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Distribution
PERSONAGGI E INTERPRETI
Wladyslaw Szpilman:
Adrien Brody
Capitano Wilm Hosenfeld: Thomas Kretschman
Padre: Frank Finlay
Madre: Maureen Lipman
Dorota: Emilia Fox
Henryk: Ed Stoppard



Sulla
carta, “Il pianista” poteva suscitare parecchie riserve: una
coproduzione europea a grosso budget, girata in inglese, di quelle dove
sovente vanno perdute le connotazioni nazionali senza che si aderisca
neppure alla logica hollywoodiana del megaspettacolo. Va detto subito
che la pellicola evita di slancio le trappole di cui sopra, risultando
di gran lunga la migliore dell’ultimo Polanski, cineasta che pareva
ormai avviato ad una mesta quanto dignitosa decadenza. Egli aveva
rifiutato, a suo tempo, la proposta di dirigere “Schindler’s List”
fattagli da Spielberg: forse non desiderava lavorare per un regista
anch’egli autore epperciò dotato d’una precisa visione delle cose,
oppure non si sentiva pronto ad affrontare un argomento - quello delle
deportazioni, della distruzione del ghetto e del bombardamento di
Varsavia - dolorosamente nodale nel proprio percorso di individuo.
E’
stata una fortuna che, nel luglio del 1999, egli si sia imbattuto nel
volume di memorie di Wladyslaw Szpilman, un valente musicista
miracolosamente sopravvissuto a quegli orrori (morirà nel giugno
dell’anno successivo, poco dopo aver incontrato Polanski):
l’occasione di dislocare la propria drammatica esperienza in quella di
un altro dev’esser parsa al Nostro ideale per elaborare fruttuosamente
un lutto a lungo trascinato. Concepito secondo canoni classici, con la
tragedia individuale che s’inscrive in quella collettiva e ne acuisce
la terribilità, il film descrive nella prima parte - con spaventosa
esattezza, con partecipata angoscia - come la comunità ebraica
sprofondi dalla vita d’ogni giorno in un maelstrom segnato da continue
umiliazioni, feroci pestaggi, infine esecuzioni casuali ed immotivate;
dipoi, deprivato il giovane protagonista del proprio status di agiato
borghese intellettuale, ne scandisce la discesa agli inferi attraverso
gironi che si chiamano assuefazione al dolore proprio, indifferenza nei
confronti dell’altrui, perdita di ogni dignità, predominio d’un
animalesco istinto di sopravvivenza. Il tutto, pel tramite di immagini
che restano incise nella memoria: lo Szpilman ridotto a nascondersi come
un topo, aggrappato ad un vasetto di cetrioli, od isolato da un dolly
che s’alza a mostrarlo fra le rovine d’una Varsavia devastata, sono
pagine di cinema grande, da amare senza riserve.
L’unico limite,
semmai, deriva da un eccessivo insistere - segnatamente nella seconda
metà, affliggente nel metraggio anche per il più bendisposto degli
spettatori - su concetti che appaiono limpidi da subito, dunque non
necessitanti di soverchie
sottolineature. Opera composta e tradizionale, “Il pianista” acclara
quanto possa costare la vita al tempo del colera, piegando lo spettacolo
alla rappresentazione della Storia: meglio che mai, lo fa nella sequenza
in cui Wladyslaw può salvarsi solo uscendo dalla folla dei deportati a Treblinka. In silenzio, ignorando il destino dei
propri familiari, non voltandosi indietro; mettendo a tacere il cuore,
soprattutto senza correre.