Anno VII - Numero 35 - Luglio 2002

I film del mese


Intervista a John Woo

Abbiamo incontrato John Woo, a Roma per presentare il suo "Windtalkers", insieme all'attore Roger Willie che nel film interpreta il ruolo dell'indiano White Horse. Autore tra i più rappresentativi degli ultimi quindici anni di cinema, il grande regista ha confessato la sua apprensione ad ogni anteprima di un suo lavoro, stabilendo immediatamente un clima confidenziale. "Per me" ha detto, "fare un film è come scrivere una lettera ad un amico. Non so mai in che modo verrà accolta". Subito dopo, ha ringraziato il nostro paese per il caloroso e inatteso benvenuto.

Questo film indica un nuovo corso nella ricerca espressiva di John Woo?
Non lo so, ma certamente volevo realizzare qualcosa di diverso, di più serio. Nella mia carriera ho fatto molti film: dai gangster movies ai film d'azione e di kung-fu. Volevo cambiare e questa storia mi ha colpito subito. Appena letta, nonostante non fossi a conoscenza del ruolo decisivo svolto da questi indiani nella Seconda Guerra Mondiale, l'ho trovata emozionante.

Ci sembra di ritrovare, paragonando questo film a "A bullet in the head" e ad altri, forti similitudini con i temi trattati nei suoi film precedenti al periodo americano.
Sì, ci sono le stesse emozioni. Quando mi e stato raccontato il soggetto di "Windtalkers", ho capito immediatamente che avrei potuto realizzare un film riversandovi le tematiche che mi sono più care: amicizia e tradimento. Nonostante non abbia combattuto la guerra, la durezza di questi contesti non può fare a meno di portare alla mia memoria i giorni dell'infanzia. Come nella vita di strada, la guerra cambia le persone e lacera i rapporti distruggendo ogni cosa: all'inizio, Yahzee non ha esperienza del campo di battaglia, ma comincia a capirne l'orrore dopo il suo incontro con Enders. La guerra lo cambia come aveva fatto con il suo protettore, proprio mentre questi, giunto al limite, intraprende una strada verso la redenzione. Il marine, che è molti passi avanti all'indiano, tenta allora di aiutarlo. Sia "Windtalkers" che "A bullet in the head" sono film anti-bellici, anti-eroici, ma in entrambi è l'amicizia a rimarginare le ferite.

Quanto c'è di biografico in questa sceneggiatura?
La parte che riguarda i codetalkers è assolutamente fedele. Abbiamo avuto addirittura un consulente per insegnarci ad usare il codice navajo. Il plot, invece, è tutto inventato.

Il film non sembra definire con decisione il ruolo morale dei personaggi, la differenza tra buoni e cattivi…
Era esattamente ciò che cercavo di ottenere. In guerra non esistono i giusti ed i malvagi, solo esseri umani che si massacrano a vicenda. Nel film, gli stessi giapponesi sono nemici quasi invisibili, poiché non rappresentano il solo pericolo attraversato dai protagonisti. Il nemico è ovunque, soprattutto in loro stessi: Enders porta il nemico più temibile dentro di sé, e il resto del gruppo vive i suoi medesimi contrasti.

Come ha accolto Hollywood l'idea che un regista asiatico si occupasse di un argomento così prettamente americano?
Con un po' di diffidenza, effettivamente. Ma si tratta di qualcosa che gli americani fanno da anni, quindi, a maggior ragione, mi sono sentito anch'io nel diritto di tentare. Alla fine, sono stati proprio alcuni uomini della Marina a farmi i maggiori complimenti.

In questo film, il suo stile crudo sembra riemergere in tutta la sua efficacia. A cosa è dovuto?
Quando ero giovane, vivevo in un ambiente difficile dominato dalla violenza delle gangs. Ho imparato a sopravvivere, ma l'esperienza della strada ha inevitabilmente influito sul mio stile. Ho superato i momenti peggiori grazie agli amici, tra la chiesa e le scuole superiori. Non ho visto la guerra, ma l'ho vissuta per le strade. Quando ho realizzato "A bullet in the head", ad esempio, ero dominato dalla rabbia e dal dolore. Girando le scene d'azione, coinvolgevo tutte le mie emozioni e lasciavo che fossero la mia angoscia ed il mio rancore a descrivere le coreografie. Anche in "Windtalkers" c'è un po' di tutto questo e l'azione è quasi documentaristica, allo scopo di trasportare il pubblico sul campo di battaglia.

Quale film anti-bellico ritiene più importante?
È difficile dirlo. Di certo, uno dei film che ammiro da sempre è "La croce di ferro" di Sam Peckinpah. Ma ci sono anche "Niente di nuovo sul fronte occidentale", "Il Dottor Stranamore" e il recente "No man's land".

Un'ultima domanda a Roger Willie, circa il ruolo di White Horse. Conosceva già la cultura navajo o si è dovuto rivolgere ad un esperto?
No di certo! Conosco benissimo la sua cultura e parlo la lingua Navajo anche meglio dell'inglese. Proprio per questo, posso affermare che John Woo è stato davvero molto attento nel riprodurre i riti e le cerimonie del popolo indiano, mostrandone con esattezza sia le tradizioni che lo spirito.

Francesco Russo

Speciale Windtalkers


Acquista i libri, i video e le colonne sonore dei film di cui abbiamo parlato su Amazon.com, il più fornito negozio interattivo della rete!

Search: Enter keywords...

logo.gif (1915 bytes)