Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

I film del mese


MULHOLLAND DRIVE

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: David Lynch
Fotografia: Peter Deming
Scenografia
: Jack Fisk
Costumi
: Amy Stofsky
Musica
: Angelo Badalamenti
Montaggio
: Mary Sweeney
Prodotto da
: Alain Sarde, Studio Canal +
(USA, 2001)

Durata
: 146'
Distribuzione cinematografica
: 01

PERSONAGGI E INTERPRETI

Adam: Justin Theroux
Betty Elms: Naomi Watts
Rita: Laura Harring
Coco: Ann Miller
Detective Mcknight: Robert Forster
Vincenzo Castigliane: Dan Hedaya

Nel 1999 la Abc, potente network statunitense, propone a David Lynch un nuovo serial televisivo, probabilmente nella speranza di ripetere lo straordinario successo di "Twin Peaks". Una volta di fronte al pilot della serie, però, la dirigenza dell’emittente viene presa dallo sgomento: le immagini sono permeate di eccessiva violenza, il plot risulta lambiccato e di difficile comprensione. Il regista accetta di revisionare il tutto, senza sortire alcun effetto positivo: il verdetto si fa inappellabile, la Abc decide di abbandonare il progetto, "Mulholland Drive" pare destinato a neppur nascere. In questa situazione di stallo, dalla Francia giunge a Lynch una proposta - che il Nostro prontamente accetta - da parte di Alain Sarde e di Studio Canal: lavorare sul pilot per trasformarlo in un lungometraggio. Girate alcune sequenze di raccordo, allestito un nuovo montaggio, "Mulholland Drive" diviene un film invitato in concorso a Cannes: ove si aggiudica il riconoscimento per la regia, ex-aequo con "L’uomo che non c’era" dei fratelli Cohen.

Acclamata alla sua uscita dalla critica statunitense, l’opera ci sembra risentire un po’ della sua natura ibrida, mostrar le suture del passaggio da un mezzo espressivo all’altro: pur risultando lynchiana a pieno titolo, sospesa com’è tra le atmosfere inquietanti del citato "Twin Peaks" e l’anarchismo visivo di "Strade perdute". C’è qualcosa di Raymond Chandler, molto di James Ellroy nella vicenda di Betty ed Adam, bionda ed aspirante attrice la prima, bruna ed affetta da amnesia la seconda: l’andamento da noir anni ‘40 della pellicola è vetrioleggiato da squarci nell’elegante ordito narrativo, sul palcoscenico dell’inconscio vengono allestiti senza preavviso isterici spettacolini, figure enigmatiche ed angoscianti (il cowboy, la donna dai capelli blu) compaiono e spariscono dentro un magma onirico e disturbante. 

Se nei primi novanta minuti è possibile riscontrare negli accadimenti una logica ed una consequenzialità, nell’ultima ora ci si immerge completamente in un flusso di immagini deprivato di coordinate decrittabili: Lynch suggerisce di accostarsi alla visione senza porsi troppe domande, quasi si trattasse di musica. Una musica - aggiungiamo noi - di stranita bellezza, indolente, filamentosa, residuo di sconvolgimenti remoti, che s’origina dal nulla ed assume le forme d’un viaggio nell’interno paese straniero.

Francesco Troiano


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