THE
MAJESTIC
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Frank Darabont
Sceneggiatura: Michael Sloane
Fotografia: David Tattersall
Scenografia: Gregory Melton
Costumi: Karyn Wagner
Musica: Mark Isham
Montaggio: Jim Page
Prodotto da: Frank Darabont
(USA, 2001)
Durata: 151’
Distribuzione cinematografica: Warner Bros
PERSONAGGI E INTERPRETI
Pete: Jim Carrey
Harry Trimble: Martin Landau
Adele Stanton: Laurie Holden
Doc Stanton: David Ogden Stiers
Stan Keller: James Whitmore


Siamo
nel 1951, in pieno maccartismo. Peter Appleton, promettente e ambizioso
sceneggiatore degli HHS Studios hollywoodiani, attende con ansia davanti
al Chinese Theater, dove, di fianco a “La regina d’Africa”,
esordisce il suo primo e sofferto lungometraggio, un B-movie intitolato
“I predoni del Sahara”. La sua carriera sembra oramai avviata,
quando, inaspettatamente, un’indagine della Commissione per le Attività
Antiamericane lo trova colpevole di cospirazione comunista. Distrutto e
sull’orlo del fallimento, Peter cerca conforto nell’alcol e, durante
una notte di tempesta, perde il controllo dell’automobile e precipita
da un ponte dismesso. Al suo risveglio, si trova in un luogo
sconosciuto, incapace di ricordare il proprio nome e come sia finito su
quella riva. Al contrario, gli accoglienti abitanti della zona sembrano
riconoscerlo, scambiandolo per il figlio di un proiezionista dato per
morto in età acerba durante la seconda guerra mondiale, assieme ad
altri 60 ragazzi del paese. Travolto dall’incontenibile gioia
dell’anziano padre e degli altri paesani, Peter ha senza sapere
l’occasione di cominciare una nuova vita, mentre tenta di scavare
nella memoria alla ricerca del proprio passato, per sapere chi sia, o
chi sia mi stato.
Non è una sorpresa che il
cinema di Frank Darabont, autore dei
fortunati "Le ali della libertà" e "Il miglio
verde", sia penetrato da chiari e confessati indizi di una
sconfinata ammirazione per l'arte di Frank Capra, spesso rivelata nella
rappresentazione iperbolica di un mondo ove la virtù di alcuni
individui si oppone al degrado della cornice sociale che li contiene,
sterile, avida e parassitaria. Di questo amore, "The Majestic"
è una confessione ansiosa e travolgente, che si avventura per un
sentiero filologico ambendo alla sintesi e alla esegesi del poliedrico
linguaggio di Capra, ben attento a non trascurarne i caratteri focali.
Effettivamente, Darabont lo attraversa tutto, da "Orizzonte
perduto" a "Mr. Smith va a Washington", da "Arriva
John Doe" a "La vita è meravigliosa", sviato dal
desiderio di realizzare un omaggio che si confonde tra il formalismo
meta-cinematografico e l'esasperazione delle ragioni contestuali
caratteristiche del cinema americano anni '40.
Tradisce la sua lealtà
soltanto rinunciando ad un adeguato quadro storico: preferendo, cioè,
all'illusione roosveltiana gli anni bui del maccartismo, a cui però
sovrappone, pressoché inalterati, i valori spirituali cari alla ricerca
poetica di Frank Capra (prima fra tutti la
fede che il regista poneva negli ideali democratici, quali strumenti
indispensabili alla resurrezione della coscienza). Proprio questa
pedagogica e reverenziale ossessione è alla base dei punti deboli
riconducibili al film di Darabont, perso in un
raffinato ricamo, incapace di far corrispondere ad alcune
immagini di straordinaria intensità (il prologo, l'inaugurazione del
cinema, le proiezioni, l'epilogo) una specifica coerenza strutturale,
che dissolve invece la sua rifinita geometria in frangenti
melensi e d'imbarazzante ambiguità. Nonostante Jim
Carrey e Martin Landau siano due
interpreti formidabili, nonostante i temi del doppio, del patto che la
magia del cinema stabilisce tra finzione e realtà, vengano
dignitosamente affrontati, l'incanto di "The Majestic" sfuma
dilatando la storia con informazioni superflue e generiche, che
ottengono come unico risultato quello di vanificare uno tra progetti più
stimolanti di questa stagione cinematografica.