Anno VII - Numero 33 - Maggio 2002

I film del mese


THE MOTHMAN PROPHECIES - VOCI DALL'OMBRA
(THE MOTHMAN PROPHECIES)

CAST TECNICO ARTISTICO

RegiaMark Pellington
Sceneggiatura
Richard Hatem (tratto dal libro ”The Mothman Prophecies” di John Keel)
Fotografia
Fred Murphy
Scenografia
Richard  Hoover
Costumi
Susan Lyall
Musica
Toman Dandy
Montaggio
Brian Berdan
Prodotto da
Tom Rosenberg, Gary Lucchesi, Gary Goldstein
(USA, 2002)

Durata
119’
Distribuzione cinematografica
Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

John Klein: Richard Gere
Ingrid Cold: Laura LInney
Mary Klein: Debra Messing
Gordon Smallwood: Will Patton
Cyrus Bills: Bob Tracey
Alexander Leek: Alan Bates

John Klein (Richard Gere) è la miglior penna del Washington Post. La sera di Natale è in macchina con la moglie: lasfalto è ghiacciato, la macchina sbanda e impatta contro una villetta. Mary (Debra Messing) è in coma e in pochi giorni muore. John si salva e trova un taccuino con dei disegni fatti dalla moglie agonizzante. Un'immagine si ripete ad ogni pagina: un ombra, un uomo alato, che unito alle parole, le ultime, che Mary gli ha detto: “L’hai visto?”  lo tormenta, sino a quando non decide di partire per Richmond. In viaggio ha un guasto, ma quando, dopo un’ora, si ferma si trova in un paese distante 6.000 miglia da dove era partito e la popolazione, che, con in testa il bel sergente Cold (Laura Linney), ammette di essere vittima di aggressioni e visioni di un uomo, simile all’ombra disegnata dalla moglie di John. 

Mark Pellington ("Arlington Road") mette in scena il testo di John Keel e la sceneggiatura di Richard Hatem e il risultato è un diorama che comprime la captatio clementiae del testo, sfuma in sussurro quello che altrimenti sarebbe un acuto: insomma trasfigura un  buon soggetto, fra il metafisico e il fantasy, in una storia sul piano visivo permeata da una gelida tenebra, con carrellate lunghe, silenzi ostinati, e un atmosfera di perpetuo dolore nei volti dei protagonisti. Il rischio di illustrare con tavole intrise di orrore greve è scongiurato. Così insiste con le reiterate sequenze di telefonate diaboliche, e le nobilita con una cappa insondabile e terrifica che copre ogni centimetro quadro dello schermo: echeggiano evidenti gli espedienti semiotici di Friedkin e Linch. Sebbene in alcune sequenze sfiori la finzione svelata, quando insiste su dettagli macabri contestuali alla storia, oltre che l’utilizzo di immagini subliminali. 

E’ fuor di dubbio che The Mothman prophecies è un film di ardua collocazione come genere, e passibile, allo stesso tempo, dello stesso dubbio per quel che ne pertiene il giudizio: con una trama inverosimile, eppur seduttiva, la storia oscilla tra unattesa della soluzione per le enigmatiche vicende di John Klein ed una rassegnazione illogica ma definita per l’intero corso delle sequenze. Ed è lo stesso dubbio e lo stesso ipnotico stordimento che il finale scaglia nelle pupille dello spettatore. Da ciò, nonostante il susseguirsi di avvenimenti surreali o inspiegabili, e la presenza statica di unansante aspettativa godotiana, e per quella torva ed invisibile presenza incarnata dalla macchina da presa (reminiscenza di “Shining” di S.Kubrick) che plana sulle scene dall’alto, e, anche perché la storia si dice sia vera, è un film dunque impregnato di virtuosismo, ma che deve la propria dignità alla rarefatta regia di Pellington ed alla faccia spigolosa e sensuale di Laura Linney.

Luigi Senise


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