: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
John Klein: Richard Gere
Ingrid Cold: Laura LInney
Mary Klein: Debra Messing
Gordon Smallwood: Will Patton
Cyrus Bills: Bob Tracey
Alexander Leek: Alan Bates


John
Klein (Richard Gere) è la miglior penna del
Washington Post. La sera di Natale è in macchina con la moglie: l’asfalto è ghiacciato, la macchina sbanda e impatta contro una villetta.
Mary (Debra Messing) è in coma e in pochi
giorni muore. John si salva e trova un taccuino con dei disegni fatti
dalla moglie agonizzante. Un'immagine si ripete ad ogni pagina: un
ombra, un uomo alato, che unito alle parole, le ultime, che Mary gli ha
detto: “L’hai visto?” lo tormenta, sino a quando non
decide di partire per Richmond. In viaggio ha un guasto, ma quando, dopo
un’ora, si ferma si trova in un paese distante 6.000 miglia da dove
era partito e la popolazione, che, con in testa il bel sergente Cold (Laura
Linney), ammette di essere vittima di aggressioni e visioni di un
uomo, simile all’ombra disegnata dalla moglie di John.
Mark
Pellington ("Arlington Road") mette in scena il testo
di John Keel e la sceneggiatura di Richard
Hatem e il risultato è un diorama che comprime la captatio
clementiae del testo, sfuma in sussurro quello che altrimenti sarebbe un
acuto: insomma trasfigura un buon
soggetto, fra il metafisico e il fantasy, in una storia sul piano visivo
permeata da una gelida tenebra, con carrellate lunghe, silenzi ostinati,
e un atmosfera di perpetuo dolore nei volti dei protagonisti. Il
rischio di illustrare con tavole intrise di orrore greve è scongiurato.
Così insiste con le reiterate sequenze di telefonate diaboliche, e le
nobilita con una cappa insondabile e terrifica che copre ogni centimetro
quadro dello schermo: echeggiano evidenti gli espedienti semiotici di
Friedkin e Linch. Sebbene in alcune sequenze sfiori la finzione svelata,
quando insiste su dettagli macabri contestuali alla storia, oltre che
l’utilizzo di immagini subliminali.
E’
fuor di dubbio che The Mothman prophecies è un film
di ardua collocazione come genere,
e passibile, allo stesso tempo, dello stesso dubbio per quel che ne
pertiene il giudizio: con una trama inverosimile, eppur seduttiva, la
storia oscilla tra un’attesa della soluzione per le enigmatiche vicende di John Klein ed una
rassegnazione illogica ma definita per l’intero corso delle sequenze.
Ed è lo stesso dubbio e lo stesso ipnotico stordimento che il finale
scaglia nelle pupille dello spettatore. Da ciò, nonostante il
susseguirsi di avvenimenti surreali o inspiegabili, e la presenza
statica di un’ansante aspettativa godotiana, e per
quella torva ed invisibile presenza incarnata dalla macchina da presa
(reminiscenza di “Shining” di S.Kubrick) che plana sulle scene
dall’alto, e, anche perché la storia si dice sia vera, è un
film dunque impregnato di virtuosismo, ma che deve la propria dignità
alla rarefatta regia di Pellington ed
alla faccia spigolosa e sensuale di Laura Linney.