Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

Dolls


ANCHE LE BAMBOLE MUOIONO D’AMORE
INTERVISTA A TAKESHI KITANO

Guardando il volto imperturbabile di Kitano, è difficile immaginare che sia stato lui a dirigere “Dolls”. Un film di emozioni struggenti, non solo di notevole eleganza formale. Ma nessuno può conoscere gli invisibili tumulti dell’animo, che sono spesso i più violenti. E proprio questo chiediamo al grande regista giapponese.

Il suo nuovo film sembra, perlomeno in apparenza, allontanarsi dai suoi precedenti gangster movies, come “Brother” e “Sonatine”: voleva rappresentare diversamente la cultura del suo Paese?
“Dolls” presenta una forte componente di stilizzazione, ma non è solo un omaggio alle immagini. Affronta comunque la realtà del Giappone odierno, solo che la percepisce attraverso un filtro diverso. A prima vista, sembra più quieto di “Brother”, ma è ugualmente violento. Esprime una violenza meno appariscente e superficiale, ma altrettanto devastante. L’amore non è disgiunto dalla morte e tutto si fa estremo.

È la tradizione del teatro giapponese che le ha ispirato questo profondo legame fra amore e morte?
Sì, desideravo realizzare una versione contemporanea del “Bunraku”, il teatro di marionette che generalmente mette in scena storie di amore impossibile dal tragico epilogo. Mia nonna ne faceva parte e quindi ho avuto modo di conoscerlo molto bene.

Una delle dominanti cromatiche del suo film è il giallo. Come mai?
È associato ad un’esperienza della mia infanzia: quand’ero bambino le ambulanze che prelevavano i dementi erano gialle. Ecco perché ho associato questo colore alla follia. Anche la corda rossa è un ricordo della mia giovinezza: nel mio quartiere c’erano davvero due persone che vagavano unite in tal modo, ma non ho mai scoperto la ragione della loro pazzia. In questo film ho fatto ricorso alle tonalità più varie: colori vividi, intensi, diversi dal solito e cupo grigio-azzurro delle mie pellicole precedenti.

costumi sono molto belli. Come si è sviluppata la sua collaborazione con lo stilista Yamamoto?
Per la verità, eravamo amici da tempo. Volevo seguire una filosofia particolare per gli abiti e la scenografia, ma non abbiamo mai avuto riunioni preliminari alla creazione dei costumi. Così, quando mi ha portato i primi modelli, ho capito che non la pensavamo allo stesso modo. Lui voleva trasporre nel mio film la sua sfilata. Poi abbiamo trovato una accordo per adattare i costumi alla contemporaneità e agli sfondi.

Cosa pensa dell’arte contemporanea? C’è qualche fonte particolare da cui ha tratto ispirazione?
Non saprei definire con precisione l’arte contemporanea. Pensi che conduco una trasmissione televisiva basata sulla pittura, ma in realtà non me ne intendo affatto.

Sarà vero? Tutto è possibile quando si ha di fronte un artista di grandissimo talento, schivo come i pensieri che nutrono i sogni.

Paola Daniela Orlandini

La critica

Il silenzio e il mare


Acquista i libri, i video e le colonne sonore dei film di cui abbiamo parlato su Amazon.com, il più fornito negozio interattivo della rete!

Search: Enter keywords...

logo.gif (1915 bytes)