Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

Hollywood Ending


INTERVISTA A WOODY ALLEN

Il suo film parla di un regista che dirige un film completamente cieco. Qual è il film da lei realizzato, per il quale ritiene di essere stato cieco? E che magari la critica ha salvato?
Credo Manhattan. Lo realizzai con una grande passione per la città di New York, ma senza pensare assolutamente alle conseguenze. Quando finii di montarlo ne fui insoddisfatto. Avrei quasi voluto buttarlo, e invece ebbe un successo immenso e New York era una star che aveva pari dignità con  le due attrici del film, Mariel Hemingway e Diane Keaton.

Quindi si potrebbe dire che è stato salvato dalla critica, come nel suo film?
Sì, ma in quel caso anche dal pubblico.

Il fatto che nel suo film la critica francese salvi un’opera che sembrerebbe non riuscita è ironico nei confronti del pubblico francese?
In realtà io ho un rapporto speciale con il pubblico francese. Loro mi vogliono bene ed apprezzano sempre i miei film. Era un scherzo affettuoso nei loro confronti.

Un personaggio del suo film sostiene che un regista che non pensa al proprio pubblico da’ luogo ad una masturbazione, lo crede davvero?
Assolutamente no. Io penso tutto il contrario. Credo che un regista debba essere fedele a se stesso e poi essere così fortunato da trovare riscontro nel pubblico. Io sono sempre stato fortunato. Gran parte della regia non viene dai sensi superficiali, ma promana dall’inconscio. Non si può consciamente manipolare qualcosa per farlo diventare arte, l’arte viene spontaneamente. Un regista deve tentare di essere il più spontaneo possibile ed essere fedele alla propria visione. Questo è ciò che è successo ad artisti come Fellini, Kurosawa, Chaplin, Keaton. Hanno seguito il proprio modo di vedere le cose e sono stati dei grandi artisti. Naturalmente sono stati anche fortunati con il pubblico.

Lei si trova spesso in disaccordo con il giudizio dei critici o del pubblico?
Molto spesso. A volte film che ritenevo ottimi sono andati male e film per me deludenti sono piaciuti. Non tutto va bene per la maggior parte del pubblico. Questo succede anche in letteratura, un artista come Dickens è universalmente apprezzato e riconosciuto, mentre Elliott o Joyce sono sicuramente più ostici e difficili. Ci sono molti artisti fedeli a se stessi, che non avranno mai successo e questo non significa che non siano validi. Oltretutto il sistema non aiuta, soprattutto negli Stati Uniti. Io sono sempre stato molto critico con Hollywood, forse troppo. Eppure mi è inevitabile perché si producono talmente tanti brutti film, che è difficile decidere di  andare al cinema e trovare una bella pellicola. Vengono spesi un sacco di soldi per produrre delle sciocchezze mentre magari alcuni autori soffrono tante limitazioni per mancanza di soldi e non possono esprimersi come vogliono, costretti ad elemosinare su ogni cosa.

Non salverebbe nessun film, nessun regista?
In generale trovo che il cinema europeo sia più brillante, più vero di quello americano. In Europa il cinema è molto più vicino all’arte. Negli Stati uniti anche i rarissimi buoni film hanno sempre un piede nel business e nel lato economico della questione. Non dico che non ci siano stati grandi registi e splendidi film. "Quarto potere" di Orson Welles, "Il tesoro della sierra madre" di Huston, "Orizzonti di gloria" di Kubrick sono degli esempi. Ma continuo a pensare che non siano paragonabili ai migliori film realizzati in Europa, penso a "Ladri di Biciclette" di De Sica o a "Otto e mezzo" di Fellini.

E nella cinematografia americana attuale non trova nessun autore interessante?
Non dico questo. Scorsese, Coppola per esempio sono degli ottimi registi, ma anche Paul Thomas Anderson, l’autore di Magnolia è molto brillante.

Non ha mai pensato di venire a lavorare in Europa?
Sì sarebbe interessante, ma sconvolgerebbe la vita ai miei figli, a mia moglie e probabilmente anche a me. E poi io ho sempre  vissuto a New York e ho delle storie adatte a New York. Sicuramente se avessi una buona idea per Parigi o Roma, tenterei di realizzarla.

Qual è il suo ultimo lavoro?
Ho appena terminato il montaggio di "Anithyng else", dove recito accanto Stockard Channing e Danny De Vito. E’ una commedia ma più seria rispetto ad "Hollywood Ending".

Danila Filippone

La critica


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