Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

I film del mese


DA ZERO A DIECI

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura, Regia e Musiche originali: Luciano Ligabue: 
Fotografia
: Gherardo Gossi
Scenografia
: Leonardo Scarpa
Costumi
: Marina Roberti
Montaggio
: Angelo Nicolini
Prodotto da
: Domenico Procacci per Fandango
(Italia, 2002)

Durata
: 99’
Distribuzione cinematografica
: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Libero: Massimo Bellinzoni
Caterina: Elisabetta Cavallotti
Biccio: Pierfrancesco Favino
Carmen: Barbara Lerici
Giove: Stefano Pesce
Lara: Fabrizia Sacchi
Betta: Stefania Rivi
Baygon: Stefano Venturi

Quattro amici sui trentacinque anni decidono di rivivere i fasti - e risolvere i drammi - di un week-end vissuto vent’anni prima a Rimini. Lasciano chi la moglie, chi lo studio medico, chi la propria stanzetta-feticcio di Correggio e partono alla volta di Rimini, in attesa di rincontrare le fanciulle che furono la controparte femminile di quelle scorribande marittime. Inevitabili rivivono attrazioni, complicità, confidenze in un groviglio di racconti e di bilanci sottoposti tutti allo stesso rito: da zero a dieci, che voto dai alla tua vita? Ci si ritrova tra le storie di ogni giorno: la malattia, i divorzi, i figli, i rapporti genitori-figli non risolti, l’omosessualità, i matrimoni assopiti, le utopie infrante, gli ideali soffocati dalla quotidianità. Il tutto condito dall’impeto irrequieto di Libero, il protagonista, dalla sua volontà di regalare a tutti un’emozione forte, dalla sua smania autodistruttiva che lo porta a non voler passare senza avere lasciato traccia di sé. Quella stessa spinta che lo obbliga a costringere gli altri a dolersi per sempre della morte del loro quinto amico, saltato in aria con la stazione di Bologna quel tragico 2 agosto del 1980.

Seconda prova di regia per il sanguigno cantautore Ligabue, dopo l’indimenticabile esordio di "Radiofreccia", pellicola carica di emozioni sulla vita della provincia emiliana negli anni Settanta. La padronanza del mezzo cinematografico c’è, niente da dire, per uno che di mestiere fa tutt’altro, anche se sempre di creare visioni si tratta. E la capacità di emozionare pure, ma forse questo è già più pane per i suoi denti. L’intento della storia non sembra tradire ruffianeria e la buona fede trasuda dalla pellicola, a confermare le origini "dure e pure" del rocker emiliano, spinto dalla voglia di raccontare la semplice vita di una combriccola di amici alle prese col dolore e la difficoltà di essere grandi. Eppure, nonostante il piacere di certe inquadrature, di una suadente colonna sonora, delle ineccepibili prove d’attore del cast, il pathos finale del film, lascia il posto all’imbarazzo per l’ingenuità dei dialoghi, lo strabordare di luoghi comuni, la prevedibilità della sceneggiatura, il grottesco di alcune situazioni – anche sociali – al limite della verosimiglianza. 

E non si può tralasciare l’accenno politico alla strage di Bologna che, nata come elemento portante di tutta la storia, viene buttato lì come una parentesi animata da una serie di commenti tanto lagnosi e triti da far venire la pelle d’oca. L’operazione rimpatrio poi, riuscita in maniera sublime ne "Il grande freddo", in "Fandango" e anche nel nostrano "Compagni di scuola" qui scricchiola, si inceppa, e il flusso delle confidenze e dei ricordi non scorre fluido come dovrebbe. Peccato, per il talento di Ligabue, per le sue buone intenzioni, per l’idea di fondo del film che è comunque un evergreen di grande impatto emotivo.

Fania Petrelli


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