MONTECRISTO
(THE
COUNT OF MONTECRISTO)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Kevin Reynolds
Sceneggiatura: Jay Wolpert
Fotografia: Andrei Dunn
Scenografia: Mark Geraghty
Costumi: Tom Rand
Musica: Edward Shearmur
Montaggio: Stephen Semel, Chris Womack
Prodotto da: Roger Birnbaum, Gary Barber, Jonathan Glickman
(USA, 2002)
Durata: 131’
Distribuzione cinematografica: Buena Vista International
Italia
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Edmond Dantes: Jim Caviziel
Fernand Montego: Guy Pearce
Mercedes: Dagmara Dominiczyk
Abate Faria: Richard Harris
Jacopo: Luis Guzman

Tratto
senza troppo rigore dal romanzo di Alexandre Dumas
(che è ossessione dei cineasti sin dal 1929), “Montecristo”
racconta del giovane marinaio Edmond Dantes, povero ed onesto,
innamorato della bella Mercedes, che intende sposare dopo l’attesa
nomina a capitano. Ma le sue speranze vengono distrutte quando il suo
migliore amico Fernand Montego, di nobili origini, lo tradisce per
sottrargli la donna. Spedito nel famigerato penitenziario dell’isola
di Chateau d’If per un’ingiusta condanna, Dantes resta intrappolato
in un incubo che durerà 13 lunghi anni. Conosce, tra le mura della
prigione, il vecchio e colto Faria, che lo salva dall’oblio
regalandogli un’istruzione e offrendogli una via di fuga. Evaso dalla
sua cella, Edmond si dedica al desiderio di vendicarsi contro ogni
persona lo abbia tradito e, assunta l’identità del misterioso Conte
di Montecristo, si insinua nei ranghi della nobiltà francese, per
distruggere sistematicamente tutti i suoi avversari.
Siamo
assai lontani dal Kevin Reynolds che fu
autore di "Fandango", uno tra gli affreschi epocali – con
“Il grande freddo” – più validi ed emozionanti degli anni che
seguirono al crollo del sogno americano, di una generazione distratta ed
ebbra che evocò, al tramonto della sua illusione, i demoni che aveva
negato e respinto. Montecristo è un prodotto
deteriore anche
messo a confronto con i precedenti
“Robin Hood – Principe dei ladri” e “Waterworld”,
pressoché incurante degli orientamenti tematici e narrativi che
descrivono il romanzo di Alexandre Dumas. I temi della vendetta e della
precarietà dei valori borghesi sono vittima di una semplificazione
strutturale che riversa sul film una sgradevole atmosfera viziata di
mestizia, il cui debole stratagemma si riflette soprattutto sulla
rappresentazione: gli episodi e gli ambienti che si succedono nel corso
della corruzione spirituale di Dantes vengono dipinti attraverso un
simbolismo di maniera lineare, candido ed esplicito, epurato da ogni
rischio di raffigurazione plurale per accontentare le esigenze di un
furbesco criterio di produzione. Gli stessi attori, inevitabilmente,
divengono gli ingranaggi fuori posto di questo meccanismo reiterante,
poiché se Jim Caviezel (“La sottile
linea rossa”) è un Dantes senza forma, Richard
Harris e Guy Pearce appaiono
marionette malferme e remissive al servizio di una sceneggiatura
sfilacciata. Una storia di cappa e spada
frammentaria, dal ritmo irregolare, oziosa e monotona anche
per il grande pubblico a cui è destinata.
Francesco
Russo