Anno VII - Numero 31 - Marzo 2002

I film del mese


LE LACRIME DELLA TIGRE NERA
(FA TALAI JONE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Wisit Sasanatieng
Fotografia: Nattawut Kittikhun
Scenografia
: Ek Iemchuen
Costumi
: Chaiwichit Somboon
Musica
: Amornbhong Metakunavudh
Montaggio
: Dusanee Puinongpho
Prodotto da
: Nonzee Nimibutr
(Thailandia, 2000)

Durata
: 110’
Distribuzione cinematografica
: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Seua Dum (Tigre Nera): Chartchai Ngamsan
Rumpoey: Stella Malucchi
Mahesuan: Supakorn Kitsuwon
Capitano di polizia Kumjorn: Arawat Ruangvuth
Fai: Sombati Medhanee

Quella di Rumpoey e di Dum è una tradizionale storia d’amore: lei nata da un padre ricco e potente, lui umile figlio dei suoi servitori. Abituati a frequentarsi sin da bambini, i due innamorati devono affrontare una dura separazione dopo un incidente frainteso dai genitori di entrambe le famiglie. Molti anni dopo, il loro incontro avviene a Bangkok, dove sia Rumpoey che Dum conducono i loro studi universitari. Ancora, questo amore impossibile sarà causa di crudeli sventure, provocando l’espulsione di Dum dalla scuola. Le stagioni si succedono e, nonostante il dolore del distacco, gli amanti conservano intatta la loro passione. Ma Rumpoey non sa che Dum, nel frattempo, è diventato la "Tigre Nera", famigerato assassino in una banda di briganti, e quando i destini dei due compagni s’incroceranno ancora, le scelte che hanno fatto porteranno alla tragica conclusione della loro intensa avventura. 

Opera che evoca territori preclusi alla nostra esperienza di spettatori, "Le lacrime della Tigre Nera" è un omaggio all’invisibile tradizione cinematografica del cinema thailandese. Sono elementi del paesaggio cinematografico che abbiamo sorpassato senza porvi attenzione, allo stesso modo dei particolari che ci lasciamo alle spalle, trascurati, attraversando una lunga strada. Come spesso accade ad un B-Movie, la necessità di raggiungere un pubblico vasto determina radicali semplificazioni dell’intreccio narrativo, offrendo una libertà pressoché assoluta all’esercizio formale. Poiché sviluppa un’iperbole intorno a questi presupposti, il film di Wisit Sasanatieng tenta di scomporre diverse fonti per fissarle in un sistema organico: frammenti di una memoria che è il dominante della sua sintassi, un velo di rimembranze che abbraccia l’esattezza del suo stile attraverso una composizione screziata di melò, musical e western. I colori pastello che si appaiano sulla scenografia, poi, definiscono il dominio spaziale di algide tonalità purpuree e verde acqua, che stimolano il ricordo di ritratti sbiaditi sulla patina di una vecchia cartolina. 

Addolcito da questa confezione, il film estende il criterio di un surrealismo meccanico attraverso il racconto, ritoccato da una premurosa direzione artistica che congettura espedienti affini ai modelli del fumetto anni ’60, e alle identificazioni secondarie (o soggettive) che insistono sugli ingranaggi del campo-controcampo in tempi lenti e protesi. Via via questa formula, alternata alle immagini fosforescenti dei paesaggi e degli interni, favorisce la maturazione di singolari suggestioni contrastanti, al tempo stesso dense e bizzarre, durante la cui rotazione gli attori vengono impiegati come caricature deformabili, insieme cantanti e pistoleri. Sembra, tutt’al più, che la reiterazione delle sue regole possa condurla ad un senso d’immobilità. Eppure, nonostante il racconto grigio ed il ritmo confuso, il film merita attenzione almeno per il suo insolito lessico, e rappresenta l’occasione di spiare da una fessura i lineamenti di un cinema che esiste altrove.

Francesco Russo


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