Qual’ l’identità di Takeshi “Beat” Kitano?
Poeta, cabarettista con i suoi “Two Beats”, scrittore di oltre 60
libri, commentatore sportivo, showman - in Italia lo abbiamo visto,
probabilmente senza riconoscerlo, nella celebre trasmissione “Mai dire
banzai” – cantante e, allo stato attuale, attore e cineasta. Figlio
di una donna delle pulizie e di Kikujiro, un imbiancatore con un passato
da Yakuza, Kitano è tutt’uno con i personaggi di cui descrive il
pirandelliano profilo, disgregati e confusi, infranti come da un mare in
tempesta su di un destino frastagliato. Questa è la misura del suo
cinema, a metà tra l’autobiografia e l’indagine dello sguardo,
profondamente contaminata dai capillari avvenimenti della sua vita,
quali un lungo periodo di degenza dovuto, nel 1994, ad un incidente di
moto di cui tuttora porta i segni nella parziale paralisi del volto.
Autore unico poiché irriconducibile ad alcuna tradizione, Beat Takeshi
imita il disordine dell’esistenza imponendo allo spettatore gli
estremi di un denso soggettivismo cinematografico: non si fa carico di
guidare lo spettatore attraverso un percorso narrativo convenzionale, ma
preferisce stabilire con questo un rapporto legato
dall’indeterminatezza del pensiero umano, che non prevede processi
semiotici determinati dalla causa e dell’effetto. Ad esempio, non
descrive i passaggi di tempo con la tecnica della dissolvenza, o
introducendo piani sequenze che offrano chiare prospettive
spazio-temporali, ma si affida piuttosto a stacchi netti ed imprecisati.
Usa il silenzio come uno stratagemma, che dilata nel montaggio sino
quasi al parossismo, per condividere la propria intimità non soltanto
con lo spettatore, ma anche (forse innanzitutto) con i personaggi che
rincorre, assecondandoli sempre con un’empatica passione; cercando di
squarciarne lo sguardo per interrogare se stesso con cinico accanimento;
offrendo loro, nel contempo, la dignità della solitudine di cui spesso
li accusa, e partecipandovi con compassione quando il loro viaggio
giunge al termine.
Di questo suo itinerario stilistico, sono un fulgido
esempio le sequenze che chiudono “Hana-Bi”, ove concede al disperato
Nishi di essere lasciato solo, lontano dall’indiscrezione
dell’obiettivo, mentre lentamente accompagna il dolly sul mare che
disegna i confini metafisici della storia. Si muove, con dolcezza, dalla
terra al mare che del suo cinema non è un dettaglio periodico, ma
l’involucro. Nell’infinità dell’Oceano ritrova e decifra lampanti
corrispondenze con la condizione umana, esprimendo una dedizione tanto
rigorosa verso la propria identità culturale da far avvertire nella sua
agitazione la risonanza di Mishima: il mare è un’apparente miraggio
di libertà, che confonde i sensi apparendo agli uomini come uno spazio
infinito; che li prepara, in realtà, alla disillusione di esser posti
davanti ad un confine insuperabile, oltre il quale può perdersi
soltanto lo sguardo. Allo stesso modo, il mare è un ricettacolo entro
cui Kitano concentra le tensioni e le passioni del suo immaginario, a
cui si rivolge come ad uno specchio, perché lo seduca e lo leghi alla
sua divina eternità. Sono
dieci i film sino ad oggi da lui realizzati: “Violent cop” (1989);
“Boiling point” (1990); “Il silenzio sul mare” (1991);
“Sonatine” (1993); “Getting any?” (1995); “Kids return”
(1996); “Hana-Bi” (1997); “L’estate di Kikujiro” (1999);
“Brother” (2000); infine “Dolls” (2002), ove torna, come aveva
già fatto per “Kids Return” e “Il silenzio sul mare”, ad
occuparsi della sola regia. Si tratta di un capolavoro immerso
nuovamente nella penosa solitudine degli esseri umani, in primo luogo
delle sue creature femminili, che conforta e contempla come vittime
incolpevoli, aggrovigliate tra i lacci di una civiltà ancora
ostinatamente patriarcale.
Francesco
Russo