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ANCHE
LE BAMBOLE MUOIONO D’AMORE
INTERVISTA A TAKESHI KITANO
Guardando
il volto imperturbabile di Kitano, è difficile immaginare che sia stato
lui a dirigere “Dolls”. Un film di emozioni struggenti, non solo di
notevole eleganza formale. Ma nessuno può conoscere gli invisibili
tumulti dell’animo, che sono spesso i più violenti. E proprio questo
chiediamo al grande regista giapponese.
Il
suo nuovo film sembra, perlomeno in apparenza, allontanarsi dai suoi
precedenti gangster movies, come “Brother” e “Sonatine”: voleva
rappresentare diversamente la cultura del suo Paese?
“Dolls” presenta una forte componente di stilizzazione, ma non è
solo un omaggio alle immagini. Affronta comunque la realtà del Giappone
odierno, solo che la percepisce attraverso un filtro diverso. A prima
vista, sembra più quieto di “Brother”, ma è ugualmente violento.
Esprime una violenza meno appariscente e superficiale, ma altrettanto
devastante. L’amore non è disgiunto dalla morte e tutto si fa
estremo.
È
la tradizione del teatro giapponese che le ha ispirato questo profondo
legame fra amore e morte?
Sì, desideravo realizzare una versione contemporanea del “Bunraku”,
il teatro di marionette che generalmente mette in scena storie di amore
impossibile dal tragico epilogo. Mia nonna ne faceva parte e quindi ho
avuto modo di conoscerlo molto bene.
Una
delle dominanti cromatiche del suo film è il giallo. Come mai?
È associato ad un’esperienza della mia infanzia: quand’ero bambino
le ambulanze che prelevavano i dementi erano gialle. Ecco perché ho
associato questo colore alla follia. Anche la corda rossa è un ricordo
della mia giovinezza: nel mio quartiere c’erano davvero due persone
che vagavano unite in tal modo, ma non ho mai scoperto la ragione della
loro pazzia. In questo film ho fatto ricorso alle tonalità più varie:
colori vividi, intensi, diversi dal solito e cupo grigio-azzurro delle
mie pellicole precedenti.
costumi sono molto belli. Come si è sviluppata la sua collaborazione
con lo stilista Yamamoto?
Per la verità, eravamo amici da tempo. Volevo seguire una filosofia
particolare per gli abiti e la scenografia, ma non abbiamo mai avuto
riunioni preliminari alla creazione dei costumi. Così, quando mi ha
portato i primi modelli, ho capito che non la pensavamo allo stesso
modo. Lui voleva trasporre nel mio film la sua sfilata. Poi abbiamo
trovato una accordo per adattare i costumi alla contemporaneità e agli
sfondi.
Cosa
pensa dell’arte contemporanea? C’è qualche fonte particolare da cui
ha tratto ispirazione?
Non saprei definire con precisione l’arte contemporanea. Pensi che
conduco una trasmissione televisiva basata sulla pittura, ma in realtà
non me ne intendo affatto.
Sarà
vero? Tutto è possibile quando si ha di fronte un artista di
grandissimo talento, schivo come i pensieri che nutrono i sogni.
Paola
Daniela Orlandini
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