: UIP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Mary: Dee Wallace Stone
Elliot: Henry Thomas
Keys: Peter Coyote
Michael: Robert Mc Naughton
Gertie: Drew Barrymore




ETTÌ,
OVVERO COME IMPARAMMO AD AMARE L’EXTRATERRESTRE
Lifting emozionale per l’umanesimo spielberghiano
Buona astuzia
commerciale è quella di campare sulle proprie glorie. Vi riescono a
meraviglia i golden boys del
cinema americano, George Lucas e Steven Spielberg.
A colpi di anniversario, vitaminizzati da ripuliture e
accentuazioni, tornano nei cinema i loro capolavori, con lo scopo
dichiarato di pascere nuove generazioni che li hanno solo sbirciati alla
tivvù. Dovere del critico, uno degli ultimi rimasti (il dovere, non il
critico) è quello di traghettare gli spettatori dal passato al
presente, offrendo un quadro di lettura complessivo. Ragion per cui si
dirà come E.T., pellicola ricca negli incassi come poche altre, abbia segnato
probabilmente la punta dell’umanesimo spielberghiano, e un deciso
punto di svolta nella storia della fantascienza cinematografica. L’età
classica aveva consegnato alla fantasia collettiva un’immagine perlopiù
negativa dell’alieno: brutto, malvagio ancorché comunista tendeva
soprattutto alla distruzione della razza umana. Le poche declinazioni a
fondo positivo riguardavano casi di extraterrestri non “puri”, come
il triste Godzilla dall’alito cattivo o le scimmie dell’omonimo
pianeta, maltrattatissime nei seguiti in cui giungono sulla Terra. Gli
anni Settanta eliminano quasi del tutto l’alieno dalla scena,
lasciando l’uomo a combattere con i suoi stessi catastrofici
fantasmi.
È Incontri
ravvicinati del terzo tipo a marcare una prima differenza. Questi
extraterrestri sono esseri pacifici, che si esprimono con sequenze
musicali; e, dice Spielberg per corporativismo, parlano solo con i
registi, visto che è François Truffaut lo scienziato buono che
interagisce con loro.
E.T.
fa qualcosa in più. Dice che gli extraterrestri sono buoni, gli scienziati
cattivi, e che solo l’innocenza dei bambini è degna di stabilire un
contatto. Tutto il film è permeato di un’aura quasi mistica,
dell’invito a recuperare una dimensione primigenia. Una grande favola,
solo vagamente new age, che si trasforma in una macchina inesorabile
diretta al cuore dello spettatore. Nulla sarebbe forse avvenuto se
Rambaldi non avesse inventato quell’essere con il testone e gli occhi
grandi, antropomorfo ma non troppo riconducibile alla razza umana, un
must assoluto e ineguagliato tra le creature della scenotecnica. Nulla
sarebbe forse avvenuto senza quel “telefono-casa”, entrato ormai nel
gergo comune. In E.T.
Spielberg raggiunge una sorta di perfezione in quella che è la sua
ricetta favorita, il sentimento umanitario tuffato nel grande frullato
dei generi e delle citazioni (il volo in bicicletta che fa tanto Disney).
Qualcosa del genere ha tentato anche in Artificial
Intelligence, con minore compattezza ma con fascino inalterato nelle
sequenze ove presenta alieni di un futuro remotissimo, semplici sagome
di luce.
Vent’anni dopo, E.T.
mantiene inalterata la forza di alcune sequenze, come quella della
“resurrezione”, che mostrano la grande intelligenza
dei meccanismi dell’emozione cinematografica che ha reso grandissimo
il buon Steven. In un momento in cui
l’animazione si è volta alla perfezione della computer graphic, lo
sguardo languido dell’alieno canta una poesia desueta forse, ma
universale. Non è poco, per un film che ha anche evitato di
fare serie vittime tra i suoi interpreti. Persino Drew Barrymore, che
pareva destinata ad una vita di stenti e tossicodipendenze, si è
felicemente salvata. E allora, allegria. Buon viaggio, alieno.