Anno VII - Numero 34 - Giugno 2002

I film del mese


METROPOLIS

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Rintaro
Sceneggiatura
: Otomo Katsuhiro
Scenografia: Shuichi Hirata

Musica
: Honda Toshiyuki
Prodotto da
: Madhouse Production, Metropolis Project, Tezuka Production Company LTD.
(Giappone, 2001)

Durata
: 107’
Distribuzione cinematografica
: Keyfilms

In un’immensa e futuristica città stato abitata da diverse classi sociali, gli uomini sopravvivono con il lavoro dei robot, schiavi meccanici a cui hanno lasciato il compito di svolgere ogni attività, un tempo compito degli uomini stessi. A capo della Metropoli si trova Duke Red, un avido miliardario intenzionato a controllare l’energia mondiale. Le sue ambizioni, però, vengono ostacolate da una potente androide, sfuggita al controllo, che egli stesso ha fatto costruire per raggiungere i propri scopi: il robot Tima. Questa, accompagnata dal detective Shunsaku Ban e dal suo giovane assistente Ken-ichi, intraprende un viaggio attraverso i devastati sottolivelli di Metropolis, ove conoscerà le persone che li affollano imparando, soprattutto, a scoprire se stessa. 

Quanto emerge piuttosto chiaramente dall’osservazione di “Metropolis” e di altre distopie dell’animazione manga, è il loro ordinato incastro di riferimenti, il continuo richiamo ad una cultura dell’immaginario che prende forma dall’evocazione di paesaggi profondamente radicati nella tradizione del cinema delle utopie negative, dal capolavoro omonimo di Fritz Lang al decadente ritratto urbano di “Blade Runner”, da “Strange Days" sino alle recenti tendenze cyberpunk ( "The Matrix", “Johnny Mnemonic”) che con il cinema di fantascienza giapponese realizzano a loro volta un flusso di interscambi tematici e stilistici: ad esempio, la sintomatica ossessione per l’instabilità dell’identità individuale in un futuro prossimo che tende a parificare natura umana e struttura artificiale; ossessione concretizzata nel film dal dubbio che bracca la giovane Tima: “chi sono io”. 

Rintaro, quindi, non crea un remake, ma rinnova il mito di “Metropolis” cambiandone la prospettiva e il soggetto dell’azione, di cui l’intermediario non è più Freder, il figlio del dittatore, ma Tima/Maria, macchina pensante ed apostolica entro cui due mondi s’incontrano. Anche in questa nuova veste l’oscurità del sottosuolo domina lo svolgimento del film, che dopo averci mostrato, tra computer grafica e disegno a mano, la raggelante solennità verticale delle architetture cittadine, ci riconduce in un mondo sotterraneo livellato e rassegnato all’abbandono. In più, Rintaro e lo sceneggiatore Katsushiro Otomo (“Akira”) privano l'uomo della dignità di distinguersi tra il bene ed il male, introducendo una terza classe sociale odiata e schiavizzata indistintamente dal ceto borghese e dal proletariato: quella dei robot, offerti come una nuova icona della diversità. Laddove nell’originale del ’26 la catarsi diventava l’ansia di un monito, nel film di Rintaro la speranza trova un varco sereno attraverso l’arroganza dell’uomo, dietro cui si cela il suo desiderio di pace: confrontandosi con lo spettro dell'autodistruzione, la purificazione della coscienza sperimenta un sentiero doloroso oltre il quale, senza più definire il bene ed il male, la giustizia ed il reato, la verità è in grado di mostrare il proprio volto. Unico neo del film, forse, è il contrasto fuori misura ravvisabile a volte tra le animazioni digitali e i modelli tratteggiati manualmente, ma resta, tutto considerato, un difetto da cui la qualità del racconto riesce con successo a distrarci.

Francesco Russo


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