: Eagle
Pictures
PERSONAGGI E INTERPRETI
Vera Baker: Whoopy Goldberg
Donald Sinclair: John Cleese
Owen Templeton: Cuba Gooding Jr.
Sig. Pollini: Rowan Atkinson
Randy Pear: Jon Lovitz



Una
famiglia in viaggio di piacere, un arbitro che si nasconde dai propri
errori, un retto avvocato che festeggia il matrimonio di un amico, madre
e figlia che s’incontrano per la prima volta, uno sprovveduto
narcolettico italiano, una ingenua coppia di sbandati. Queste persone,
che apparentemente hanno nulla in comune, si trovano tutte in un casinò
di Las Vegas, davanti ad una slot-machine che sta per premiarli con una
misteriosa moneta d’oro. Convocati dal bizzarro proprietario, si
ritrovano inaspettatamente trascinati in una scommessa, che consiste nel
percorrere 1.300 chilometri per raggiungere una cassetta di sicurezza a
Silver City, nel New Messico. A ciascuno la stessa chiave del lucchetto
e l’opportunità di vincere da solo 2 milioni di dollari. Unica
regola: non ci sono regole. I disorganizzati e ridicoli partecipanti non
perdono tempo, dimostrando sin dagli inizi di essere disposti ad ogni
bassezza pur di accaparrarsi il denaro.
Seppure
in debito con l’impostazione corale di "Questo pazzo pazzo pazzo
pazzo mondo" (gioiello di Stanley Kramer datato 1963), il nuovo
film di Jerry Zucker (l"L’aereo più
pazzo del mondo", "Top secret!", "Una pallottola
spuntata", "Ghost") ritrova l’esclusiva passione per il
paradosso che negli anni ’80 rappresentò il suo marchio di fabbrica,
ai tempi in cui, insieme al fratello David e al compagno di college Jim
Abrahams, fu padre di quello stile che avrebbe condizionato gli sviluppi
di una disordinata tendenza comica. Trovando nelle licenze della parodia
un funzionale campo d’allenamento, i fratelli Zucker esasperarono la
normalità giocando con i contesti, trasformandoli nel grottesco
riflesso delle loro sembianze naturali.
Prima
dei due autori, i Fratelli Marx e l’Henry C. Potter di "Hellzapoppin"
intuirono le potenzialità di questo inganno sintattico, e Billy Wylder
inseguì lo stesso obiettivo con "Uno, due, tre!", raffinato
incastro buffo di incongruenze lessicali; insieme a loro e attraverso il
medesimo codice, invece, John Landis organizzò una rete di significati
socio-culturali visibilmente molto unitaria e finalistica. Jerry
Zucker è cresciuto, al contrario, senza queste aspirazioni,
intendendo piuttosto dar credito ad un effetto tutto sommato volgare, ma
efficace sino all’ultima gag, dove il senso dei gesti e delle parole
viene sottoposto a stravolgimenti carnevaleschi, ma inserito in una
struttura che li giustifica come legittime contingenze di un universo
illogico e cartoonistico.
Nelle storie di un mondo siffatto una mucca può attraversare tutta la
pellicola sospesa alla corda di una mongolfiera, ed un uomo cozzare
contro un treno in corsa per raggiungere la meta prima di ogni altro,
nonostante il cinema muto, 70 anni fa, avesse già realizzato queste
utopie. In un panorama cinematografico che appare saturo di ogni cosa,
Jerry Zucker duplica la sua formula con una diligenza quasi ottusa, dopo
dieci anni di abusi e contraffazioni, ma al tempo stesso conferma l’indiscutibile
padronanza dimostrata nell’esercizio del suo talento. Nonostante il
lento avvio ed il superfluo finale, il film
garantisce almeno un’ora e trenta minuti d’irresistibile e insensata
comicità.