Intervista
a John Woo
Abbiamo
incontrato John Woo, a Roma per presentare il suo "Windtalkers",
insieme all'attore Roger Willie che nel film interpreta il ruolo
dell'indiano White Horse. Autore tra i più rappresentativi degli ultimi
quindici anni di cinema, il grande regista ha confessato la sua
apprensione ad ogni anteprima di un suo lavoro, stabilendo
immediatamente un clima confidenziale. "Per me" ha detto,
"fare un film è come scrivere una lettera ad un amico. Non so mai
in che modo verrà accolta". Subito dopo, ha ringraziato il nostro
paese per il caloroso e inatteso benvenuto.
Questo film indica un nuovo
corso nella ricerca espressiva di John Woo?
Non lo so, ma certamente volevo realizzare qualcosa di diverso, di
più serio. Nella mia carriera ho fatto molti film: dai gangster movies
ai film d'azione e di kung-fu. Volevo cambiare e questa storia mi ha
colpito subito. Appena letta, nonostante non fossi a conoscenza del
ruolo decisivo svolto da questi indiani nella Seconda Guerra Mondiale,
l'ho trovata emozionante.
Ci
sembra di ritrovare, paragonando questo film a "A bullet in the
head" e ad altri, forti similitudini con i temi trattati nei suoi
film precedenti al periodo americano.
Sì, ci sono le stesse emozioni. Quando mi e stato raccontato il
soggetto di "Windtalkers", ho capito immediatamente che avrei
potuto realizzare un film riversandovi le tematiche che mi sono più
care: amicizia e tradimento. Nonostante non abbia combattuto la guerra,
la durezza di questi contesti non può fare a meno di portare alla mia
memoria i giorni dell'infanzia. Come nella vita di strada, la guerra
cambia le persone e lacera i rapporti distruggendo ogni cosa:
all'inizio, Yahzee non ha esperienza del campo di battaglia, ma comincia
a capirne l'orrore dopo il suo incontro con Enders. La guerra lo cambia
come aveva fatto con il suo protettore, proprio mentre questi, giunto al
limite, intraprende una strada verso la redenzione. Il marine, che è
molti passi avanti all'indiano, tenta allora di aiutarlo. Sia "Windtalkers"
che "A bullet in the head" sono film anti-bellici, anti-eroici,
ma in entrambi è l'amicizia a rimarginare le ferite.
Quanto c'è di biografico in
questa sceneggiatura?
La parte che riguarda i codetalkers è assolutamente fedele. Abbiamo
avuto addirittura un consulente per insegnarci ad usare il codice navajo.
Il plot, invece, è tutto inventato.
Il
film non sembra definire con decisione il ruolo morale dei personaggi,
la differenza tra buoni e cattivi…
Era esattamente ciò che cercavo di ottenere. In guerra non esistono
i giusti ed i malvagi, solo esseri umani che si massacrano a vicenda.
Nel film, gli stessi giapponesi sono nemici quasi invisibili, poiché
non rappresentano il solo pericolo attraversato dai protagonisti. Il
nemico è ovunque, soprattutto in loro stessi: Enders porta il nemico più
temibile dentro di sé, e il resto del gruppo vive i suoi medesimi
contrasti.
Come ha accolto Hollywood
l'idea che un regista asiatico si occupasse di un argomento così
prettamente americano?
Con un po' di diffidenza, effettivamente. Ma si tratta di qualcosa
che gli americani fanno da anni, quindi, a maggior ragione, mi sono
sentito anch'io nel diritto di tentare. Alla fine, sono stati proprio
alcuni uomini della Marina a farmi i maggiori complimenti.
In
questo film, il suo stile crudo sembra riemergere in tutta la sua
efficacia. A cosa è dovuto?
Quando ero giovane, vivevo in un ambiente difficile dominato dalla
violenza delle gangs. Ho imparato a sopravvivere, ma l'esperienza della
strada ha inevitabilmente influito sul mio stile. Ho superato i momenti
peggiori grazie agli amici, tra la chiesa e le scuole superiori. Non ho
visto la guerra, ma l'ho vissuta per le strade. Quando ho realizzato
"A bullet in the head", ad esempio, ero dominato dalla rabbia
e dal dolore. Girando le scene d'azione, coinvolgevo tutte le mie
emozioni e lasciavo che fossero la mia angoscia ed il mio rancore a
descrivere le coreografie. Anche in "Windtalkers" c'è un po'
di tutto questo e l'azione è quasi documentaristica, allo scopo di
trasportare il pubblico sul campo di battaglia.
Quale film anti-bellico
ritiene più importante?
È difficile dirlo. Di certo, uno dei film che ammiro da sempre è
"La croce di ferro" di Sam Peckinpah. Ma ci sono anche
"Niente di nuovo sul fronte occidentale", "Il Dottor
Stranamore" e il recente "No man's land".
Un'ultima domanda a Roger
Willie, circa il ruolo di White Horse. Conosceva già la cultura navajo
o si è dovuto rivolgere ad un esperto?
No di certo! Conosco benissimo la sua cultura e parlo la lingua
Navajo anche meglio dell'inglese. Proprio per questo, posso affermare
che John Woo è stato davvero molto attento nel riprodurre i riti e le
cerimonie del popolo indiano, mostrandone con esattezza sia le
tradizioni che lo spirito.
Francesco
Russo