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STORIA DI UNA SAGA
Nella tipica ansia fin-de-siécle
di stilare classifiche di tutti i tipi, c’è
un libro che in moltissimi sondaggi e referendum è risultato come il
più amato del XX secolo: Il signore degli Anelli di John
Ronald Reuel Tolkien.
Eppure quando, nel 1953,
l’editor Anne Barrett lesse il
manoscritto di La compagnia dell’anello, il primo libro della
trilogia, di cui la sua casa editrice, la Houghton Miffin, deteneva i
diritti per gli Usa, disse preoccupata: "Chi mai leggerà 423
pagine su un viaggio non concluso intrapreso da creature mitologiche con
nomi confusionari?". Cinquant’anni dopo (è stata pubblicata nel
1954-55) la trilogia di Tolkien ha ormai
venduto oltre 100 milioni di copie in tutto il mondo, e ha avuto un
impatto enorme in ambiti che vanno ben al di là di quello letterario.
Non
si può però parlare della trilogia senza cominciare dal libro che ha
dato l’avvio a tutta la storia: stiamo parlando di Lo
Hobbit, uscito in Inghilterra nel 1937 e immediatamente
diventato un classico della letteratura per
bambini. La leggenda vuole che un giorno, mentre Tolkien,
allora professore di Lingua e Letteratura Anglosassone all’Università
di Oxford, correggeva alcuni compiti dei suoi studenti, notò un foglio
lasciato in bianco e, d’impulso, vi scrisse: "In a hole in the
ground there lived a hobbit". Quella che poi diventò la prima
frase del libro lo spinse a chiedersi chi diavolo fosse questo hobbit,
perché viveva in un buco, ecc. Sviluppò allora una storia, con l’idea
di leggerla un po’ alla volta ai suoi figli prima che si
addormentassero. Alla fine il manoscritto capitò nelle mani di Stanley
Unwin, direttore della Allen and Unwin. A scanso di equivoci,
Unwin "testò" la bontà della storia facendo leggere il libro
al suo, di figlio. Rayner Unwin, di soli 10
anni, con la sua recensione entusiastica ebbe il grosso merito di
mandare Lo hobbit alle stampe. Il poeta W.H.
Auden lo definì "la più bella storia per bambini scritta
negli ultimi 50 anni". In realtà Lo hobbit era molto più
che una semplice favola per bambini. Tolkien
infatti aveva creato, dietro e al di là della storia, i primi abbozzi
di quel mondo che poi si svilupperà negli anni successivi: dalla storia
alla geografia, dalle leggende alle lingue delle diverse razze, Tolkien
creò un mondo dall’incredibile complessità, che solo in parte appare
sullo sfondo de Lo hobbit e della successiva trilogia
(solo postumo sarà pubblicato Il Silmarillion, che raccoglie una
piccola parte dell’immenso lavoro di Tolkien
sulla Terra di Mezzo).
La
storia di Il signore degli anelli non è meno affascinante.
Arrivata alla versione definitiva dopo 16 anni di sforzi, la trilogia fu
pubblicata tra il 1953 e il 1954 dalla Allen and Unwin, grazie all’impegno
proprio di Rayner Unwin, ormai diventato
adulto, che si prese (di nuovo!) la responsabilità di un’iniziativa
che sembrava essere potenzialmente causa di grosse perdite per la sua
casa editrice. Il successo di pubblico, però, fu immediato e enorme: il
London Sunday Times scrisse il mondo si divideva in due categorie di
persone: "chi ha letto Il signore degli anelli e chi si
accinge a farlo". Le recensioni furono generalmente molto positive,
pur spaziando dall’estatico e apologetico alla stroncatura, con tutte
le sfumature possibili tra i due estremi. Il successo del libro convinse
la BBC a realizzarne una riduzione in 12 puntate per la radio. Ma il
caso letterario vero e proprio scoppiò a metà degli anni sessanta,
quando uscì in America una versione paperback "pirata", che
aumentò a dismisura le vendite sia per il prezzo finalmente accessibile
sia per la disputa sui diritti, che si rivelò un formidabile
amplificatore pubblicitario.
Tolkien
si ritrovò così a dover gestire una improvvisa e enorme popolarità,
che gli creò non pochi problemi, anche a causa di un insolito
atteggiamento ossessivo dei fan. Lo
straordinario successo della sua opera facilitò anche le letture di
parte: se da un lato Il signore degli anelli venne
"adottato" dalla cultura di sinistra, in particolare
americana, soprattutto per la sua vena ambientalista o per alcuni arditi
accostamenti con le droghe sintetiche, da un altro lato in Europa e in
particolare in Italia fu l’estrema destra ad appropriarsene. Ci fu
persino chi lesse in Bilbo la figura di Cristo e in Sauron quella di
Hitler. Tolkien però ha sempre rifiutato
queste interpretazioni.
L’impatto
de Il signore degli anelli fu enorme. Si deve a questo libro, che
i più entusiasti hanno accostato alle grandi saghe epiche nordiche, ma
anche alla mitologia classica e ad Omero,
la scoperta del genere fantasy. La ricaduta della trilogia non si ferma
quindi alla sola letteratura di genere, ma anche in maniera più o meno
indiretta, ad altri campi come quello dei giochi di ruolo (Dungeons
& Dragons, il precursore di tutti i role-playng games, è
fortemente debitore nei confronti di Tolkien), dei videogiochi, dei
fumetti e del cinema: anche qui, oltre al genere fantasy ci sono da
considerare influenze più lontane, come quella di George
Lucas, che ha dichiarato di essersi ispirato a Tolkien per la sua
saga di Star wars; e proprio Lucas
ha dovuto abbozzare di fronte a un’ondata di fan che, su internet,
stanno chiedendo a gran voce che sia proprio Peter
Jackson a rimpiazzarlo nella regia dei futuri episodi di Guerre
stellari!.
Andrea
Nobile
Speciale
Il Signore degli anelli
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