Anno VIII - Numero 38 - Novembre 2002

I DVD del mese


L'ULTIMO METRO'
a cura di Maurizio Imbriale

Nel 1979 Truffaut decide di girare L’ultimo metrò, cronistoria di una troupe teatrale nella Parigi del 1943, in piena occupazione nazista. Il film, dopo Effetto notte del 1973, un esplicito tributo all’arte cinematografica, è concepito dal regista come il secondo atto di una trilogia che dovrebbe concludersi con un film dedicato al music hall parigino.  Sebbene ai tempi in cui si svolge la storia Truffaut fosse solo un ragazzino di dieci anni, il film dovrebbe rievocare con precisione assoluta non solo le dinamiche artistiche e interpersonali di una compagnia teatrale ma al contempo raccontare con precisione storiografica alla Braudel, la vita delle persone di tutti i giorni alle prese con un’occupazione brutale. Per Truffaut si tratta dunque di girare un film al buio, dove i soli bagliori di luce debbono essere rappresentati dalle canzoni d’epoca che, di tanto in tanto si sentono cantare per strada o alla radio. Il titolo del film fa riferimento all’ultima corsa della metropolitana prima del coprifuoco della mezzanotte, quando era vietato circolare per strada. Per i parigini che si accalcavano al cinema o a a teatro per distrarsi e al contempo stare al caldo durante i rigidi inverni, prendere L’ultimo metrò era dunque una questione di vita o di morte.

Truffaut, aiutato dalla sua collaboratrice Suzanne Schiffman, si getta in una meticolosa ricerca storica, consultando archivi, leggendo una moltitudine di testi, attingendo ai ricordi personali di molti interpreti teatrali dell'epoca, come Jean Marais, tutto al fine di ricreare un’atmosfera assai prossima alla verità. Forse proprio per questo qualche anno dopo il regista affermerà che i motivi dell’incredibile successo in patria del film si dovevano ad un’ambientazione storica in cui la gran parte degli spettatori di mezza età si era riconosciuta ed emozionata.  Eppure Truffaut, fedele ai suoi principi estetici non fa un film politico, perché racconta storie intime di personaggi inquadrati in un contesto storico dove le deportazioni in massa degli ebrei, la resistenza politica e le vicende belliche, restano sullo sfondo minacciose.

Per la scelta degli interpreti principali Truffaut decide di tornare a lavorare con Catherine Deneuve che aveva già diretto dieci anni prima ne La mia droga si chiama Julie (La sirène du Mississipi).“Il ruolo è stato scritto per lei. Pensavo alla sua autorità naturale, e anche alla sua età: ormai ha trentacinque anni, era ora che lasciasse perdere i ruoli da ragazza con i capelli sciolti sulle spalle.”[1]
Per l’interprete maschile invece il maestro chiama Gèrard Depardieu con il quale non ha mai lavorato prima. “Volevo lavorare con Depardieu da quando l’ho visto in un piccolo ruolo in Stavisky (Stavisky il grande truffatore), nel 1973. C’è una scena in cui incrocia per le scale Belmondo, che impersona Stavisky, e scambia alcune parole con lui. Ecco, per me questa scena ha simbolizzato l’incontro di due generazioni d’attori… Con lui si ha voglia di fare tutto. Nel momento stesso in cui gira una scena, te ne ispira un’altra. Lui non s’accontenta di recitare, è dotato di una presenza favolosa che distende l’atmosfera.[2]

Truffaut fatica molto a trovare i finanziamenti per girare il film giacché molti produttori si rifiutano di partecipare alla produzione di un film ambientato durante l’occupazione nazista. Tuttavia le riprese del film iniziano il 28 gennaio 1980 a Parigi in una fabbrica dismessa di Levallois. 
Uscito il 17 settembre 1980 L’ultimo metrò ottiene subito un successo clamoroso quanto inaspettato, raggiungendo solo in Francia un milione di spettatori e ottenendo sei mesi dopo ben 10 Cèsars, tra cui quello per la miglior regia.

