Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

Dolls


Takeshi Kitano: Il silenzio ed il mare

Qual’ l’identità di Takeshi “Beat” Kitano? Poeta, cabarettista con i suoi “Two Beats”, scrittore di oltre 60 libri, commentatore sportivo, showman - in Italia lo abbiamo visto, probabilmente senza riconoscerlo, nella celebre trasmissione “Mai dire banzai” – cantante e, allo stato attuale, attore e cineasta. Figlio di una donna delle pulizie e di Kikujiro, un imbiancatore con un passato da Yakuza, Kitano è tutt’uno con i personaggi di cui descrive il pirandelliano profilo, disgregati e confusi, infranti come da un mare in tempesta su di un destino frastagliato. Questa è la misura del suo cinema, a metà tra l’autobiografia e l’indagine dello sguardo, profondamente contaminata dai capillari avvenimenti della sua vita, quali un lungo periodo di degenza dovuto, nel 1994, ad un incidente di moto di cui tuttora porta i segni nella parziale paralisi del volto. 

Autore unico poiché irriconducibile ad alcuna tradizione, Beat Takeshi imita il disordine dell’esistenza imponendo allo spettatore gli estremi di un denso soggettivismo cinematografico: non si fa carico di guidare lo spettatore attraverso un percorso narrativo convenzionale, ma preferisce stabilire con questo un rapporto legato dall’indeterminatezza del pensiero umano, che non prevede processi semiotici determinati dalla causa e dell’effetto. Ad esempio, non descrive i passaggi di tempo con la tecnica della dissolvenza, o introducendo piani sequenze che offrano chiare prospettive spazio-temporali, ma si affida piuttosto a stacchi netti ed imprecisati. Usa il silenzio come uno stratagemma, che dilata nel montaggio sino quasi al parossismo, per condividere la propria intimità non soltanto con lo spettatore, ma anche (forse innanzitutto) con i personaggi che rincorre, assecondandoli sempre con un’empatica passione; cercando di squarciarne lo sguardo per interrogare se stesso con cinico accanimento; offrendo loro, nel contempo, la dignità della solitudine di cui spesso li accusa, e partecipandovi con compassione quando il loro viaggio giunge al termine. 

Di questo suo itinerario stilistico, sono un fulgido esempio le sequenze che chiudono “Hana-Bi”, ove concede al disperato Nishi di essere lasciato solo, lontano dall’indiscrezione dell’obiettivo, mentre lentamente accompagna il dolly sul mare che disegna i confini metafisici della storia. Si muove, con dolcezza, dalla terra al mare che del suo cinema non è un dettaglio periodico, ma l’involucro. Nell’infinità dell’Oceano ritrova e decifra lampanti corrispondenze con la condizione umana, esprimendo una dedizione tanto rigorosa verso la propria identità culturale da far avvertire nella sua agitazione la risonanza di Mishima: il mare è un’apparente miraggio di libertà, che confonde i sensi apparendo agli uomini come uno spazio infinito; che li prepara, in realtà, alla disillusione di esser posti davanti ad un confine insuperabile, oltre il quale può perdersi soltanto lo sguardo. Allo stesso modo, il mare è un ricettacolo entro cui Kitano concentra le tensioni e le passioni del suo immaginario, a cui si rivolge come ad uno specchio, perché lo seduca e lo leghi alla sua divina eternità.  Sono dieci i film sino ad oggi da lui realizzati: “Violent cop” (1989); “Boiling point” (1990); “Il silenzio sul mare” (1991); “Sonatine” (1993); “Getting any?” (1995); “Kids return” (1996); “Hana-Bi” (1997); “L’estate di Kikujiro” (1999); “Brother” (2000); infine “Dolls” (2002), ove torna, come aveva già fatto per “Kids Return” e “Il silenzio sul mare”, ad occuparsi della sola regia. Si tratta di un capolavoro immerso nuovamente nella penosa solitudine degli esseri umani, in primo luogo delle sue creature femminili, che conforta e contempla come vittime incolpevoli, aggrovigliate tra i lacci di una civiltà ancora ostinatamente patriarcale.

Francesco Russo

La critica

Intervista a Takeshi Kitano


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