NAMELESS
– ENTITÀ NASCOSTA
(NAMELESS)
CAST
TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura
e Regia: Jaume Balagueró
Fotografia: Xavi Gimenéz
Scenografia: Matias Tikas
Musica: Carles Casas
Montaggio: Luis De La Madrid
Prodotto da: Julio Fernández, Joan Ginard
(Spagna, 1999)
Durata: 102'
Distribuzione cinematografica: Eagle Pictures
PERSONAGGI
E INTERPRETI
Claudia:
Emma Vilaresau
Massera: Karra Elejalde
Quiroga: Tristán Ulloa
Toni: Pep Tosar
Franco: Toni Sevilla



Il
corpo martoriato di una bambina viene ritrovato, durante una notte di
ricerche, tra i macchinari di un’officina. Cinque anni dopo la
disgrazia, la madre della vittima, ancora sconvolta, riceve una
misteriosa telefonata da un’adolescente che dichiara di essere sua
figlia. Presa dal panico, si rivolge al detective che tanto tempo
addietro, senza successo, si era occupato del caso, convincendolo a
riprendere in mano le indagini. I due alleati, seguendo gli indizi
raccolti con fatica e aiutati da un giovane giornalista che lavora per
un periodico di occultismo, rinverranno increduli l’esistenza di una
società segreta, di una setta nata tra le barbarie del nazismo e
sopravvissuta negli anni macchiandosi di atroci delitti, celata dai
segreti di un mondo sotterraneo in cui ogni verità si perde
nell'apparenza.
Tratto
da un romanzo dello scrittore anglosassone Ramsey
Campbell, come il racconto “Nameless” affonda
vertiginosamente il suo sguardo nelle ferite di una coscienza segnata
dal dolore di quella perdita che coincide con la propria, condannandola
al supplizio del dover ricordare. E nel seguire la strada della
chirurgia documentaristica, si dimostra un film di assoluto rigore: dopo
aver calato la protagonista nell’estrema voragine dei propri tormenti,
Jaume Balagueró inizia a sezionarla e a
contaminarne la mente osservando una procedura che mima il rituale dei
suoi carnefici, come loro nascosto tra le ombre entro cui suggerisce,
addirittura, un processo d'identificazione propria, del mezzo
cinematografico e, per osmosi, del pubblico stesso. Per
questo, le riprese subliminali e improvvise che aggrediscono lo schermo
senza alcun presagio, si confondono tra il terrore dei personaggi e
lo smarrimento di chi le osserva come schegge di uno specchio che
s’infrange d’un tratto, lacerandogli il viso: tutti, dentro e fuori
la finzione, sono partecipi del medesimo incubo.
Nonostante
sia facile rintracciare in questa ossatura un procedimento lovecraftiano,
il pregio di Nameless è nel riuscire a
conservare un taglio strettamente europeo, suffragato
dall’affezione per un genere ed una scuola di cineasti che Balagueró
dimostra di conoscere appieno, e attraverso il cui ricordo realizza un
omogeneo lavoro che è al tempo stesso novità (negli esperimenti con il
sonoro) e operazione di recupero (nel conservatorismo delle atmosfere),
cupo come la tradizione a cui si ispira e inumano come il sadismo del
suo ammirato connazionale Jesus Franco (a cui deve, più che un’eredità
estetica, la passione per il male come pena applicata). In quanto horror
psicologico, “Nameless” estirpa dalla coscienza orrori che l’uomo
abbandona e nasconde nell’archivio della sua memoria rifiutando di
riconoscerli nella precarietà dell'esistenza, e li riversa in culti
atavici e senza nome, in mani che uccidono senza mostrare il volto,
attendendo una rivelazione finale che conduce il protagonista alla
follia e lo spettatore verso un vicolo cieco, alla fine del quale non vi
è alcuna luce, ma soltanto un abisso che dilata la bocca per continuare
ad inghiottirlo.