Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

I film del mese


FEMME FATALE

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Brian De Palma
Fotografia: Thierry Arbogast
Scenografia:
Anne Pritchard
Costumi
: Olivier Beriot
Musica
: Ryuchi Sakamoto
Montaggio
: Bill Pankow
Prodotto da
: Tarak Ben Ammar, Marina Gefter
(Francia, 2002)

Durata
: 112’
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Laura/Lily: Rebecca Romijn-Stamos
Nicolas Bardo: Antonio Banderas
Watts: Peter Coyote
Black Tie: Eriq Ebouaney
Racine: Edouard Montoute

In Francia, durante il Festival di Cannes, un piccolo gruppo di malviventi mette in atto il suo piano per rubare un prezioso abito di gioielli, indossato dalla compagna di un famoso regista. Tra di loro c’e Laura Ash, avvenente ladra che inganna i suoi compari e fugge via, in America, con tutta la refurtiva. Assunta l’identità di una donna a cui assomiglia sin nei minimi particolari, Laura diventa moglie di un diplomatico a causa del cui lavoro, dopo sette anni, è costretta a rimettere piede sul territorio francese. Tenta di mantenere l’anonimato, ma Nicolas, un paparazzo in cerca di facili guadagni, riesce a scattarle una foto, mettendo a repentaglio la sua sopravvivenza. Da questo incidente, la sua vita ripiomberà nel caos e la obbligherà a nascondersi come una preda, inseguita da quegli uomini che non hanno dimenticato.

Brian De Palma è il regista che più di ogni altro, negli ultimi trent’anni, ha concentrato i propri sforzi nella ricerca formale. Se sovente alle sue trame può essere imputata una trasparente sterilità narrativa, al contrario, è impossibile non riconoscere al suo percorso una rigida dedizione alle funzioni prioritarie della sintassi cinematografica. Il suo è cinema che nasce dalla manipolazione dello sguardo, dall’applicazione di dottrine raccolte lungo un’attenta analisi teoretica, che ha attinto sino in fondo all’iter estetico di un'arte. Come molti suoi thriller, da “Blow out” a “Omicidio a luci rosse”, anche Femme fatale rivela un impianto citazionistico entro cui De Palma disfà e ricompone, forse abusandone, un complesso sistema di soluzioni hitcockiane, cercando di esse un’esegesi esasperata: ne ottiene una piena gestione dello spazio filmico, descritto funzionalmente dall’ampio vocabolario dei suoi piani sequenza e delle sue soggettive, oltre che da un ponderato controllo sulle risorse linguistiche del montaggio.

Purtroppo, posta la rappresentazione al centro della sua arte, dissolto nel manierismo De Palma dimentica spesso di dedicare attenzione alle carenze dell’intreccio narrativo, ove il film inizia a far vacillare la propria struttura fino a consumarla. Vittime anch’essi di questa subordinazione, gli attori sono dettagli di una messinscena che, tradendo un peculiare assunto del noir a cui “Femme fatale” fa dichiaratamente riferimento (si apre, d’altronde, proiettando l’epilogo de “La fiamma del peccato”), li assorbe senza curarsi troppo di loro, come elementi della composizione a volte ridestati, altre volte lasciati ai margini.  Si ha l’impressione che il regista applichi il suo metodo con rigore cieco, avvicinando il sospetto che, in assenza di una solida sceneggiatura, il suo confronto con i generi perda di vista il determinante: procedere alla conclusione mettendo a fuoco l’obiettivo.

Francesco Russo

Intervista a Brian De Palma


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