HOLLYWOOD ENDING
CAST TECNICO
ARTISTICO
Sceneggiatura
e Regia:
Woody Allen
Fotografia: Wedigo von
Schultzendorff
Scenografia: Santo Loquasto
Costumi: Melissa Toth
Montaggio: Alisa Lepselter
Prodotto da: Letty Aronson, Helen
Robin
(USA, 2002)
Durata: 114'
Distribuzione cinematografica:
Medusa
PERSONAGGI E
INTERPRETI
Val: Woody Allen
Ed: George Hamilton
Ellie: Téa Leoni
Lori: Debra Messing
Al: Mark Rydell
Hal: Treat Williams



Val
Waxman, regista due volte premiato con l’Oscar e già di grande
successo, non lavora da anni e si è ridotto a girare spot pubblicitari
per vivere. L’occasione che attendeva gli giunge inaspettatamente
dalla ex-moglie, che lo aveva a suo tempo lasciato per un potente tycoon
californiano: è proprio una pellicola prodotta da quest’ultimo, a
grande budget, che gli si chiede di girare. Dopo qualche comprensibile
incertezza, egli - pur se a malincuore - accetta: purtroppo, nel corso
delle riprese, un attacco di panico gli procura una cecità di origine
psicosomatica. Il suo agente lo convince a tenere celata la cosa e a non
abbandonare il set; la lavorazione del film va così avanti, tra mille
difficoltà ed equivoci, sino a quando...
Presentato
fuori concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, Hollywood
Ending ripropone molte delle tematiche al centro delle opere più
recenti di Allen: la sparizione del corpo (l’attore Robin
Williams in “Harry a pezzi”), lo svelamento dei sentimenti tramite
la fine d’una anomalia (l’uscita dalla trance ipnotica de “La
maledizione dello scorpione di giada”), le intermittenze del cuore,
l’ipocondria strisciante e così via. Si accentua semmai la tendenza,
altrove più criptata, al recupero di procedimenti
tipicamente slapstick, quasi a voler rifare il verso a titoli
antichi quali “Prendi i
soldi e scappa” (1969) ed “Il dittatore dello stato libero di
Bananas” (1971): con esiti in verità felici, ché le gag migliori
sono qui tutte di scaturigine visiva (Val che precipita
dall’impalcatura, che finge di apprezzare il manifesto del film
guardandolo dalla parte sbagliata, etc.) ed il recuperato linguaggio del
corpo pare riallacciarsi alla lezione di Jerry Lewis o di Jacques Tati.
Per
contro, il rimpallo delle battute è stavolta
meno travolgente che in passato, i personaggi non risultano
sempre ben caratterizzati e s’indulge un po’ troppo ad effetti
facili facili (le incomprensioni con il direttore della fotografia, che
parla solo in mandarino): perfino lo scioglimento della vicenda, pur
come d’uso gradevole ed intenerente, suona risaputo e prevedibile. Non
siamo, insomma, di fronte ad una delle cose più riuscite del Nostro:
tuttavia, i numi dell’eleganza e della grazia continuano a vegliare
sulla messa in scena, gli attori si muovono in scioltezza (soprattutto Téa
Leoni, una presenza da tenere d’occhio) e non manca una ragionevole
dose di divertimento di gran classe. A conferma che, anche
quando sonnecchia, Woody è un paio di spanne al di sopra di qualunque
altro commediante: che la forza sia con lui, dunque, per
ancora tanti decenni a venire.