Anno VII - Numero 33 - Maggio 2002

I film del mese


MONTECRISTO
(THE COUNT OF MONTECRISTO)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura
: Jay Wolpert
Fotografia
: Andrei Dunn
Scenografia
: Mark Geraghty
Costumi
: Tom Rand
Musica
: Edward Shearmur
Montaggio
: Stephen Semel, Chris Womack
Prodotto da
: Roger Birnbaum, Gary Barber, Jonathan Glickman
(USA, 2002)

Durata
: 131’
Distribuzione cinematografica
: Buena Vista International Italia

PERSONAGGI E INTERPRETI

Edmond Dantes: Jim Caviziel
Fernand Montego: Guy Pearce
Mercedes: Dagmara Dominiczyk
Abate Faria: Richard Harris
Jacopo: Luis Guzman

Tratto senza troppo rigore dal romanzo di Alexandre Dumas (che è ossessione dei cineasti sin dal 1929), “Montecristo” racconta del giovane marinaio Edmond Dantes, povero ed onesto, innamorato della bella Mercedes, che intende sposare dopo l’attesa nomina a capitano. Ma le sue speranze vengono distrutte quando il suo migliore amico Fernand Montego, di nobili origini, lo tradisce per sottrargli la donna. Spedito nel famigerato penitenziario dell’isola di Chateau d’If per un’ingiusta condanna, Dantes resta intrappolato in un incubo che durerà 13 lunghi anni. Conosce, tra le mura della prigione, il vecchio e colto Faria, che lo salva dall’oblio regalandogli un’istruzione e offrendogli una via di fuga. Evaso dalla sua cella, Edmond si dedica al desiderio di vendicarsi contro ogni persona lo abbia tradito e, assunta l’identità del misterioso Conte di Montecristo, si insinua nei ranghi della nobiltà francese, per distruggere sistematicamente tutti i suoi avversari.

Siamo assai lontani dal Kevin Reynolds che fu autore di "Fandango", uno tra gli affreschi epocali – con “Il grande freddo” – più validi ed emozionanti degli anni che seguirono al crollo del sogno americano, di una generazione distratta ed ebbra che evocò, al tramonto della sua illusione, i demoni che aveva negato e respinto. Montecristo è un prodotto deteriore anche messo a confronto con i precedenti  “Robin Hood – Principe dei ladri” e “Waterworld”, pressoché incurante degli orientamenti tematici e narrativi che descrivono il romanzo di Alexandre Dumas. I temi della vendetta e della precarietà dei valori borghesi sono vittima di una semplificazione strutturale che riversa sul film una sgradevole atmosfera viziata di mestizia, il cui debole stratagemma si riflette soprattutto sulla rappresentazione: gli episodi e gli ambienti che si succedono nel corso della corruzione spirituale di Dantes vengono dipinti attraverso un simbolismo di maniera lineare, candido ed esplicito, epurato da ogni rischio di raffigurazione plurale per accontentare le esigenze di un furbesco criterio di produzione. Gli stessi attori, inevitabilmente, divengono gli ingranaggi fuori posto di questo meccanismo reiterante, poiché se Jim Caviezel (“La sottile linea rossa”) è un Dantes senza forma, Richard Harris e Guy Pearce appaiono marionette malferme e remissive al servizio di una sceneggiatura sfilacciata. Una storia di cappa e spada frammentaria, dal ritmo irregolare, oziosa e monotona anche per il grande pubblico a cui è destinata.

Francesco Russo


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