Anno VII - Numero 31 - Marzo 2002

I film del mese


HARDBALL

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Brian Robbins
Sceneggiatura
: John Gatins
Fotografia
: Tom Richmond
Scenografia
: Jaymes Hinckle
Costumi
: Francine Jamison-Tanchuck
Musica
: Mark Isham
Montaggio
: Ned Bastille
Prodotto da
: Tina Nides, Brian Robbins, Michael Tollin
(USA, 2001)

Durata
: 106'
Distribuzione cinematografica
: Eagle Pictures

PERSONAGGI E INTERPRETI

Conor O'Neil: Keanu Reeves
Elizabeth Wilkes: Diane Lane
Ticky Tobin: John Hawkes
Jefferson Albert Tibbs: Julian Griffith
Matt Hiland: D. B. Sweeney

Conor O’Neill (Keanu Reeves) è uno spiantato che riesce a dedicarsi con passione solo alle scommesse sportive. Proprio a causa di questo sua vizio, è sempre in fuga da allibratori senza molti scrupoli. L’ultima perdita al gioco, però, è particolarmente forte, tanto da costringere Conor a chiedere aiuto ad un suo amico d’infanzia, Ticky (John Hawkes), che gli propone uno scambio: salderà il suo debito se Conor lo sostituirà come allenatore di una scalcinata squadra di baseball della lega giovanile, i Kekambas, composta dai ragazzini delle case popolari. Conor è ben poco disposto verso i bambini, ma accetta l’incarico pur di tirarsi fuori dai guai. Oltre a dover fare i conti con una squadra allo sbando, Conor dovrà fronteggiare anche l’insegnante dei suoi giocatori, la signorina Wilkes (Diane Lane), e le difficoltà che sono costretti ad affrontare i suoi ragazzi. Ma non sarà facile, per Conor, liberarsi dalla sua passione per le scommesse e dai conseguenti guai.

Hardball si presenta come un classico film per famiglie con prole, dalle emozioni un po’ preconfezionate ma dalla morale assicurata e abbondante. D’altra parte il curriculum del regista Brian Robbins, specializzato in film per bambini e sullo sport, parrebbe autorizzare questa interpretazione. Niente di più sbagliato. Hardball è uno straordinario caso di film ibrido, che sembra rispettare pienamente le regole del cinema di genere solo per confonderle. Se è vero che la tentazione retorica è quella che sembra avere il sopravvento (bambini difficili in un quartiere difficile, un protagonista sulla via della redenzione, il ruolo salvifico attribuito allo sport e la grande metafora che questo rappresenta, in particolare nel cinema americano) è anche vero che il film, negli Usa, è stato sorprendentemente vietato ai minori di 14 anni, che non è esattamente un bel viatico per un film per famiglie. E in effetti l’inizio è piuttosto rude, con Reeves (inespressivo come sempre) rappresentato come un balordo con la scommessa facile e una buona dose di autolesionismo. Poi forse è la passione di Robbins per il rap e l’hip hop (pure una delle note più liete del film) a portarlo verso una rappresentazione alquanto stereotipata del ghetto "all-black" delle case popolari, che soprattutto nel linguaggio (sia delle canzoni, sia dei bambini) si allontana non poco dai canoni disneyani. Che di per sé può anche essere una buona cosa, ma solo se frutto di un intenzione ben precisa. Cosa che sembra invece mancare a Hardball, che oscilla pericolosamente tra generi diversi (Robbins trova lo spazio persino per la commedia romantica) senza mai decidersi, per poi tornare, nel finale, a rassicurare la famigliola un po’ scettica con un intero tir di retorica, in pieno spirito post-11 settembre.

Alternando l’analisi sociale (molto superficiale), l’etica dello sport, il sogno americano dell’uomo che, per quanto caduto in basso, può sempre trovare le forze per risorgere e redimersi, con una continua ricerca dell’emozione, portata avanti con tutti i mezzi, leciti e non, Hardball è un film sconcertante, difficile da etichettare (per mancanza di parametri), che pure riesce, nonostante mille difetti e contraddizioni, a risultare in certo modo compiuto, a testimonianza forse di una capacità quasi innata di intrattenere che il cinema americano conserva comunque, anche e soprattutto in film "minori", senza grandi pretese.

Andrea Nobile


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