Brian
De Palma, l’esteta più qualificato del cinema contemporaneo, è stato
a Roma per presentare “Femme fatale”, il suo ultimo film, che
rappresenta, al tempo stesso, un ritorno dell’autore ai motivi del
thriller tradizionale ed un riguardoso omaggio ai maestri del cinema
noir, a cui questo regista resta profondamente legato.
Da dove nasce la sua idea di realizzare un noir, in cui
addirittura restituisce al cinema il personaggio di una donna cattiva?
Ho sempre voluto fare un noir, perché si basa su modelli narrativi
estremamente stilizzati. Penso ai film in bianco e nero con Barbara
Stanwyck o altre dive, che sembrano proiettate in un sogno: si tratta di
forme espressive comuni a questo genere cinematografico, che ho scelto
di ampliare nel mio film per fornire loro un nuovo contesto. Circa le
femme fatale, poi, riconosco di amarle molto: sono personaggi
politicamente scorretti, ma molto divertenti.
Ha
incontrato delle difficoltà girando il film in Francia?
Non proprio, perché il film è stato realizzato in un clima molto
sereno. Si tratta un progetto che mi girava in testa ormai da molto
tempo, senza che mi decidessi a realizzarlo. Poi, a Parigi, con degli
amici ho messo insieme alcune idee. Sono un regista curioso, interessato
ad ogni cultura e colgo sempre con piacere l’occasione di girare in
Europa. Inoltre, alcune soluzioni nascono dall’esperienza personale: a
Cannes, ad esempio, la mia compagna era sempre circondata da un esercito
di guardie del corpo e questo mi ha dato l’ispirazione giusta per il
prologo del film.
È nota la sua attitudine alle
citazioni. A quali film si è ispirato in questa occasione?
Nonostante mi aspetti, come accade di frequente, che i critici
vorranno identificare un’infinità riferimenti anche in questa mio
lavoro, l’unico film che ho davvero tenuto a fuoco è “La fiamma del
peccato” di Billy Wilder.
Lei è un autore dalle straordinaria preparazione tecnica. Quali
sono i fattori stilistici che più la interessano?
Cerco sempre di trovare nuovi elementi visivi che mi aiutino a
raccontare una storia. Il cinema, in fin dei conti, è l’unica arte
che ha la facoltà di trarre il massimo dal “punto di vista”.
Esercitandolo, si forniscono al pubblico le prospettive e le coordinate
di un racconto. È un valido espediente per portare l’osservatore
all’interno della storia ed è un ingrediente fondamentale della
grammatica cinematografica.
Come
ha scelto il cast?
C’è voluta una certa dose di fortuna. Ho ottenuto l’assunzione
di Banderas grazie soprattutto all’aiuto di Melanine Griffith, che lo
ha convinto ad accettare la parte ricordando lo splendido rapporto
professionale che avevamo costruito con lei. Anche Rebecca Romijn-Stamos
è arrivata casualmente, poiché all’inizio ero alla ricerca di
un’attrice inglese. Poi, il mio produttore me l’ha presentata, così
l’ho fatta provare e mi è piaciuta immediatamente.
Cambiando argomento, cosa pensa dei
giovani cineasti americani?
Credo che molti di loro siano davvero in gamba. Mi piacciono,
soprattutto, P.T. Anderson, Payne ed i fratelli Cohen. Frequento molti
festival e trovo le nuove voci del cinema tutte molto interessanti.
Cosa ricorda degli anni in cui nasceva la sua generazione, di cui
fan parte anche i suoi amici Scorsese, Landis e Spielberg?
Ricordo il primo luogo il nostro grande affiatamento. Noi veniamo
segnalati come la generazione della Scuola di cinema, che ho frequentato
a New York insieme a Martin Scorsese, ma solo per due semestri.
All’inizio eravamo tutti nella Warner a realizzare film disastrosi,
poi abbiamo dato vita ad una sorta di alleanza e da allora siamo sempre
rimasti uniti.
Quali sono i suoi progetti futuri?
Sto per iniziare la lavorazione del mio prossimo film, “Toyer”,
un giallo dalla atmosfere horror ambientato a Venezia, durante il
carnevale.
Francesco
Russo