Anno VII - Numero 34 - Giugno 2002

I film del mese


LONG TIME DEAD

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Marcus Adams
Sceneggiatura
: Etian Arrusi, Daniel Bronzite, Chris Baker, Andy Day
Fotografia
: Nick Morris
Scenografia
: Alison Riva
Costumi
: Pamela Blundell
Musica
: Don Davis
Montaggio
: Lucia Zuchetti
Prodotto da
: James Gay Rees
(USA, 2002)

Durata
: 94’
Distribuzione cinematografica
: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Liam: Alec Newman
Webster: Lucas Haas
Rob: Joe Absolom
Stella: Lara Belmont
Annie: Melanie Gutteridge

Durante una festa in un magazzino londinese, sette studenti storditi dall'alcool e dalle droghe improvvisano una seduta spiritica utilizzando una tavoletta Oujia, strumento attraverso cui i morti comunicano con chi tenta di evocarli. Convinta di partecipare ad uno scherzo, la compagnia risveglia in realtà lo spirito di un Djiin, demone del fuoco sorto dalle oscure leggende della mitologia araba. Nel corso della stessa notte, i giovani malcapitati cadranno uno ad uno sotto l'attacco di un'entità invisibile, che scopriranno legata al passato di un membro del gruppo, ad un rito arcano allestito in Marocco nel 1979 e consumatosi nella tragedia.

Le cause della crisi nell’horror contemporaneo sembrano dovute non tanto alla mancanza di autori che ne esprimano il policromo potenziale, ma piuttosto agli errori di un disorientato criterio di distribuzione. Ne sono conferma replicanti iniziative come “Long time dead”, che resuscitano e sfibrano il tema della possessione sovrapponendolo ad un linguaggio preordinato sedotto dall’abuso di soggettive vorticose, carico di tensioni scollegate e fissate lungo un ordine immutabile, ottusamente strutturalista. In questo processo, a momenti d’immobilità narrativa si alternano brevi e presagibili circostanze in cui sale la colonna sonora (peculiarità, a suo modo, di notevole efficacia) e bruscamente s’interrompe nella fulminea manifestazione della morte, a volte soltanto simulandola ingannevolmente al fine di mantener vivo nello spettatore uno stato di allerta: non è la solidità strutturale del film ad inseguire l’attenzione del pubblico, ma i suoi artifici che ne escludono il coinvolgimento, seppure vada riconosciuta a Marcus Adams una certa attitudine a rappresentare l’oscurità adattandola ad un notturno paesaggio urbano. 

Difficile persino considerare questi lavori come risultato di trasformazioni nel genere, poiché più che horror sono il frutto della sua assimilazione, il suo rimaneggiamento da parte di un esercizio formale onnivoro, che seguendo la stessa prassi incide su ogni thriller e action-movie destinati ad un pubblico di teen-agers. Siamo lontani dalle lezioni dell’ultimo, straordinario Wes Craven e altrettanto distanti da patrimoni sepolti quali l’americano “Jeepers Creepers” (regia di Victor Salva, 2001, distrib. UA) o il francese “Deep in the woods” (regia Lionel Deplanque, 2000, distrib. Artisan), insieme ad altri in attesa, nel nostro paese, che una casa di distribuzione coraggiosa e attenta li porti alla luce per svelare quanto un genere ed il suo pubblico siano ancora attivi, stabili e compatti di fronte al rischio dell’estinzione.

Francesco Russo


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