L’ultimo metrò si svolge a Parigi dal settembre del 1942 alla fine del 1944. Il film narra le vicende della compagnia del Teatro Montmartre. Marion Steiner (Catherine Deneuve) dirige il Teatro dopo la fuga del marito Lucas, ebreo, già regista, autore e proprietario del locale. Il Montmartre è un locale molto frequentato dal pubblico francese che di sera s’accalca in platea alla ricerca di storie che lo sappiano distrarre dalla realtà drammatica dell’occupazione. E’ obbligatorio però per tutti i cittadini prendere l’ultima corsa delle 23 per tornare a casa prima del coprifuoco. Marion decide di portare in scena una pièce tratta da un autore norvegese dal titolo “La scomparsa”. La regia è affidata a Jean-Loup Cottins (Jean Poiret), amministratore del teatro, che dovrà basarsi sugli appunti lasciati da Lucas Steiner prima di fuggire. Per la parte del protagonista maschile Marion sceglie Bernard (Gèrard Depardieu), un attore emergente di cui si è segretamente invaghita. Il giovane, dal carattere gioviale e temerario, fa’ parte anche della resistenza. Completano la compagnia, la sarta Arlette (Andréa Ferréol) e lo scenografo Raymond (Maurice Risch). Le prove della pièce s’alternano alla vita quotidiana dei personaggi. Scopriamo così che Lucas Steiner in realtà non è fuggito ma vive nascosto nella cantina del teatro, dove la moglie Marion gli porta ogni sera conforto; Cottins, invece, frequenta le alte sfere politiche, alla ricerca dei giusti appoggi al fine di superare il temuto vista censura tedesco. 

In particolare Cottins cerca il benvolere di Daxiat (Jean-Louis Richard), critico della rivista filonazista “Je suis partout’. Lucas Steiner vorrebbe fuggire verso la Francia libera ma l’invasione nazista anche di quel settore lo costringe a restare chiuso nel suo rifugio, dove scopre che dalle tubature può ascoltare le prove della commedia. Arriva il giorno della prima: il teatro è esaurito e la pièce ottiene un grande successo. Solo Daxiat stronca lo spettacolo nella sua rivista bollandolo come ebraicizzante. Una sera Bernard incontra Daxiat in un ristorante e lo affronta chiedendo che si scusi pubblicamente con Marion. Dopo questo acceso diverbio Marion, che ha a cuore le sorti del marito e del teatro, entrambi messi in pericolo da quella lite, non rivolge più la parola a Bernard. Una sera, durante la rappresentazione, due agenti della Gestapo si recano a teatro. Vogliono perlustrare i locali sottostanti per accertarsi che Lucas non sia nascosto lì. Infatti Daxiat ha ricevuto una segnalazione che lo ha informato che Steiner, contrariamente a quanto si pensa, non ha mai lasciato la Francia. Ma i due poliziotti non trovano niente, poiché nel frattempo Marion, con l’aiuto di Bernard, è riuscita a nascondere il marito. Scampato il pericolo, Bernard annuncia alla donna l’intenzione di lasciare la compagnia per unirsi alla resistenza. Marion allora bacia il ragazzo. I due fanno l’amore prima di lasciarsi.
Nell’estate del 1944, con l’arrivo degli alleati, gli eventi precipitano. Cottins viene arrestato con l’accusa di collaborazionismo. Daxiat cerca rifugio in Spagna dove troverà la morte qualche anno più tardi a causa di una grave malattia. Steiner decide di uscire dalla sua tana per vedere la luce del giorno proprio durante i combattimenti per la liberazione. L’epilogo ci mostra Marion recarsi in un ospedale a trovare Bernard, rimasto gravemente ferito. Ma è solo una finzione: la macchina da presa s’allontana rivelandoci così che i due sono sul palcoscenico del Montmartre. Parigi è libera ed il regista Steiner può finalmente unirsi alla sua compagnia per ricevere gli applausi del pubblico. Marion stringe la mano ad entrambi e saluta il pubblico.

