L'ULTIMO
SOGNO
(LIFE AS A HOUSE)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia
: Irwin Winkler
Sceneggiatura: Mark Andrus
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Scenografia: Tennis Washington
Costumi: Molly Maginnis
Musica: Mark Isham
Montaggio: Julie Monroe
Prodotto da: Irwin
Winkler, Rob Cowan
(USA, 2001)
Durata: 124'
Distribuzione cinematografica: 01
Distribution
PERSONAGGI E INTERPRETI
George Monroe: Kevin Kline
Robin: Kristin Scotto Thomas
Sam: Hayden Christensen
Alyssa: Jena Malone
Coleen: Mary Steenburgen

George
Monroe è un architetto vecchio stampo, dedito fino alla noia al suo
lavoro e avulso ad ogni tipo di ritrovo tecnologico in grado di sveltire
la costruzione dei suoi modellini, realizzati con amore con colla e
bastoncini. Per questo sacrifica la sua vita privata e perde la moglie
Robin che lo lascia preferendogli la stabilità di un uomo ricco e di
una bella villa con piscina con il quale mette al mondo due figli. In
più è disprezzato dal figlio sedicenne Sam, giovane punk con il corpo
tempestato di peircing e dedito allo sniffo di droghe varie e all’ascolto
di musica satanica. Il giorno in cui viene licenziato George accusa un
malore che renderà irreversibile il corso della sua vita: un tumore
allo stadio avanzato gli lascia ormai solo pochi mesi da vivere. Nella
crudeltà improvvisa del destino George scopre la voglia di
riappropriarsi di tutto ciò che ha abbandonato nella vita – il
figlio, l’ex-moglie, il coraggio di rischiare - e di lasciare come
segno tangibile della sua "conversione" la realizzazione del
più grande sogno della sua vita: costruire una vera casa tutto da sé.
Se
siete di animo buono, sensibili allo stucchevole trionfo dei buoni
sentimenti, alla catarsi che nasce dalla tragedia per concludersi in un
lieto fine espiatorio, allora tirate fuori i fazzoletti e piangete, che
da piangere ce n’è in abbondanza. Se invece vi infastidiscono le
parabole moralistiche esportate su grande schermo e vi sentite lo
stomaco e la testa appesantiti dal tripudio della bontà a posteriori,
allora incapperete nel difficile traghettamento da una sponda – sporca
– all’altra – magicamente splendente – della vita del nostro
George. Con la fatica che questo comporta. Attraverso una serie di
prevedibili colpi di scena, tutti incollati tra di loro dal solito miele
che sembra essersi insinuato in ogni scena del film, le due ore e più
della storia ci accompagnano alla scoperta di un mondo inverosimile,
dove l’adolescente Sam, ribelle alla deriva prossimo alla
prostituzione, ritrova se stesso e si disintossica da ogni dipendenza
aiutando il padre a demolire la vecchia casa e a costruirsene una nuova;
dove una donna scopre l’importanza delle emozioni e del contatto
fisico grazie a chiodi e travi di legno e soprattutto grazie ad
artificiosi balli nostalgici stagliati contro i tramonti dell’oceano;
dove i vicini più agguerriti dimenticano ogni sgarbo, le giovani
maliziose vicine di casa scoprono il valore del focolare domestico, i
mariti delle ex-mogli tutti soldi e lavoro si accorgono di avere due
braccia con cui stringere i pargoli, i funzionari addetti alla vigilanza
delle norme sulla costruzione delle case diventano indulgenti, così
come gli avvocati e i poliziotti. E George, operoso e indomito fino all’ultimo,
porta in scena, con tanto di perle di saggezza della sua voce fuori
campo, l’incredibile miracolo di umanizzare le persone.
Irritante
e retorico, il film di Winkler, produttore di film storici
come "Rocky", "Toro scatenato", "Quei bravi
ragazzi", cade nell’errore grave di
palesare la morte, di spettacolarizzarla, di seguirne l’evoluzione
caricandone le conseguenze, di renderla quasi inumana. Dispiace per Kevin
Kline, qui spento spettro di se stesso, e anche per l’elegante Kristin
Scott Thomas, sacrificati entrambi in ruoli zuccherosi e
semitragici, che nonostante tutte le (buone?) intenzioni del regista non
riescono a trasmettere proprio nulla, meno che mai la metamorfosi
positiva che spesso, nella vita reale anche, accompagna la scoperta di
una brutta notizia. Bellissima la location, agglomerato di villette su
uno scoglio a picco sull’Oceano Pacifico. Resta comunque un certo
fastidio e una domanda: ce la faremo a smaltirlo?