RED
DRAGON
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Brett Ratner
Sceneggiatura: Ted Tally
Fotografia: Dante Spinotti
Scenografia: Kristi Zea
Costumi: Betsy Heimann
Musica: Danny Elfman
Montaggio: Mark Helfrich
Prodotto da: Dino De Laurentiis, Martha De Laurentiis
(USA, 2002)
Durata: 124’
Distribuzione cinematografica: UIP
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Will Graham: Edward Norton
Dr. Hannibal Lecter: Anthony Hopkins
Francis Dolarhyde:
Ralph Fiennes
Reba McClane: Emily Watson
Jack Crawford: Harvey Keitel



Dopo la difficile
cattura dello psichiatra Hannibal Lecter, un cannibale colpevole della
morte di nove persone, l’agente federale Graham decide di ritirarsi
per impegnare il proprio tempo con la moglie ed il figlio. Ma la sua è
una pausa breve, poiché presto viene ricontattato dal capo che lo
convince a rimettere il suo intuito al servizio della legge, per
catturare un brutale pluriomicida, Francis
Dolarhyde, accusato della strage di due famiglie in un drammatico
rituale. Se vuole catturarlo, Graham deve nuovamente incontrare il Dr.
Lecter, stavolta per ricorrere al suo aiuto. Nel frattempo,
l’assassino dimostra interesse per Reba, una ragazza cieca che sembra
aprire una breccia nel suo avvelenato mondo interiore, mettendo a nudo
il punto debole nell’inviolabile fortezza delle sue verità. È
necessario alla sopravvivenza di un uomo che questi si fornisca delle
adeguate certezze. Siano esse anche solo succedanei della fede
cristianologica, la loro esistenza ordina l’infrastruttura
dell’identità e induce alcuni a costituire una propria, autarchica
mitologia dell’io.
Il parossismo di
queste caratteristiche comportamentali è comune più o meno a tutti i
personaggi dell’opera di Thomas Harris e
alla trilogia cinematografica che ne è stata tratta, di cui fan parte
anche “Il silenzio degli innocenti” e “Hannibal”. Adattamento
fedele all’omonimo romanzo più che rifacimento di “Manhunter
Frammenti di un omicidio” – autentico capolavoro di Michael Mann che
delle storia fece un film liberamente tratto – “Red Dragon”
preferisce spostare l'obiettivo sulle trasformazioni che occorrono
nell'evoluzione dei personaggi negativi e della loro inclinazione al
male, mettendo da parte il dualismo teorico nel rapporto di connivenza
tra ragione e follia, peculiare del suo predecessore. La metamorfosi,
così come ne “Il silenzio degli innocenti”, è un potente atto di
purificazione in cui si riversano i simboli della sua natura evangelica,
capovolti e tradotti nella feroce patologia di Francis
Dolarhyde attraverso la sua identificazione con una divinità
pagana, il Drago rosso con cui nutre il suo furore ed il suo delirio:
l’invasamento del serial killer, quindi, è un peccato di superbia che
lo induce a sostituirsi a Dio nel giudizio degli uomini ma, al tempo
stesso, è la fonte della sua autorità sulle regole di un mondo che
ritiene appartenergli.
Per lui, il destino
ha in serbo una condanna di melvilliana memoria. Quasi sullo sfondo,
invece, rimangono il demiurgo Hannibal Lecter e l’agente Will Graham,
ai cui estremi i due demoni s’incontrano e s’intersecano per
soffocarne la volontà nel tentativo di corromperla; sforzo a cui il suo
tessuto, irrobustito dalla conoscenza di sé, sembra impermeabile
nonostante ne avverta il riverbero, realizzando così con Lecter un
rapporto dialettico molto diverso da quello che questi instaurerà con
l’incontaminata Clarisse Starling. Sceneggiato
da Ted Tally (“Il silenzio degli innocenti”) e diretto con
essenzialità dal pacato Brett Ratner, il film riesce ad imporre la sua
solida composizione grazie anche ad un cast straordinario
che, oltre al solito Anthony Hopkins,
riconferma il talento di Ralph Fiennes e la
versatilità di Emily Watson, cruciali nel
determinare la riuscita di un film profondamente letterario, capace di
non far rimpiangere né l’asprezza di “Manhunter”, né il denso
concettualismo de “Il silenzio degli innocenti”.