L’ultimo metrò è un film che narra tragici momenti individuali nella vita dei francesi, ed è questa la chiave per comprendere l’incredibile successo del film in patria. Truffaut rimase sorpreso dall’accoglienza positiva riservata all’opera. Come lui stesso ammise riteneva infatti che il film fosse in qualche misura incompleto ed insoddisfacente: “Non provavo un forte senso di soddisfazione per il film. Ma alcune cose che sono accadute durante le riprese e il montaggio sembravano degli errori in realtà si sono rivelate punti a nostro favore. Durante le riprese dicevo sempre a Suzanne Schiffman che la trama non procedeva speditamente perché nessuno dei personaggi poteva andare fino in fondo. E le citavo Un uomo tranquillo, un film di grande soddisfazione, con 4, 5 personaggi che vanno fino in fondo.  Veramente non c’è confronto. Sono matto a paragonare i due film. Lo faccio solo per contrapporli. Ne L’ultimo metrò non c’è alcun personaggio che può andare fino in fondo alla sua missione.  Gérard Depardieu, per esempio, è un attore del Grand Guignol che ha una grande occasione di promozione artistica entrando nel teatro vero e proprio. E lui che cosa fa’? Dopo le prime repliche, già abbandona il teatro per unirsi alla Resistenza. E anche come partigiano e un partigiano dell’ultim’ora. In una prima versione della sceneggiatura lo facevo saltare per aria ma poi ho rinunciato. Poi c’è Jean Poiret, il tipico uomo servizievole, che collabora un po’, ma solo per aiutare gli amici. Anche il personaggio di Catherine Deneuve si divide tra due uomini. Invece, è una grande soddisfazione avere in un film un personaggio che va fino in fondo. Io l’ho avuto in Adele H, la storia di una giovane che segue fino in fondo il suo destino e le sue passioni. Qui, invece, è il contrario e temevo che la trama si sarebbe rivelata in consistente. Ma alla fine abbiamo scoperto che non era un difetto perché durante la guerra si poteva sopravvivere solo scendendo a compromessi. E‘ probabile che anche adesso noi siamo costretti a compromessi continui per vivere.[3]
Eppure, nonostante l’argomento drammatico, il film rivela un tono da commedia che pur prendendo sul serio gli avvenimenti vuole comunque mostrare al pubblico un atteggiamento ottimista verso la vita. E’ questo uno dei pochi lavori di Truffaut con un lieto fine completo anche se, durante tutta la vicenda, la paura è protagonista. L’ultimo metrò riassume al meglio la lezione di Ernst Lubitsch.  In fondo il suo To have or have not (Vogliamo vivere) era riuscito a far ridere il pubblico dell’invasione nazista in Polonia. Allo stesso modo L’ultimo metrò è dotato di un’euforia contagiosa che pervade ogni singola sequenza. Il ritmo accelerato dei dialoghi omaggia il metodo Hawks, che utilizzava un metronomo per non concedere pause agli attori tra una battuta e l’altra. 

Con questo film Truffaut realizza il sogno di mettere in mostra i mille dettagli legati alla sua infanzia. Il regista, infatti, durante l’occupazione aveva poco più di dieci anni. Il paradosso perciò, come notava umoristicamente anche Truffaut, è che il film suscita emozioni profonde soprattutto in coloro che all’epoca dei fatti erano già adulti. Come se proprio l’infanzia, con i suoi ricordi selettivi e amplificati, siano la chiave più idonea per ricreare un’epoca. Per evitare di cadere in incongruenze grossolane il regista poi decide di mettere in scena il film in gran parte di notte, proprio per ingannare lo spettatore e spingerlo a concentrarsi sulle vicende dei suoi protagonisti.
Il film è tuttavia denso di riferimenti alla vita artistica dell’epoca. Il teatro negli anni ’40 era un fiorire di talenti da Sartre a Montherlant. Molti sono gli eventi davvero ispirati alla realtà: così il personaggio di Lucas Steiner è ispirato alo scenografo Alexandre Trauner che lavorò davvero in clandestinità. Il critico Daxiat è invece Alain Laubreaux, che all’epoca proibì le repliche della Macchina infernale di Jean Cocteau bollando lo spettacolo come opera ebraicizzata ed effemminata.

