METROPOLIS
CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Rintaro
Sceneggiatura: Otomo Katsuhiro
Scenografia: Shuichi Hirata
Musica: Honda Toshiyuki
Prodotto da: Madhouse Production, Metropolis Project, Tezuka
Production Company LTD.
(Giappone, 2001)
Durata: 107’
Distribuzione cinematografica: Keyfilms



In
un’immensa e futuristica città stato abitata da diverse classi
sociali, gli uomini sopravvivono con il lavoro dei robot, schiavi
meccanici a cui hanno lasciato il compito di svolgere ogni attività, un
tempo compito degli uomini stessi. A capo della Metropoli si trova Duke
Red, un avido miliardario intenzionato a controllare l’energia
mondiale. Le sue ambizioni, però, vengono ostacolate da una potente
androide, sfuggita al controllo, che egli stesso ha fatto costruire per
raggiungere i propri scopi: il robot Tima. Questa, accompagnata dal
detective Shunsaku Ban e dal suo giovane assistente Ken-ichi,
intraprende un viaggio attraverso i devastati sottolivelli di Metropolis,
ove conoscerà le persone che li affollano imparando, soprattutto, a
scoprire se stessa.
Quanto emerge piuttosto chiaramente
dall’osservazione di “Metropolis” e di altre distopie
dell’animazione manga, è il loro ordinato incastro di riferimenti, il
continuo richiamo ad una cultura dell’immaginario che prende forma
dall’evocazione di paesaggi profondamente radicati nella tradizione
del cinema delle utopie negative, dal capolavoro omonimo di Fritz Lang al decadente
ritratto urbano di “Blade Runner”, da “Strange Days" sino
alle recenti tendenze cyberpunk ( "The Matrix", “Johnny
Mnemonic”) che con il cinema di fantascienza giapponese realizzano a
loro volta un flusso di interscambi tematici e stilistici: ad esempio,
la sintomatica ossessione per l’instabilità dell’identità
individuale in un futuro prossimo che tende a parificare natura umana e
struttura artificiale; ossessione concretizzata nel film dal dubbio che
bracca la giovane Tima: “chi sono io”.
Rintaro, quindi, non crea un
remake, ma rinnova il mito di “Metropolis” cambiandone la
prospettiva e il soggetto dell’azione, di cui l’intermediario non è
più Freder, il figlio del dittatore, ma Tima/Maria, macchina pensante
ed apostolica entro cui due mondi s’incontrano. Anche in questa nuova
veste l’oscurità del sottosuolo domina lo svolgimento del film, che
dopo averci mostrato, tra computer grafica e disegno a mano, la
raggelante solennità verticale delle architetture cittadine, ci
riconduce in un mondo sotterraneo livellato e rassegnato
all’abbandono. In più, Rintaro e lo sceneggiatore Katsushiro Otomo
(“Akira”) privano l'uomo della dignità di distinguersi tra il bene
ed il male, introducendo una terza classe sociale odiata e schiavizzata
indistintamente dal ceto borghese e dal proletariato: quella dei robot,
offerti come una nuova icona della diversità. Laddove nell’originale
del ’26 la catarsi diventava l’ansia di un monito, nel film di
Rintaro la speranza trova un varco sereno attraverso l’arroganza
dell’uomo, dietro cui si cela il suo desiderio di pace: confrontandosi
con lo spettro dell'autodistruzione, la purificazione della coscienza
sperimenta un sentiero doloroso oltre il quale, senza più definire il
bene ed il male, la giustizia ed il reato, la verità è in grado di
mostrare il proprio volto. Unico neo del film, forse, è il contrasto
fuori misura ravvisabile a volte tra le animazioni digitali e i modelli
tratteggiati manualmente, ma resta, tutto considerato, un difetto da cui
la qualità del racconto riesce con successo a distrarci.