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DEFORMI
ALCHIMIE
Per una fenomenologia lynchiana
Inventare
nuove anse d’indipendenza per il cinema americano non è mai stato
facile. Ci sono riusciti, a turno, certi registi che venivano dall’Europa,
certi che facevano le opere di genere; magari Roger Corman, che non ha
mai perso un nichelino, e i golden boys Spielberg e Lucas, che di
nichelini ne hanno accumulati diversi. Molti, come Coppola, si sono
ridotti a malpartito. David Lynch ha creato la sua forma d’indipendenza
dal cinema mainstream fondandola su una fenomenologia della
mostruosità, che frullasse all’insegna del post-moderno ogni tipo di
immaginario concepibile. È l’orlo di un pozzo, il luogo dove Lynch si
affaccia alla fine dei Settanta per estrarne, da un deforme cilindro, le
alchimie di Eraserhead e The Elephant Man. Film quasi
amatoriale, il primo, pervaso di una sgradevolezza oggi solo toccata da
certe pennellate di Clark o Seidl. Rigoroso apologo vittoriano, il
secondo, ammantato di una bellezza stupefacente anche a vent’anni di
distanza; dove è il mostro ad avere paura dello spettatore, e non
viceversa. Questo "terrore della rappresentazione" attanaglia
Lynch in tutta la sua produzione. La patinata perfezione della città di
Velluto blu solleva una coperta di sordide intenzioni, così come
il vorticoso viaggio di Cuore selvaggio salda nel sangue i conti
con gli eccessi della produzione culturale statunitense. Incapace come
Coppola di evitare le trappole, Lynch cade fragorosamente nell’operazione-Dune,
flop di proporzioni gigantesche. Poteva essere un Signore degli
anelli datato 1984, rimane un frastagliato gigante perfettamente
inserito nell’iconografia dell’epoca. Pure, sa orchestrare alla
perfezione il capolavoro di marketing Twin Peaks, con l’interrogativo
su Laura Palmer che diviene bandiera assoluta per i nascenti Novanta,
salvo farsi aspirare in una serie di pellicole discutibili che cercano
di sfruttare l’onda favorevole del telefilm, e mettersi poi sulla
strada di Straight Story, a raccontare più che l’America
bucolica l’orrore della senescenza, nuovo buco nero della
rappresentazione. Mulholland Drive ce lo ripresenta algido e
sfuggente, più hitchcockiano del solito, esteta delle duplicità
irrisolte. Non c’e mai intenzionale cattiveria, nelle sue evocazioni.
Solo il glaciale sforzo di registrare l’orrore nel suo punto
culminante, ovvero quando può essere fissato sulla pellicola e ripetuto
di nuovo. Per questo le sue ambientazioni sono così accurate e
iperrealisti, veri e propri doppioni dell’universo sensibile. Perché
l’orrore rimanga tale, ad ogni visione.
Riccardo
Ventrella
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