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ACQUA TIEPIDA SOTTO UN PONTE ROSSO
(AKAI HASHI NO SHITA NO NURUI MIZU)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Shoei Imamura
Sceneggiatura: Motofumi Tomikawa, Daisuke Tengan, Shoei Imamura
Fotografia: Shigeru Komatsubara
Scenografia: Hisao Inagaki
Musica: Shinichiro Ikebe
Montaggio: Hajime Okayasu
Prodotto da: Hisa Iino
(Giappone, 2001)
Durata: 111’
Distribuzione cinematografica: BIM
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Yosuke
Sasano: Koji Yakusho
Saeko Aizawa: Misa Shimizu
Mitsu Aizawa: Mitsuko Baisho
Gen: Mansaku Fuwa
Taro: Kazuo Kitramura
  
Yosuke
è un timido disoccupato in cerca d’impiego, con una difficile
situazione familiare. Un giorno, tornando da un colloquio, si attarda
per parlare con il suo vecchio amico Taro, un vagabondo che vive sui
moli di Tokyo. L’uomo gli racconta di un Buddha d’oro, nascosto
sotto la terra di un vaso in una casa situata accanto ad un ponte rosso,
nella penisola di Noto. Intrigato dalla sua proposta, Yosuke parte alla
ricerca del prezioso bottino, e trovata la casa conosce in circostanze
insolite Saeko, la sua giovane proprietaria. La ragazza lo seduce,
costretta a rivelare il suo sconcertante segreto: con scadenze regolari,
il suo corpo si riempie di acqua sino alla gola e lei può liberarsene
soltanto provando intense sensazioni, tra cui il piacere sessuale. La
vita di Yosuke conosce da quel giorno turbamenti e trasformazioni,
obbligandolo a compiere scelte che cambieranno il suo destino.
Un
maestro trascurato dell’arte cinematografica compie quest’anno
settantasei anni. Artigiano della prestigiosa Nikkatsu (la prima major
giapponese), Shoei Imamura ne fu esponente
di primo piano sin dal suo ingresso, lavorando al fianco di modelli come
Yasujiro Ozu e Masaki Kobayashi, intuendo dall’osservazione del loro
orientamento il peso della struttura e della metodologia: sorgenti che
lo hanno condotto ad esordire con il capolavoro “Desiderio Rubato”
(1958). Prima di Oshima, il tono aspro del suo cosmo invaso dai corpi
annunciò l’avvento di una contestazione sfacciata e astiosa,
disgiunta dalle imputazioni caustiche ordinate con deterministica cura
nell’eleganza degli estetismi di Ozu, Kurosawa e Mizoguchi, poiché
nell’arte di Imamura si rivelava una connivenza tra la fisicità
ossessiva e l’amorfismo sociale che corrodono lo spirito umano come
un’infezione unitaria, all’origine della sua disposizione al male e
alla pena. Per disporre queste variabili, Imamura individuò nella donna
giapponese l’incarnazione delle sue inquietudini, costretta dalla
miseria del suo ruolo ad abitare un corpo gelido e aggredito da un
vorace erotismo, forte ma afflitta nel caos e privata della propria
legittima grandezza.
Vittima
sublime e superiore, l’anima umiliata nella bellezza del suo aspetto,
questa immagine di donna ha attraversato quasi tutta l’opera di
Imamura, premiato con la Palma d’Oro a Cannes nel 1983 (“La ballata
di Narayama”) e nel 1997 (L’anguilla”). “Acqua tiepida sotto un
ponte rosso”, ad ogni modo, si articola lungo un sentiero che
abbandona ai margini le sue ansie. Con
l’accento morbido di una commedia grottesca il regista racconta
l’emancipazione di una donna nuova, conscia dell’autorità
latente nella sua maternità, complemento della creazione che è al
tempo stesso dell’uomo e del mondo. L’acqua che sgorga
dall’eccitazione della protagonista è fonte di vita per i gelsomini
del suo giardino e per i pesci di un fiume che scorre sottostante, per
lei stessa; così com’è incontrollabile ed enigmatico anelito di un
ordinamento misogino oramai fragile e disseccato, che agogna
parteciparvi con l’illusione di dominarla: la donna esprime
attualmente una fermezza di cui gli uomini sono schiavi. Descritto da un
sobrio linguaggio tecnico, il film è scandito con un ritmo armonico che
indugia sulla traboccante vivacità cromatica delle scene, dilatandone
il tempo per contenere brillanti momenti di recitazione. Certamente un
Imamura minore per leggerezza stilistica, ma fresco e determinato dal
temperamento di un esordiente, e lucido come un navigato
caposcuola.
Francesco
Russo
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