Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

Speciale Mulholland Drive


DEFORMI ALCHIMIE
Per una fenomenologia lynchiana

Inventare nuove anse d’indipendenza per il cinema americano non è mai stato facile. Ci sono riusciti, a turno, certi registi che venivano dall’Europa, certi che facevano le opere di genere; magari Roger Corman, che non ha mai perso un nichelino, e i golden boys Spielberg e Lucas, che di nichelini ne hanno accumulati diversi. Molti, come Coppola, si sono ridotti a malpartito. David Lynch ha creato la sua forma d’indipendenza dal cinema mainstream fondandola su una fenomenologia della mostruosità, che frullasse all’insegna del post-moderno ogni tipo di immaginario concepibile. È l’orlo di un pozzo, il luogo dove Lynch si affaccia alla fine dei Settanta per estrarne, da un deforme cilindro, le alchimie di Eraserhead e The Elephant Man. Film quasi amatoriale, il primo, pervaso di una sgradevolezza oggi solo toccata da certe pennellate di Clark o Seidl. Rigoroso apologo vittoriano, il secondo, ammantato di una bellezza stupefacente anche a vent’anni di distanza; dove è il mostro ad avere paura dello spettatore, e non viceversa. Questo "terrore della rappresentazione" attanaglia Lynch in tutta la sua produzione. La patinata perfezione della città di Velluto blu solleva una coperta di sordide intenzioni, così come il vorticoso viaggio di Cuore selvaggio salda nel sangue i conti con gli eccessi della produzione culturale statunitense. Incapace come Coppola di evitare le trappole, Lynch cade fragorosamente nell’operazione-Dune, flop di proporzioni gigantesche. Poteva essere un Signore degli anelli datato 1984, rimane un frastagliato gigante perfettamente inserito nell’iconografia dell’epoca. Pure, sa orchestrare alla perfezione il capolavoro di marketing Twin Peaks, con l’interrogativo su Laura Palmer che diviene bandiera assoluta per i nascenti Novanta, salvo farsi aspirare in una serie di pellicole discutibili che cercano di sfruttare l’onda favorevole del telefilm, e mettersi poi sulla strada di Straight Story, a raccontare più che l’America bucolica l’orrore della senescenza, nuovo buco nero della rappresentazione. Mulholland Drive ce lo ripresenta algido e sfuggente, più hitchcockiano del solito, esteta delle duplicità irrisolte. Non c’e mai intenzionale cattiveria, nelle sue evocazioni. Solo il glaciale sforzo di registrare l’orrore nel suo punto culminante, ovvero quando può essere fissato sulla pellicola e ripetuto di nuovo. Per questo le sue ambientazioni sono così accurate e iperrealisti, veri e propri doppioni dell’universo sensibile. Perché l’orrore rimanga tale, ad ogni visione.

Riccardo Ventrella

Lettere d'amore. Tutto il cinema di David Lynch


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