Preceduto dalla sua fama, Sir Anthony
Hopkins entra nella sala del St. Regis tagliando la platea con lo
sguardo. È rilassato, seppur consapevole del fatto che dovrà
nuovamente giustificare la sua estraneità al personaggio di Hannibal
Lecter e tornare agli inevitabili contrasti che distinguono l'arte dalla
vita. “Sia prima che dopo il Dr. Lecter”, afferma, “ho
interpretato moltissimi ruoli. Ognuno di loro mi ha certamente lasciato
qualcosa, ma non significa che io abbia finito per assomigliargli”.
Chiarito l’equivoco, Hopkins si prepara ad accettare le domande.
Insieme a lui, ci sono Dino De Laurentiis ed il regista Brett Ratner.
Brett Ratner, lei è reduce dal successo dei due "Rush Hour"
e questa la sua prima esperienza con un thriller. Ha avuto delle
difficoltà?
Non credevo di poter essere all'altezza di registi come Michael Mann
e Jonathan Demme e inizialmente ero tentato dal rifiutare la sfida. Poi,
dopo aver letto l'ottima sceneggiatura di Ted Tally, mi sono liberato di
ogni dubbio. Volevo fare un film diverso da "Manhunter" e
credo di esserci riuscito, grazie anche all'incoraggiamento di Dino De
Laurentiis e di tutti gli altri. La scelta di non concentrare
l'attenzione esclusivamente su Hannibal, a quanto pare, è stata
azzeccata.
Come si è trovato lavorando con Dante
Spinotti, già direttore della fotografia per "Manhunter"?
È stato un piacere immenso, poiché
ritengo Dante un vero genio ed un ineguagliabile pittore della scena.
All'inizio credevo avrebbe rifiutato, dato che già aveva lavorato nel
film precedente. Invece, realizzando questo film con lui ho capito che
il suo talento lo porta ad esprimersi ogni volta in modo diverso, in
relazione al regista con cui lavora. Anche per suo merito, "Red
Dragon" riesce a non essere "Manhunter".
Anthony Hopkins, si è divertito a
rivestire i panni di Hannibal Lecter?
Certamente. Continua ad essere un personaggio molto interessante.
L'identità del Dr. Lecter in "Red
Dragon" è più selvaggia, meno carismatica del personaggio che
siamo abituati a vedere. Ha voluto cercare un nuovo taglio, magari più
vicino a delle esigenze etiche?
Sì, in un certo qual modo. Non volevo interpretare lo stesso
Hannibal a cui sia io che voi siamo fin troppo abituati. Sentivo ci
fosse il bisogno di dargli una nuova angolazione. Al tempo stesso, non
volevo prendere posizioni morali, ma comunque analizzare ciò che più
lo contraddistingue: la sua follia e la sua deviazione. Mi sembrava
giunto il momento di darne un'immagine più concreta.
Non era disturbato dall’idea di
riprendere una parte con cui molti hanno l’abitudine di associarla?
All’inizio avevo dei dubbi, proprio perché il pubblico tende
ancora molto spesso ad identificarmi con questo personaggio. Ma Ted
Tally ha restituito a Lecter quel fascino che era riuscito ad
infondergli ne “Il silenzio degli innocenti”, così mi sono
convinto. Oggi, alcuni mi chiedono se sia in programma una tetralogia di
Hannibal Lecter, ma credo si concluderà in una trilogia.
Francesco
Russo