: Buena Vista International
PERSONAGGI E INTERPRETI
Eliot Arnold: Tim Allen
Anna Herk: Rene Russo
Arthur Herk: Stanley Tucci
Snake: Tom Sizemore
Henry: Dennis Farina



Nella
turbolenta città di Miami, una misteriosa valigia sta per sconvolgere
la vita di un improbabile banda di personaggi. Si tratta di casuali
vittime del fato, tra cui troviamo un disilluso pubblicitario divorziato
alle prese con i guai del figlio, un giovane e squattrinato giramondo
con un’oscura passione per le patatine messicane, una coppia di
disorganizzati criminali, due disorientati sicari mafiosi, una bella
signora stanca del marito e il marito stesso, arrogante uomo d’affari
con una particolare inclinazione all’alcol e alle donne. E non sono i
soli. Tutti, ad ogni modo, si troveranno coinvolti in una sregolata
girandola di equivoci che li porterà ad incontrarsi davanti al
misterioso contenuto della valigia, al ritmo di una stazione radio
invasa dai tifosi della squadra dei Gators.
Il
talento (raro) di Barry Sonnenfeld è nel saper coniugare i toni della
parodia e i ritmi frenetici del cinema d'azione, riuscendo
nella difficile impresa di mantenere entrambi in un rigoroso equilibrio
strutturale. Il regista di "Get Shorty", "La famiglia
Addams", "Wild Wild West" e "Men in Black" è
un intrattenitore allergico alle digressioni e legato ad una tradizione
estetica che si preoccupa di rivelare esclusivamente quanto è
necessario, sempre al servizio della sceneggiatura, pur quando sceglie
di esporsi con affettati movimenti di macchina e licenziosi esercizi di
montaggio.
Big
trouble è un trascinante film corale di esemplare stabilità,
simmetrico e senza pause, tenuto assieme da un cast che annovera
caratteristi del calibro di Stanley Tucci e
Tom Sizemore. Merito del regista è proprio
di non lasciarsi sopraffare dalle competenze degli interpreti, attento a
mantenere il controllo sul suo lavoro, determinato a dimostrare un
potenziale espressivo latente solo in apparenza: Sonnenfeld è
indubbiamente un corrosivo demolitore dei costumi sociali statunitensi,
un iconoclasta periferico che ha rivelato la validità dei suoi
argomenti sin dai due fortunati episodi de “La famiglia Addams”.
Stavolta il bersaglio non si nasconde dietro una metafora. La beffarda
inettitudine dei personaggi - che, per un antico dualismo, contagia
anche i loro animali - si sovrappone ai contrasti culturali che ancora
dividono i 50 stati americani in frammentarie identità, realizzando
abilmente uno spassoso e perspicuo confronto gemellare tra idiozia e
intolleranza. Si ride di continuo per un’ora
e trenta, travolti da un incontenibile avvicendamento di gags
e allusivi sarcasmi, rapidamente sino al momento della verità,
comprensiva del valore di un regista che conosce il suo mestiere.