EL ALAMEIN – LA LINEA DEL
FUOCO
CAST
TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia: Enzo Monteleone
Fotografia: Daniele Nannuzzi
Scenografia: Ettore Guerrieri
Costumi: Andrea Viotti
Musica: Aldo De Scalzi, Pivio
Montaggio: Cecilia Zanuso
Prodotto da: Riccardo Tozzi, Giovanni Stabilini, Marco Chimez
(Italia,
2002)
Durata: 117’
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Serra:
Paolo Briguglia
Sergente
Rizzo: Pierfrancesco Favino
Spagna:
Luciano Scarpa
Tenente
Fiore: Emilio Solfrizzi
Capitano
De Vita: Thomas Trabacchi


Africa del sud, 1942. La Divisione Brescia, un
manipolo di uomini nel settore sud di El Alamein, sopravvive in attesa
di ordini e di scorte ai bombardamenti dell’esercito inglese,
difendendosi più dalla fame e dal clima che dalle incursioni del
nemico. Ognuno tenta di aggrapparsi ad una piccola certezza, al ricordo
della propria casa o agli affetti nati in trincea per non lasciarsi
sopraffare da un disagio che pare insanabile. In questo modo i soldati,
uniti dallo stesso destino, condividono il dolore e l’angoscia durante
ogni missione, sempre l’ultima per alcuni di loro, fino al giorno in
cui l’attesa s’interrompe: dopo un decisivo bombardamento notturno,
gli Inglesi si preparano all’offensiva. Determinata dall’eroismo dei
suoi uomini a fare la propria parte, la Divisione Brescia viene
assegnata ad un'altra destinazione, che non raggiungerà mai,
abbandonata senza più una meta all’inesorabilità del deserto, con i
feriti e senza mezzi di trasporto.
È la tragica vicenda dei soldati
che, 60 anni fa, persero iniquamente la vita perché dimenticati dal
loro paese. Sono giorni, questi, in cui la guerra torna a destare i
nostri sensi. Dal canto suo, il cinema l’affronta rievocandone le fasi
luttuose del XX secolo, avvicinando il pubblico all’ombra delle sue
nubi attraverso l’appressamento di un passato prossimo; vivo, come lo
è ancora nella memoria dei nostri parenti. Da “Pearl Harbor” a “Windtalkers”,
il cinema americano è messaggero dell’inquietudine che il terrore di
una guerra trascina con sé, portando all’evidenza quanto questa
tormenti il riposo di tutto l’Occidente.
Con
El Alamein, Enzo
Monteleone (sceneggiatore di “Mediterraneo” e “Marrakesh
Express”) tenta di non rimanere indietro e realizza una pellicola
vicina alla tradizione del genere bellico, ove l’orrore è inscritto -
apparentemente nascosto - nei toni epici e la sintassi narrativa divisa
tra eroismo e martirio. Nella prima parte, che racconta l’immobilismo
sociale vissuto dai soldati di un fronte (eco degli spettri della
Fortezza Bastiani descritta da un celebre romanzo di Buzzati), il film
riesce a colpire soprattutto per la suggestione di un deserto che
incombe come l’unico nemico ravvisato e lusinga al tempo stesso come
una patria, come un purgatorio che oscilla tra il sollievo e la
condanna. Poi, in un secondo tempo, per raccontare l’atroce
pellegrinaggio delle sue anime Monteleone abusa del contesto e rivela
inesperienza con i codici rappresentativi del genere, scivolando in un
ingenuo lirismo estetico che mal descrive le scene di battaglia e
trasfigura, con poca cautela, quelle condizioni in cui il senso della
giustizia muta rapidamente i suoi parametri: in sostanza, pur non
essendo un film a tesi, specifica e divide, nettamente e senza
impliciti, le ragioni del bene e del male. Nel complesso, gli attori in
parte sono pochi ed il film, troppo affettato e viziato di retorica,
avvince assai meno di quanto ambirebbe.