FEMME FATALE
CAST
TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia: Brian De Palma
Fotografia: Thierry Arbogast
Scenografia: Anne
Pritchard
Costumi: Olivier
Beriot
Musica: Ryuchi
Sakamoto
Montaggio: Bill Pankow
Prodotto da: Tarak
Ben Ammar, Marina Gefter
(Francia,
2002)
Durata: 112’
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Laura/Lily:
Rebecca Romijn-Stamos
Nicolas Bardo: Antonio Banderas
Watts: Peter Coyote
Black Tie: Eriq Ebouaney
Racine: Edouard Montoute


In Francia, durante il Festival di Cannes, un
piccolo gruppo di malviventi mette in atto il suo piano per rubare un
prezioso abito di gioielli, indossato dalla compagna di un famoso
regista. Tra di loro c’e Laura Ash, avvenente ladra che inganna i suoi
compari e fugge via, in America, con tutta la refurtiva. Assunta
l’identità di una donna a cui assomiglia sin nei minimi particolari,
Laura diventa moglie di un diplomatico a causa del cui lavoro, dopo
sette anni, è costretta a rimettere piede sul territorio francese.
Tenta di mantenere l’anonimato, ma Nicolas, un paparazzo in cerca di
facili guadagni, riesce a scattarle una foto, mettendo a repentaglio la
sua sopravvivenza. Da questo incidente, la sua vita ripiomberà nel caos
e la obbligherà a nascondersi come una preda, inseguita da quegli
uomini che non hanno dimenticato.
Brian De Palma è il regista che più di ogni altro,
negli ultimi trent’anni, ha concentrato i propri sforzi nella ricerca
formale. Se sovente alle sue trame può essere imputata una trasparente
sterilità narrativa, al contrario, è impossibile non riconoscere al
suo percorso una rigida dedizione alle funzioni prioritarie della
sintassi cinematografica. Il suo è cinema che nasce dalla manipolazione
dello sguardo, dall’applicazione di dottrine raccolte lungo
un’attenta analisi teoretica, che ha attinto sino in fondo all’iter
estetico di un'arte. Come molti suoi thriller, da “Blow out” a
“Omicidio a luci rosse”, anche Femme fatale rivela un impianto
citazionistico entro cui De Palma disfà e ricompone, forse abusandone,
un complesso sistema di soluzioni hitcockiane, cercando di esse
un’esegesi esasperata: ne ottiene una piena gestione dello spazio
filmico, descritto funzionalmente dall’ampio vocabolario dei suoi
piani sequenza e delle sue soggettive, oltre che da un ponderato
controllo sulle risorse linguistiche del montaggio.
Purtroppo,
posta la rappresentazione al centro della sua arte, dissolto nel
manierismo De Palma dimentica spesso di dedicare attenzione alle
carenze
dell’intreccio narrativo, ove il film inizia a far vacillare la
propria struttura fino a consumarla. Vittime anch’essi di questa
subordinazione, gli attori sono dettagli di una messinscena che,
tradendo un peculiare assunto del noir a cui “Femme fatale” fa
dichiaratamente riferimento (si apre, d’altronde, proiettando
l’epilogo de “La fiamma del peccato”), li assorbe senza curarsi
troppo di loro, come elementi della composizione a volte ridestati,
altre volte lasciati ai margini. Si
ha l’impressione che il regista applichi il suo metodo con rigore
cieco, avvicinando il sospetto che, in assenza di una solida
sceneggiatura, il suo confronto con i generi perda di vista il
determinante: procedere alla conclusione mettendo a fuoco l’obiettivo.