Anno VII - Numero 30 - Febbraio 2002

I film del mese


D’ARTAGNAN
(
THE MUSKETEER)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Peter Hyams
Sceneggiatura
: Gene Quintano, dal romanzo "I tre moschettieri" di Alexandre Dumas
Fotografia
: Peter Hyams
Scenografia
: Philip Harrison
Costumi
: Raymond Hughes
Musica
: David Arnold
Montaggio
: Terry Rawlings
Prodotto da
: Rudy Cohen, Moshe Diamant
(USA, 2001)

Durata
: 105
Distribuzione cinematografica
: Mediafilm

PERSONAGGI E INTERPRETI

D'Artagnan: Justin Chambers
Febre: Tim Roth
Cardinale Richelieu: Stephen Rea
Francesca Bonacieux: Mena Suvari
Anna, Regina di Francia: Catherine Deneuve

Il titolo è importante. The musketeer, recita l’originale. D’Artagnan, replica in modo lungimirante la traduzione italiana. Perché questa spolverata europea che l’americano Peter Hyams ha dato al mito dei moschettieri sposta l’ago della bilancia proprio sul più popolare dei quattro spadaccini. Rendendolo una sorta di Jackie Chan del fioretto attraverso una spettacolarizzazione estrema dei duelli ed una precisa elisione dei tratti naif da campagnolo inurbato. Via dunque il comico cavallo con i "doposci" che porta Gene Kelly nella Parigi settecentesca. D’Artagnan di Guascogna è individuo molto più raffinato e politicamente abile di quanto lo stesso Dumas non pensasse. Via la perfida Milady, in modo da non dover pensare a Lana Turner, un ridimensionamento spetta anche al solitamente mefistofelico Richelieu. Stabili le quotazioni della regina, ci vuole un nuovo cattivo di robusto spessore e la figlia della sarta di corte, a corroborare il versante femminile. 

In questo tourbillon di cambiamenti, la miglior chiave per godere D’Artagnan è scordare quanto si è letto o visto in precedenza, ed affrontare con animo vergine le acrobatiche evoluzioni del moschettiere. C’è gran ritmo: Hyams è regista piuttosto abile, assuefatto al genere e qui assai sensibile alla lezione dei film d’azione orientali. Fida su una compagine resa efficace dalla collaudata perfidia di Tim Roth, da Stephen Rea e da una Deneuve rivitalizzata. Qualche semplificazione di troppo, e la floscia ancorché avvenente Mena Suvari non impediscono alla pellicola di decollare, a tratti riuscendo anche piacevole. Certo che Gene Kelly era un’altra cosa.

Riccardo Ventrella


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