Anno VII - Numero 33 - Maggio 2002

I film del mese


THE MAJESTIC

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Frank Darabont
Sceneggiatura
: Michael Sloane
Fotografia
: David Tattersall
Scenografia
: Gregory Melton
Costumi
: Karyn Wagner
Musica
: Mark Isham
Montaggio
: Jim Page
Prodotto da
: Frank Darabont
(USA, 2001)

Durata
: 151’
Distribuzione cinematografica
: Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

Pete: Jim Carrey
Harry Trimble: Martin Landau
Adele Stanton: Laurie Holden
Doc Stanton: David Ogden Stiers
Stan Keller: James Whitmore

Siamo nel 1951, in pieno maccartismo. Peter Appleton, promettente e ambizioso sceneggiatore degli HHS Studios hollywoodiani, attende con ansia davanti al Chinese Theater, dove, di fianco a “La regina d’Africa”, esordisce il suo primo e sofferto lungometraggio, un B-movie intitolato “I predoni del Sahara”. La sua carriera sembra oramai avviata, quando, inaspettatamente, un’indagine della Commissione per le Attività Antiamericane lo trova colpevole di cospirazione comunista. Distrutto e sull’orlo del fallimento, Peter cerca conforto nell’alcol e, durante una notte di tempesta, perde il controllo dell’automobile e precipita da un ponte dismesso. Al suo risveglio, si trova in un luogo sconosciuto, incapace di ricordare il proprio nome e come sia finito su quella riva. Al contrario, gli accoglienti abitanti della zona sembrano riconoscerlo, scambiandolo per il figlio di un proiezionista dato per morto in età acerba durante la seconda guerra mondiale, assieme ad altri 60 ragazzi del paese. Travolto dall’incontenibile gioia dell’anziano padre e degli altri paesani, Peter ha senza sapere l’occasione di cominciare una nuova vita, mentre tenta di scavare nella memoria alla ricerca del proprio passato, per sapere chi sia, o chi sia mi stato. 

Non è una sorpresa che il cinema di Frank Darabont, autore dei fortunati "Le ali della libertà" e "Il miglio verde", sia penetrato da chiari e confessati indizi di una sconfinata ammirazione per l'arte di Frank Capra, spesso rivelata nella rappresentazione iperbolica di un mondo ove la virtù di alcuni individui si oppone al degrado della cornice sociale che li contiene, sterile, avida e parassitaria. Di questo amore, "The Majestic" è una confessione ansiosa e travolgente, che si avventura per un sentiero filologico ambendo alla sintesi e alla esegesi del poliedrico linguaggio di Capra, ben attento a non trascurarne i caratteri focali. Effettivamente, Darabont lo attraversa tutto, da "Orizzonte perduto" a "Mr. Smith va a Washington", da "Arriva John Doe" a "La vita è meravigliosa", sviato dal desiderio di realizzare un omaggio che si confonde tra il formalismo meta-cinematografico e l'esasperazione delle ragioni contestuali caratteristiche del cinema americano anni '40. 

Tradisce la sua lealtà soltanto rinunciando ad un adeguato quadro storico: preferendo, cioè, all'illusione roosveltiana gli anni bui del maccartismo, a cui però sovrappone, pressoché inalterati, i valori spirituali cari alla ricerca poetica di Frank Capra (prima fra tutti la fede che il regista poneva negli ideali democratici, quali strumenti indispensabili alla resurrezione della coscienza). Proprio questa pedagogica e reverenziale ossessione è alla base dei punti deboli riconducibili al film di Darabont, perso in un raffinato ricamo, incapace di far corrispondere ad alcune immagini di straordinaria intensità (il prologo, l'inaugurazione del cinema, le proiezioni, l'epilogo) una specifica coerenza strutturale, che dissolve invece la sua rifinita geometria in frangenti melensi e d'imbarazzante ambiguità. Nonostante Jim Carrey e Martin Landau siano due interpreti formidabili, nonostante i temi del doppio, del patto che la magia del cinema stabilisce tra finzione e realtà, vengano dignitosamente affrontati, l'incanto di "The Majestic" sfuma dilatando la storia con informazioni superflue e generiche, che ottengono come unico risultato quello di vanificare uno tra progetti più stimolanti di questa stagione cinematografica.

Francesco Russo


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