L’ultimo metrò è anche un film sulla sopravvivenza quotidiana, un tema questo che verrà ripreso vent’anni più tardi anche da Bertand Tavernier quando con Laissez- passer racconterà lo stesso periodo, vissuto però sul set cinematografico della Continental, la casa di produzione tedesca per la quale lavorarono molti autori francesi come Henry Clouzot e Maurice Tourneur. 
Marion, interepretata dalla Deneuve, è il personaggio centrale del film, una donna energica e coraggiosa, una bionda algida e insensibile ma nel cui intimo brucia la passione per il marito, per il suo amante, per il suo teatro. Una donna che Truffaut mutua dai personaggi femminili hitchcockiani e in particolare dalla Grace Kelly della Finestra sul cortile, parimenti determinata a salvare la vita del proprio uomo. D’altronde è proprio Truffaut a scrivere che i grandi momenti del cinema sono “la coincidenza tra le doti di un regista e quelle di un’attrice da lui diretta.”

Il DVD della Q media è registrato su un supporto doppio strato. Il film è stato restaurato con un nuovo trasferimento digitale e presenta la pellicola nel corretto formato cinematografico 2.35:1, anamorfico. Video brillante che riproduce al meglio la calda fotografia degli interni realizzata da Nestor Almendros. Qualche criticità si avverte nelle sequenze notturne. L’audio è proposto nell’originale 2.0, sia in italiano che in francese (sottotitoli in italiano), che risulta pulito e ben calibrato sul canale centrale.
I contenuti extra sono tutti interessanti. Il commento audio è a cura di Jean Pierre Azèma, storico dell’occupazione e Gèrard Depardieu. Ascoltandolo si capiranno tutti i riferimenti storici che hanno ispirato Truffaut per i personaggi e le situazioni proposte nel film, mentre il commento di Depardieu si concentra sul rapporto artistico con il regista. Il disco offre poi la consueta presentazione al film, realizzata dal critico francese Serge Toubiana. Un estratto da “La notte dei César” ci mostra tutte le premiazioni della magica sera in cui Truffaut ottenne ben dieci premi. Una chicca è invece il video nel quale si vede Truffaut dal suo libraio preferito scegliere alcuni libri. Interessante l’intervista al regista realizzata all’uscita del film. Chiudono la sezione delle scene inedite splendide, eliminate nel montaggio definitivo solo per motivi di durata ed un trailer in originale del film.

L’ultimo metrò è un film magnifico che la Q media per BIM distribuzione ci propone in un Dvd degno di essere acquistato.

[1] Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema, a cura di Anne Gillain, p. 253, Gremese editore, 1988

[2] Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema, cit., p. 255.

[3] Intervista a François Truffaut nel DVD L’ultimo metrò, Q Media, 2002

Caratteristiche tecniche

  • Disco (DVD 9)
  • Menù interattivi
  • Accesso diretto alle scene
  • Formato cinematografico: 2.35:1, anamorfico 
  • Audio: Dolby Digital Mono Italiano, Francese
  • Sottotitoli: italiano
  • Distribuzione Home video: Q Media

Contenuti speciali

  • Presentazione del film di Serge Toubiana (4:27, Sott. ITA)
  • Commento audio di Jean Pierre Azèmae Gerard Depardieu per tutta la durata del film (Sottottitoli Italiano)
  • Intervista a François Truffaut
  • Truffaut e il piacere di leggere
  • Scene inedite
  • Estratti da La notte dei César
  • Trailer cinematografico originale

Qualità Video:
Qualità Audio: Digital 2.0: 7
Extra: 8

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