella di un altro dev’esser parsa al Nostro ideale per elaborare fruttuosamente un lutto a lungo trascinato. Concepito secondo canoni classici, con la tragedia individuale che s’inscrive in quella collettiva e ne acuisce la terribilità, il film descrive nella prima parte - con spaventosa esattezza, con partecipata angoscia - come la comunità ebraica sprofondi dalla vita d’ogni giorno in un maelstrom segnato da continue umiliazioni, feroci pestaggi, infine esecuzioni casuali ed immotivate; dipoi, deprivato il giovane protagonista del proprio status di agiato borghese intellettuale, ne scandisce la discesa agli inferi attraverso gironi che si chiamano assuefazione al dolore proprio, indifferenza nei confronti dell’altrui, perdita di ogni dignità, predominio d’un animalesco istinto di sopravvivenza. Il tutto, pel tramite di immagini che restano incise nella memoria: lo Szpilman ridotto a nascondersi come un topo, aggrappato ad un vasetto di cetrioli, od isolato da un dolly che s’alza a mostrarlo fra le rovine d’una Varsavia devastata, sono pagine di cinema grande, da amare senza riserve. 

L’unico limite, semmai, deriva da un eccessivo insistere - segnatamente nella seconda metà, affliggente nel metraggio anche per il più bendisposto degli spettatori - su concetti che appaiono limpidi da subito, dunque non necessitanti di soverchie sottolineature. Opera composta e tradizionale, “Il pianista” acclara quanto possa costare la vita al tempo del colera, piegando lo spettacolo alla rappresentazione della Storia: meglio che mai, lo fa nella sequenza in cui Wladyslaw può salvarsi solo uscendo dalla folla dei deportati a Treblinka. In silenzio, ignorando il destino dei propri familiari, non voltandosi indietro; mettendo a tacere il cuore, soprattutto senza correre.

Francesco Troiano


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