Anno VII - Numero 35 - Luglio 2002

Minority Report


RAPPORTO DI MAGGIORANZA
Come fu che Stefano Spielberg coltivò interessi nella science-fiction

Non è una questione di numeri, perché il Minority Report di prossima uscita non è che il quarto lungometraggio di fantascienza che possa annoverarsi nella sua filmografia. Pure, tra i suoi innumerevoli e talora danarosi meriti Stefano Spielberg può rubricare anche quello di aver dato un suo contributo fondamentale all’evoluzione di un genere assai caro al cinema.
Per capire questo occorre brevemente scorrere la storia del genere medesimo nelle sue articolazioni classiche. Se in una prima fase, da Méliès alla fine degli anni Trenta, nella trattazione della fantascienza in pellicola avevano prevalso l’elemento ludico e quello avventuroso, dopo la Seconda Guerra Mondiale è l’epifania della mostruosità a dominare i b-movies. Mostruosità spesso determinata da micidiali, misteriose e mortifere radiazioni, retaggio della bomba atomica, che trasformano uomini e oggetti in creature terrificanti. Mostruosità altre volte concentrata nella figura dell’alieno; “che appartiene ad altri, estraneo”, secondo l’accezione latina, quindi contrario, ostile. Negli oscuri anni Cinquanta l’extraterrestre è l’inaccettabile diverso, la fonte di ogni pericolo, l’oscuro simbolo delle forze che minacciano l’America, come il comunismo. L’angosciosa spirale trova un bel compimento ne L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, dove gli alieni da pacifici “fagioloni” diventano umani e “sostituiscono” le creature terrestri. Ognuno di noi può essere un extraterrestre, in realtà. Questa visione si perpetua nel tempo, tanto che la si ritrova anche in telefilm celebri come UFO o Spazio 1999: in quest’ultimo, pur moderandosi l’aggressività e insinuandosi una timida vena d’esotismo, il rapporto con l’alieno è risolto sempre in termini di minaccia o pericolo. Le pellicole apocalittiche che marchiano la fantascienza dell’era nixoniana non modificano la situazione. Semplicemente, spostano il conflitto all’interno dell’uomo stesso, che è causa maggiore del suo male con i cattivi comportamenti che lo contraddistinguono.

Vennero poi Guerre Stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Se Lucas nel suo blockbuster recupera le frange più avventurose del genere, inserendole nel mix di filosofia, archetipi narrativi e cinefilia che sta alla base del film, Stefano Spielberg sperimenta invece la sua personale visione dell’umanesimo applicata alla fantascienza. Gli alieni non sono ostili, ma semplicemente “altro da noi”, come dimostra l’attenuazione delle componenti antropomorfe. Per avere contatti con la Terra scelgono non i potenti ma gente comune, ancor meglio se in età infantile. Parlano una lingua semplice e musicale, decrittata in un modo che ricorda tanto un gioco di memoria popolare in quegli anni, il Simon. Non vogliono scienziati come interfaccia, ma un regista francese travestito da scienziato francese. Scegliendo Truffaut per il ruolo del professor Lacombe Spielberg sentenzia che è solo la lingua potente del cinema, oltre all’innocenza dei bambini, a poter esplorare fattivamente l’universo.

Il discorso si amplia in E.T., macchina commerciale potente che segna il definitivo trionfo di Stefano Spielberg sull’industria del cinema. Il richiamo alla diversità è assai più forte che in Incontri ravvicinati del terzo tipo. L’essere creato da Carlo Rambaldi è una sorta di piccolo miracolo per come nega affermandole le componenti antropomorfe. Impossibile non muoversi a compassione per il sapiente intreccio tra occhioni bovini e dita ultragalattiche, linguisticamente risolto in quell’aforisma che in italiano recita “telefono-casa”. L’accettazione dell’altro è un poderoso ingranaggio fabbricasoldi che magnifica l’umanesimo spielberghiano. I semplici ci renderanno più buoni, e più ricchi.

Questa visione dell’alieno trova poca udienza nei successivi sviluppi della fantascienza, che preferisce interpretazioni più aggressive e al contempo spettacolari, come avviene con Indipendence Day. Il problema è tornato fra le carte di Stefano Spielberg con A.I., variazione sul tema dalle pieghe interessanti. L’altro è qui una macchina, un robot (la cosa non fa gran differenza), che invece di tentare di soppiantare gli umani come si pensa tutti i robot vogliano fare quando i circuiti s’inorgogliscono, cerca di farsi accettare come uno di loro. Il bambino (ancora una volta) protagonista è un HAL 9000 con Pinocchio sul comò: deluso dagli umani, sarà ricompensato da alieni di un futuro profondissimo, lontani da ogni reminescenza antropomorfa e semplicemente ridotti ad una sagoma di luce. Daranno al bimbo meccanico l’unico vero giorno di felicità di una vita cui forse sarà concesso di terminar un giorno.

La carta si volta ora con Minority Report, apparentemente lontano dalla tematica del diverso, eppure ancora intrigante perché s’intrufola nell’immaginario di uno degli autori decisivi della fantascienza, Philip K.Dick. Poco praticato al cinema se non per brevi testi, perché difficilissimo da trasporre nella miriade complessa dei temi e dei registri stilistici che tocca partendo dall’alveo del genere. Vedremo se Stefano Spielberg saprà aggiungere un altro tassello alla sua relazione con la SF.

Riccardo Ventrella

Minority Report


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