Anno VII - Numero 31 - Marzo 2002

I film del mese


GOSFORD PARK

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Robert Altman
Sceneggiatura
: Robert Altman e Julian Fellowes, da un’idea di Bob Balaban
Fotografia:
Andrew Dunn
Scenografia
: Stephen Altman
Costumi
: Jenny Beavan
Musica
: Patrick Doyle
Montaggio
: Tim Squyres
Prodotto da
: Robert Altman, David Levy, Joshua Astrachan, Jane Frazer
(USA, 2002)

Durata
: 137'
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Jennings: Alan Bates
Constance Contessa di Trentham: Maggie Smith
Sylvia McCordle: Kristin Scott Thomas
Henry Denton: Ryan Phillippe
Elsie: Emily Watson
Sir William McCordle: Michael Gambon

Gran Bretagna, novembre 1932: un gruppo di invitati di riguardo si dà convegno nella sontuosa tenuta di Gosford Park, per l’occasione d’una battuta di caccia. Ad accoglierli sono sir William, un parvenu che ha ottenuto la nobiltà dalla giovane consorte, Lady Sylvia e la figlia Isobel. Tra i molti ospiti convenuti, un americano produttore delle pellicole di Charlie Chan, un ex-ufficiale economicamente ridotto a mal partito, un attore alla moda, un’anziana contessa dal fare elegante e dai motti taglienti, diversi giovani; inoltre, una numerosa servitù capitanata dal compunto maggiordomo Jennings e dall’austera governante Wilson. Scossa da ricatti, gelosie e vendette, l’eterogenea compagnia trascorre giornate divise tra l’ossequio alle convenzioni ed una malcelata tensione costantemente pronta ad esplodere; sino a che il non troppo amato padrone di casa viene ritrovato morto, con un pugnale nel petto...

Detta così, la trama sembra quella d’un giallo della tradizione anglosassone: ed in effetti "Gosford Park", ultima fatica cinematografica del 77enne Robert Altman appena passata alla Berlinale, assomiglia non poco a certe pellicole di Guy Hamilton - ad esempio, "Assassinio allo specchio" (1980) o " Delitto sotto il sole" (1981) - fedeli trasposizioni schermiche di celebri romanzi di Agatha Christie. Dalla scrittrice inglese viene certo la descrizione, assieme crudele e divertita, di riti e miti dell’aristocrazia: come pure il malevolo insinuare che ciascuno è un potenziale omicida, all’interno d’una società edonistica e chiusa sino al tanfo quale quella del bel mondo fra i due conflitti mondiali. Ovviamente, Altman possiede una forte personalità, è autore di prim’ordine e - vieppiù a contatto con i generi - lascia il segno: le annotazioni sulle differenze di classe all’interno della dimora sono sovente graffianti, magistrale risulta la gestione della dimensione corale ed esemplare nella sua crudezza lo scioglimento narrativo.

Appena gravato da un sospetto di manierismo, appesantito da qualche lungaggine nella seconda parte, il film coniuga tuttavia in maniera impeccabile le ragioni dello spettacolo e quelle del buon cinema: nell’assortito cast, spiccano la sempre formidabile Maggie Smith - nei panni prediletti di un personaggio amabilmente detestabile - e l’ottimo Alan Bates, perfetto nella caratterizzazione del servant ligio alle padronali regole del gioco.

Francesco Troiano

Robert Altman, lo sgabello d'autore


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