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PERSONAGGI E INTERPRETI
Adam: Justin Theroux
Betty Elms: Naomi Watts
Rita: Laura Harring
Coco: Ann Miller
Detective Mcknight: Robert Forster
Vincenzo Castigliane: Dan Hedaya



Nel
1999 la Abc, potente network statunitense, propone a David
Lynch un nuovo serial televisivo, probabilmente nella speranza di
ripetere lo straordinario successo di "Twin Peaks". Una volta
di fronte al pilot della serie, però, la dirigenza dell’emittente
viene presa dallo sgomento: le immagini sono permeate di eccessiva
violenza, il plot risulta lambiccato e di difficile comprensione. Il
regista accetta di revisionare il tutto, senza sortire alcun effetto
positivo: il verdetto si fa inappellabile, la Abc decide di abbandonare
il progetto, "Mulholland Drive" pare destinato a neppur
nascere. In questa situazione di stallo, dalla Francia giunge a Lynch
una proposta - che il Nostro prontamente accetta - da parte di Alain
Sarde e di Studio Canal: lavorare sul pilot per trasformarlo in un
lungometraggio. Girate alcune sequenze di raccordo, allestito un nuovo
montaggio, "Mulholland Drive" diviene un film invitato in
concorso a Cannes: ove si aggiudica il riconoscimento per la regia,
ex-aequo con "L’uomo che non c’era" dei fratelli Cohen.
Acclamata
alla sua uscita dalla critica statunitense, l’opera ci sembra
risentire un po’ della sua natura ibrida,
mostrar le suture del passaggio da un mezzo espressivo all’altro: pur
risultando lynchiana a pieno titolo, sospesa com’è tra le atmosfere
inquietanti del citato "Twin Peaks" e l’anarchismo visivo di
"Strade perdute". C’è qualcosa di Raymond Chandler, molto
di James Ellroy nella vicenda di Betty ed Adam, bionda ed aspirante
attrice la prima, bruna ed affetta da amnesia la seconda: l’andamento
da noir anni ‘40 della pellicola è vetrioleggiato da squarci nell’elegante
ordito narrativo, sul palcoscenico dell’inconscio vengono allestiti
senza preavviso isterici spettacolini, figure enigmatiche ed angoscianti
(il cowboy, la donna dai capelli blu) compaiono e spariscono dentro un
magma onirico e disturbante.
Se
nei primi novanta minuti è possibile riscontrare negli accadimenti una
logica ed una consequenzialità, nell’ultima ora ci si immerge
completamente in un flusso di immagini deprivato di coordinate
decrittabili: Lynch suggerisce di accostarsi alla visione senza porsi
troppe domande, quasi si trattasse di musica. Una
musica - aggiungiamo noi - di
stranita bellezza, indolente, filamentosa, residuo di sconvolgimenti
remoti, che s’origina dal nulla ed assume le forme d’un
viaggio nell’interno paese straniero.