: Bim
PERSONAGGI E INTERPRETI
Amélie: Audrey Tatou
Nino Quicampoix: Matthieu Kassovitz
Raphael Poulain: Rufus
Joseph: Dominique Pinon
Dufayel: Serge Merlin
Lucien: Jamel Debbouze


"Nel
film si racconta una storia di generosità impossibile e la gente ha
bisogno di queste storie": è così che Jean-Pierre
Jeunet, talentoso cineasta francese cui si debbono - codiretti
con Marc Caro - lungometraggi atipici e survoltati quali "Delicatessen"
(1990), "La città perduta" (1995) ed "Alien-La
clonazione" (1997), spiega il travolgente successo arriso a
"Il favoloso mondo di Amélie".
Costato circa 23 miliardi, sbarcato negli Usa in novembre con il titolo
"Amélie from Montmartre", sostenuto dalla potente Miramax
nella sua corsa agli Oscar, il film di Jeunet è divenuto in breve tempo
un vero e proprio caso: la trionfale accoglienza del pubblico ha
scatenato polemiche nel fronte critico (sulle colonne del quotidiano
"Libération", l’autorevole recensore Serge Kanganski ha
accusato il regista d’aver presentato una Francia depurata da etnie
altre, pensata per piacere al becero Le Pen), suscitato l’entusiasmo
di diversi uomini politici e di spettacolo, rinforzato il già
potentissimo battage internazionale.
La
vicenda è esile: Amélie, ragazza gentile e garbata che vive a
Montmartre lavorando come cameriera al caffè "Les Deux Mulins",
scopre d’esser brava a pilotar la gente verso la felicità. Detto
fatto, ella si mette in moto per riportare in carreggiata le esistenze
delle persone che conosce: volitiva e non priva di malizia, riesce
costantemente nell’intento senza particolare sforzo. Giunge però il
momento dell’incontro con Nino, un curioso collezionista di piccole
cose effimere, per il quale sente un trasporto cui non sa abbandonarsi:
è arrivato il momento di dar gioia a se stessa, ed Amélie è in
evidente difficoltà...
Niente
paura, il film ha la cadenza di una favola e coerentemente si conclude:
happy end obbligatorio, quindi, seppur nella cifra surreale ed
iperbolica scelta per l’occasione da Jeunet. Ed il meglio dell’operina
risiede proprio nella tavolozza coloristica, nell’impasto cromatico,
nelle suggestive scenografie che disegnano il ritratto d’una Parigi
prevertiana e incantata, brulicante di pittori sbilenchi e scrittori di
poca fortuna, portiere dal cuore infranto e droghieri villani, tabaccaie
ipocondriache ed avventori ipergelosi.
Ciò detto, l’impressione generale che si ricava dalla visione resta
quella d’un fastidioso sciupio di talento:
Jeunet usa il machete per ammazzar farfalle, mette il proprio
indiscutibile magistero al servizio d’una pellicola viziata da
mellifluo carinismo. Vincente al botteghino, certo: tuttavia, dal
risultato finale promana quello spiacevole
tanfo di furbizia proprio delle opere governate dal mestiere in luogo
dell’ispirazione.