Anno VII - Numero 29 - Gennaio 2002

Speciale Il Signore degli anelli


STORIA DI UNA SAGA

Nella tipica ansia fin-de-siécle di stilare classifiche di tutti i tipi, c’è un libro che in moltissimi sondaggi e referendum è risultato come il più amato del XX secolo: Il signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien.

Eppure quando, nel 1953, l’editor Anne Barrett lesse il manoscritto di La compagnia dell’anello, il primo libro della trilogia, di cui la sua casa editrice, la Houghton Miffin, deteneva i diritti per gli Usa, disse preoccupata: "Chi mai leggerà 423 pagine su un viaggio non concluso intrapreso da creature mitologiche con nomi confusionari?". Cinquant’anni dopo (è stata pubblicata nel 1954-55) la trilogia di Tolkien ha ormai venduto oltre 100 milioni di copie in tutto il mondo, e ha avuto un impatto enorme in ambiti che vanno ben al di là di quello letterario.

Non si può però parlare della trilogia senza cominciare dal libro che ha dato l’avvio a tutta la storia: stiamo parlando di Lo Hobbit, uscito in Inghilterra nel 1937 e immediatamente diventato un classico della letteratura per bambini. La leggenda vuole che un giorno, mentre Tolkien, allora professore di Lingua e Letteratura Anglosassone all’Università di Oxford, correggeva alcuni compiti dei suoi studenti, notò un foglio lasciato in bianco e, d’impulso, vi scrisse: "In a hole in the ground there lived a hobbit". Quella che poi diventò la prima frase del libro lo spinse a chiedersi chi diavolo fosse questo hobbit, perché viveva in un buco, ecc. Sviluppò allora una storia, con l’idea di leggerla un po’ alla volta ai suoi figli prima che si addormentassero. Alla fine il manoscritto capitò nelle mani di Stanley Unwin, direttore della Allen and Unwin. A scanso di equivoci, Unwin "testò" la bontà della storia facendo leggere il libro al suo, di figlio. Rayner Unwin, di soli 10 anni, con la sua recensione entusiastica ebbe il grosso merito di mandare Lo hobbit alle stampe. Il poeta W.H. Auden lo definì "la più bella storia per bambini scritta negli ultimi 50 anni". In realtà Lo hobbit era molto più che una semplice favola per bambini. Tolkien infatti aveva creato, dietro e al di là della storia, i primi abbozzi di quel mondo che poi si svilupperà negli anni successivi: dalla storia alla geografia, dalle leggende alle lingue delle diverse razze, Tolkien creò un mondo dall’incredibile complessità, che solo in parte appare sullo sfondo de Lo hobbit e della successiva trilogia (solo postumo sarà pubblicato Il Silmarillion, che raccoglie una piccola parte dell’immenso lavoro di Tolkien sulla Terra di Mezzo).

La storia di Il signore degli anelli non è meno affascinante. Arrivata alla versione definitiva dopo 16 anni di sforzi, la trilogia fu pubblicata tra il 1953 e il 1954 dalla Allen and Unwin, grazie all’impegno proprio di Rayner Unwin, ormai diventato adulto, che si prese (di nuovo!) la responsabilità di un’iniziativa che sembrava essere potenzialmente causa di grosse perdite per la sua casa editrice. Il successo di pubblico, però, fu immediato e enorme: il London Sunday Times scrisse il mondo si divideva in due categorie di persone: "chi ha letto Il signore degli anelli e chi si accinge a farlo". Le recensioni furono generalmente molto positive, pur spaziando dall’estatico e apologetico alla stroncatura, con tutte le sfumature possibili tra i due estremi. Il successo del libro convinse la BBC a realizzarne una riduzione in 12 puntate per la radio. Ma il caso letterario vero e proprio scoppiò a metà degli anni sessanta, quando uscì in America una versione paperback "pirata", che aumentò a dismisura le vendite sia per il prezzo finalmente accessibile sia per la disputa sui diritti, che si rivelò un formidabile amplificatore pubblicitario.

Tolkien si ritrovò così a dover gestire una improvvisa e enorme popolarità, che gli creò non pochi problemi, anche a causa di un insolito atteggiamento ossessivo dei fan. Lo straordinario successo della sua opera facilitò anche le letture di parte: se da un lato Il signore degli anelli venne "adottato" dalla cultura di sinistra, in particolare americana, soprattutto per la sua vena ambientalista o per alcuni arditi accostamenti con le droghe sintetiche, da un altro lato in Europa e in particolare in Italia fu l’estrema destra ad appropriarsene. Ci fu persino chi lesse in Bilbo la figura di Cristo e in Sauron quella di Hitler. Tolkien però ha sempre rifiutato queste interpretazioni.

L’impatto de Il signore degli anelli fu enorme. Si deve a questo libro, che i più entusiasti hanno accostato alle grandi saghe epiche nordiche, ma anche alla mitologia classica e ad Omero, la scoperta del genere fantasy. La ricaduta della trilogia non si ferma quindi alla sola letteratura di genere, ma anche in maniera più o meno indiretta, ad altri campi come quello dei giochi di ruolo (Dungeons & Dragons, il precursore di tutti i role-playng games, è fortemente debitore nei confronti di Tolkien), dei videogiochi, dei fumetti e del cinema: anche qui, oltre al genere fantasy ci sono da considerare influenze più lontane, come quella di George Lucas, che ha dichiarato di essersi ispirato a Tolkien per la sua saga di Star wars; e proprio Lucas ha dovuto abbozzare di fronte a un’ondata di fan che, su internet, stanno chiedendo a gran voce che sia proprio Peter Jackson a rimpiazzarlo nella regia dei futuri episodi di Guerre stellari!.

Andrea Nobile

Speciale Il Signore degli anelli


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