: 20th
Century Fox Italia
PERSONAGGI E INTERPRETI
Burnett: Owen Wilson
Reigart: Gene Hackman
Stackhouse: Gabriel Macht
O’Malley: David Keith
Lokar: Olek Krupa
Bazda: Marko Igonda


Il
conflitto serbo-kosovaro è appena concluso. La pace benché fragile è
acquisita. Tuttavia gli USA cercano prove per dimostrare l’esistenza
di fosse comuni messe in atto dalle milizie serbe. Quando un velivolo
USA fotografa in territorio neutrale i misfatti serbi viene abbattuto.
Il pilota viene ucciso con un colpo alla nuca; il navigatore si nasconde
nella boscaglia. Nasce così una caccia tra il perfido Lokar (Olek
Krupa, che ovviamente evoca la figura del serbo Arkan), il suo
fido cecchino Bazda (Marko Igonda) e il
navigatore statunitense Burnett (Owen Wilson).
Parallelamente, sopra la portaerei, l’ammiraglio Reigart (Gene
Hackman) tenta di riportare a casa il suo ragazzo.
Il
film dell’Irlandese John Moore (regista
esordiente con alle spalle clip per videogiochi, birre e articoli
sportivi) parte da un soggetto intrigante, che via via perde
consistenza, incentrando la dinamica del pilota nascosto nella gelida
macchia bosniaca su colpi di teatro rumorosi, con esplosioni con effetto
domino, conflitti a fuoco risibili (i serbi che non usano i cannoni dei
carri-armati e vengono massacrati dai missili degli elicotteri USA, per
esempio). Moore dimostra di essere capace di realizzare un film di
azione pura, innestando nella storia un paio di sequenze che denotano
una mano ferma e un occhio visionario e virtuoso: quando Burnett si
assopisce nel bosco e viene svegliato dalla voce del suo amico scomparso
che lo avverte dellla vicinanza del cecchino serbo; o nella battaglia di
Hac. Mentre ciò che il soggetto suggeriva, e cioé la sopravvivenza di
un uomo nelle colline balcaniche in inverno, braccato, come mangiava e
cosa, come dormiva e dove, come si scaldava etc., insomma tutti quei
dettagli che avrebbero reso vivo il rapporto di un uomo solito a
maneggiare la tecnologia che si trova in un battito di ciglia di fronte
alla selvaggia natura, Moore li snobba del tutto.
Il
conflitto, anche romantico, Uomo – Natura è accennato, e il
regista concentra il suo talento nel desiderio di stupire con scene
mirabolanti, che si scontrano con un ordine drammaturgico in
cui se c’è pathos è perché è ancora sorretto dall’idea del
soggetto, non dalla sceneggiatura, che risulta anche sbiadita nel
narrare il carattere dell’ammiraglio, indeciso tra procedura militare
e istinto. E così quello che in "SpyGame", di Tony Scott,
ovvero il montaggio parallelo, incalzante e vertiginosamente finalizzato
per centrare il medesimo obiettivo, risulta compiuto, qui invece appare
bidimensionale, piatto, edulcorato, con i meccanismi mal oliati. Moore
dunque merita attenzione per un’ulteriore prova, sorretta magari da
una sceneggiatura più articolata e meno legata a luoghi retorici: anzi,
se non fosse per la vivacità del regista, il film risulterebbe in
qualche punto del tutto inverosimile.