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INTERVISTA
A WOODY ALLEN
Il
suo film parla di un regista che dirige un film completamente cieco.
Qual è il film da lei realizzato, per il quale ritiene di essere stato
cieco? E che magari la critica ha salvato?
Credo Manhattan. Lo realizzai con una grande passione per la città di
New York, ma senza pensare assolutamente alle conseguenze. Quando finii
di montarlo ne fui insoddisfatto. Avrei quasi voluto buttarlo, e invece
ebbe un successo immenso e New York era una star che aveva pari dignità
con le due attrici del
film, Mariel Hemingway e Diane Keaton.
Quindi si potrebbe
dire che è stato salvato dalla critica, come nel suo film?
Sì, ma in quel caso anche dal pubblico.
Il fatto che nel suo
film la critica francese salvi un’opera che sembrerebbe non riuscita
è ironico nei confronti del pubblico francese?
In realtà io ho un rapporto speciale con il pubblico francese. Loro
mi vogliono bene ed apprezzano sempre i miei film. Era un scherzo
affettuoso nei loro confronti.
Un
personaggio del suo film sostiene che un regista che non pensa al
proprio pubblico da’ luogo ad una masturbazione, lo crede davvero?
Assolutamente no. Io penso tutto il contrario. Credo che un regista
debba essere fedele a se stesso e poi essere così fortunato da trovare
riscontro nel pubblico. Io sono sempre stato fortunato. Gran parte della
regia non viene dai sensi superficiali, ma promana dall’inconscio. Non
si può consciamente manipolare qualcosa per farlo diventare arte,
l’arte viene spontaneamente. Un regista deve tentare di essere il più
spontaneo possibile ed essere fedele alla propria visione. Questo è
ciò che è successo ad artisti come Fellini, Kurosawa, Chaplin, Keaton.
Hanno seguito il proprio modo di vedere le cose e sono stati dei grandi
artisti. Naturalmente sono stati anche fortunati con il pubblico.
Lei si trova spesso in
disaccordo con il giudizio dei critici o del pubblico?
Molto spesso. A volte film che ritenevo ottimi sono andati male e film
per me deludenti sono piaciuti. Non tutto va bene per la maggior parte
del pubblico. Questo succede anche in letteratura, un artista come
Dickens è universalmente apprezzato e riconosciuto, mentre Elliott o
Joyce sono sicuramente più ostici e difficili. Ci sono molti artisti
fedeli a se stessi, che non avranno mai successo e questo non significa
che non siano validi. Oltretutto il sistema non aiuta, soprattutto negli
Stati Uniti. Io sono sempre stato molto critico con Hollywood, forse
troppo. Eppure mi è inevitabile perché si producono talmente tanti
brutti film, che è difficile decidere di
andare al cinema e trovare una bella pellicola. Vengono spesi un
sacco di soldi per produrre delle sciocchezze mentre magari alcuni
autori soffrono tante limitazioni per mancanza di soldi
e non possono esprimersi come vogliono, costretti ad elemosinare
su ogni cosa.
Non
salverebbe nessun film, nessun regista?
In generale trovo che il cinema europeo sia più brillante, più vero di
quello americano. In Europa il cinema è molto più vicino all’arte.
Negli Stati uniti anche i rarissimi buoni film hanno sempre un piede nel
business e nel lato economico della questione. Non dico che non ci siano
stati grandi registi e splendidi film. "Quarto potere" di
Orson Welles, "Il tesoro della sierra madre" di Huston,
"Orizzonti di gloria" di Kubrick sono degli esempi. Ma
continuo a pensare che non siano paragonabili ai migliori film
realizzati in Europa, penso a "Ladri di Biciclette" di De Sica
o a "Otto e mezzo" di Fellini.
E nella cinematografia americana
attuale non trova nessun autore interessante?
Non dico questo. Scorsese, Coppola per esempio sono degli ottimi
registi, ma anche Paul Thomas Anderson, l’autore di Magnolia è molto
brillante.
Non ha mai pensato di venire a
lavorare in Europa?
Sì sarebbe interessante, ma sconvolgerebbe la vita ai miei figli, a mia
moglie e probabilmente anche a me. E poi io ho sempre vissuto
a New York e ho delle storie adatte a New York. Sicuramente se avessi
una buona idea per Parigi o Roma, tenterei di realizzarla.
Qual è il suo ultimo lavoro?
Ho appena terminato il montaggio di "Anithyng else", dove
recito accanto Stockard Channing e Danny De Vito. E’ una commedia ma
più seria rispetto ad "Hollywood Ending".
Danila
Filippone
La
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