Anno VII - Numero 31 - Marzo 2002

I film del mese


E.T. L'EXTRATERRESTRE
(E. T. THE EXTRA-TERRESTRIAL)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura
: Melissa Mathison
Fotografia
: Allen Daviau
Scenografia
: James D. Bissel
Musica
: John Williams
Montaggio
: Carol Littleton
Prodotto da
: Kathleen Kennedy, Steven Spielberg
(USA, 1982)

Durata
: 115' - 120' nella riedizione
Distribuzione cinematografica
: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Mary: Dee Wallace Stone
Elliot: Henry Thomas
Keys: Peter Coyote
Michael: Robert Mc Naughton
Gertie: Drew Barrymore

ETTÌ, OVVERO COME IMPARAMMO AD AMARE L’EXTRATERRESTRE
Lifting emozionale per l’umanesimo spielberghiano

Buona astuzia commerciale è quella di campare sulle proprie glorie. Vi riescono a meraviglia i golden boys del cinema americano, George Lucas e Steven Spielberg.  A colpi di anniversario, vitaminizzati da ripuliture e accentuazioni, tornano nei cinema i loro capolavori, con lo scopo dichiarato di pascere nuove generazioni che li hanno solo sbirciati alla tivvù. Dovere del critico, uno degli ultimi rimasti (il dovere, non il critico) è quello di traghettare gli spettatori dal passato al presente, offrendo un quadro di lettura complessivo. Ragion per cui si dirà come E.T., pellicola ricca negli incassi come poche altre, abbia segnato probabilmente la punta dell’umanesimo spielberghiano, e un deciso punto di svolta nella storia della fantascienza cinematografica. L’età classica aveva consegnato alla fantasia collettiva un’immagine perlopiù negativa dell’alieno: brutto, malvagio ancorché comunista tendeva soprattutto alla distruzione della razza umana. Le poche declinazioni a fondo positivo riguardavano casi di extraterrestri non “puri”, come il triste Godzilla dall’alito cattivo o le scimmie dell’omonimo pianeta, maltrattatissime nei seguiti in cui giungono sulla Terra. Gli anni Settanta eliminano quasi del tutto l’alieno dalla scena, lasciando l’uomo a combattere con i suoi stessi catastrofici fantasmi. 

È Incontri ravvicinati del terzo tipo a marcare una prima differenza. Questi extraterrestri sono esseri pacifici, che si esprimono con sequenze musicali; e, dice Spielberg per corporativismo, parlano solo con i registi, visto che è François Truffaut lo scienziato buono che interagisce con loro. 

E.T. fa qualcosa in più. Dice che gli extraterrestri sono buoni, gli scienziati cattivi, e che solo l’innocenza dei bambini è degna di stabilire un contatto. Tutto il film è permeato di un’aura quasi mistica, dell’invito a recuperare una dimensione primigenia. Una grande favola, solo vagamente new age, che si trasforma in una macchina inesorabile diretta al cuore dello spettatore. Nulla sarebbe forse avvenuto se Rambaldi non avesse inventato quell’essere con il testone e gli occhi grandi, antropomorfo ma non troppo riconducibile alla razza umana, un must assoluto e ineguagliato tra le creature della scenotecnica. Nulla sarebbe forse avvenuto senza quel “telefono-casa”, entrato ormai nel gergo comune. In E.T. Spielberg raggiunge una sorta di perfezione in quella che è la sua ricetta favorita, il sentimento umanitario tuffato nel grande frullato dei generi e delle citazioni (il volo in bicicletta che fa tanto Disney). Qualcosa del genere ha tentato anche in Artificial Intelligence, con minore compattezza ma con fascino inalterato nelle sequenze ove presenta alieni di un futuro remotissimo, semplici sagome di luce.

Vent’anni dopo, E.T. mantiene inalterata la forza di alcune sequenze, come quella della “resurrezione”, che mostrano la grande intelligenza dei meccanismi dell’emozione cinematografica che ha reso grandissimo il buon Steven. In un momento in cui l’animazione si è volta alla perfezione della computer graphic, lo sguardo languido dell’alieno canta una poesia desueta forse, ma universale. Non è poco, per un film che ha anche evitato di fare serie vittime tra i suoi interpreti. Persino Drew Barrymore, che pareva destinata ad una vita di stenti e tossicodipendenze, si è felicemente salvata. E allora, allegria. Buon viaggio, alieno.

Riccardo Ventrella


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