Non
è una questione di numeri, perché il Minority
Report di prossima uscita non è che il quarto lungometraggio di
fantascienza che possa annoverarsi nella sua filmografia. Pure, tra i
suoi innumerevoli e talora danarosi meriti Stefano Spielberg può
rubricare anche quello di aver dato un suo contributo fondamentale
all’evoluzione di un genere assai caro al cinema.
Per capire questo occorre brevemente scorrere la storia del genere
medesimo nelle sue articolazioni classiche. Se in una prima fase, da Méliès
alla fine degli anni Trenta, nella trattazione della fantascienza in
pellicola avevano prevalso l’elemento ludico e quello avventuroso,
dopo la Seconda Guerra Mondiale è l’epifania della mostruosità a
dominare i b-movies. Mostruosità spesso determinata da micidiali,
misteriose e mortifere radiazioni, retaggio della bomba atomica, che
trasformano uomini e oggetti in creature terrificanti. Mostruosità
altre volte concentrata nella figura dell’alieno; “che appartiene ad
altri, estraneo”, secondo l’accezione latina, quindi contrario,
ostile. Negli oscuri anni Cinquanta l’extraterrestre è
l’inaccettabile diverso, la fonte di ogni pericolo, l’oscuro simbolo
delle forze che minacciano l’America, come il comunismo.
L’angosciosa spirale trova un bel compimento ne L’invasione
degli ultracorpi di Don Siegel, dove gli alieni da pacifici
“fagioloni” diventano umani e “sostituiscono” le creature
terrestri. Ognuno di noi può essere un extraterrestre, in realtà.
Questa visione si perpetua nel tempo, tanto che la si ritrova anche in
telefilm celebri come UFO o Spazio
1999: in quest’ultimo, pur moderandosi l’aggressività e
insinuandosi una timida vena d’esotismo, il rapporto con l’alieno è
risolto sempre in termini di minaccia o pericolo. Le pellicole
apocalittiche che marchiano la fantascienza dell’era nixoniana non
modificano la situazione. Semplicemente, spostano il conflitto
all’interno dell’uomo stesso, che è causa maggiore del suo male con
i cattivi comportamenti che lo contraddistinguono.
Vennero
poi Guerre Stellari e Incontri
ravvicinati del terzo tipo. Se Lucas nel suo blockbuster recupera le
frange più avventurose del genere, inserendole nel mix di filosofia,
archetipi narrativi e cinefilia che sta alla base del film, Stefano
Spielberg sperimenta invece la sua personale visione dell’umanesimo
applicata alla fantascienza. Gli alieni non sono ostili, ma
semplicemente “altro da noi”, come dimostra l’attenuazione delle
componenti antropomorfe. Per avere contatti con la Terra scelgono non i
potenti ma gente comune, ancor meglio se in età infantile. Parlano una
lingua semplice e musicale, decrittata in un modo che ricorda tanto un
gioco di memoria popolare in quegli anni, il Simon. Non vogliono scienziati
come interfaccia, ma un regista francese travestito da scienziato
francese. Scegliendo Truffaut per il ruolo del professor Lacombe
Spielberg sentenzia che è solo la lingua potente del cinema, oltre
all’innocenza dei bambini, a poter esplorare fattivamente
l’universo.
Il
discorso si amplia in E.T., macchina commerciale potente che segna il definitivo trionfo
di Stefano Spielberg sull’industria del cinema. Il richiamo alla
diversità è assai più forte che in Incontri
ravvicinati del terzo tipo. L’essere creato da Carlo Rambaldi è
una sorta di piccolo miracolo per come nega affermandole le componenti
antropomorfe. Impossibile non muoversi a compassione per il sapiente
intreccio tra occhioni bovini e dita ultragalattiche, linguisticamente
risolto in quell’aforisma che in italiano recita “telefono-casa”.
L’accettazione dell’altro è un poderoso ingranaggio fabbricasoldi
che magnifica l’umanesimo spielberghiano. I semplici ci renderanno più
buoni, e più ricchi.
Questa
visione dell’alieno trova poca udienza nei successivi sviluppi della
fantascienza, che preferisce interpretazioni più aggressive e al
contempo spettacolari, come avviene con Indipendence
Day. Il problema è tornato fra le carte di Stefano Spielberg con A.I.,
variazione sul tema dalle pieghe interessanti. L’altro è qui una
macchina, un robot (la cosa non fa gran differenza), che invece di
tentare di soppiantare gli umani come si pensa tutti i robot vogliano
fare quando i circuiti s’inorgogliscono, cerca di farsi accettare come
uno di loro. Il bambino (ancora una volta) protagonista è un HAL 9000
con Pinocchio sul comò: deluso dagli umani, sarà ricompensato da
alieni di un futuro profondissimo, lontani da ogni reminescenza
antropomorfa e semplicemente ridotti ad una sagoma di luce. Daranno al
bimbo meccanico l’unico vero giorno di felicità di una vita cui forse
sarà concesso di terminar un giorno.
La
carta si volta ora con Minority Report, apparentemente lontano dalla tematica del diverso,
eppure ancora intrigante perché s’intrufola nell’immaginario di uno
degli autori decisivi della fantascienza, Philip K.Dick. Poco praticato
al cinema se non per brevi testi, perché difficilissimo da trasporre
nella miriade complessa dei temi e dei registri stilistici che tocca
partendo dall’alveo del genere. Vedremo se Stefano Spielberg saprà
aggiungere un altro tassello alla sua relazione con la SF.